Fai bei sogni di Massimo Gramellini



Ci sono tanti motivi per non leggere un best seller. La prova del nove è con Gramellini.

“E’ necessario stilare liste su tutto!”. Me lo ripeto continuamente e senza sosta metto in atto questa ferrea regola di condotta. Che si tratti degli alimenti da acquistare al supermarket, dell’ordine con cui riporre gli asciugamani nell’armadio o delle mostre da andare a visitare, tutto, a mio parere, merita di essere assoggettato ad una graduatoria. E’ una questione di bilanci ed i bilanci rendono tutto pi˘ ordinato, quindi Ë una questione di ordine. Se ogni cosa deve essere messa in classifica, l’acquisto di libri lo deve ancor di più per due ragioni:

1) i libri costano e nel settore non vale la norma “soddisfatto o rimborsato“.
(“Salve, ho comprato il libro X di tizio. Era nella sezione letteratura, create uno spazio apposito per la monnezza a caratteri stampati cosìcché la prossima volta non incappo nello stesso errore, oppure mi ridate il prezzo del libro?” : ma questo, ahimé, è solo un dialogo sognante, possibile in una società migliore);

2) anche il tempo è suscettibile di valutazione economica, seppur non ogni volta convertibile in termini monetari. Pertanto spendere male le proprie ore nella lettura di un libraccio comporta un deficit nella vita.
Il tempo scarseggia e la pecunia ancor di più, perciò, come dicevo, é opportuno orientare bene le proprie scelte. La bussola di lettrice mi conduce sempre oltre il banco dei best seller. La ragione? Una deduzione logica del tipo: dando per vero che il numero dei best seller venduto in Italia ogni anno aumenta e non potendo obiettare che il tasso di ignoranza nel nostro paese ogni anno registri nuovi record, dobbiamo convenire che i best seller contribuiscono all’ignoranza del popolo italiano. Ma le regole della logica non sempre vanno assecondate e ogni tanto bisogna fare una prova del nove per assicurarsi che l’argomentazione non ci tradisca.

Libreria. Ciondolo l’ombrello gocciolante. Pochi metri e ci sono. Ecco cosa stavo cercando. E’ qui la patinata scaffalatura dei libri più venduti. Gramellini. Si, voglio sperimentare lui e passare al colabrodo tutte le chiacchiere che il suo “Fai bei sogni” si è trascinato – volente o nolente – dietro. Oltre un milione di copie vendute. Perché?
La trama é di quelle semplici. Massimo ha nove anni quando il trentuno dicembre si sveglia, la vestaglia della madre in fondo al lettino. Due uomini stanno sorreggendo il padre sconvolto. Si succede la notte di capodanno dai vicini di casa dove nessuno ha voglia di festeggiare l’arrivo del nuovo anno e Massimo che si domanda come mai.
Pochi giorni e un sacerdote gli comunica che la madre è morta, “la mamma è il tuo angelo custode”, secondo la più classica delle formulazioni luttuose. Il caldo focolare domestico che non esiste più. L’algida comunicazione col padre. Massimo cresce “senza una guida” ( e troppi cliché), nell’assenza di una figura femminile (“almeno David Copperfield aveva una zia” è il titolo di un capitolo).
“Una sensazione insidiosa: come un mostro molle e spugnoso che si alimenta delle paure, della sfiducia, del rifiuto, dell’abbandono”. Poi il dolore infantile diviene adulto.
Passano quarant’anni da quella mattina, Massimo é ormai il Gramellini giornalista quando scopre, in maniera apparentemante casuale, la verità sulla prematura scomparsa della madre. Da questa rivelazione prende avvio un percorso di rielaborazione – una psicoterapia con se stesso nel doppio ruolo di paziente e clinico – che lo condurrà ad un finale inatteso solo se si hanno occhi davvero molto miopi: Massimo scopre la capacità di vivere e la riscrive come un ricettario dal titolo “Fai bei sogni” che solo adesso suona come un evocativo: “tu, se sei stato sfigato come me, abbi il coraggio di vivere e per vivere, in senso pieno, ti consiglio di sognare”.

Chiudo il libro e ne parlo con un largo numero di persone. Ne deduco qualcosa di molto scontato ma non per questo rassicurante: Gramellini ha il merito di aver liberalizzato il dolore, di aver aperto le frontiere della sofferenza non di un furfantello nato dal genio di una penna, bensì di un famoso giornalista che – valore aggiunto – bazzica anche i salotti televisivi. Dal punto di vista stilistico Fai bei sogni è piatto: nessun gioco di parole degno di sottolineatura, nessun apporto letterario significativo, una lineare cronaca esistenziale. Finalmente ho la risposta alla mia domanda, perché Fai bei sogni ha venduto più di un milione di copie? Perché per Fai bei sogni molti italiani sono diventati lettori?

Perché Gramellini ha del rigore nel mettere in vetrina il tormento e quando si tratta di ammirare l’esposizione del dolore i nostri connazionali, siamo onesti, non sanno proprio battere in ritirata. Allora mi rimpossesso del gusto di stilare classifiche soprattutto quando oggetto di queste sono i libri da comprare e quelli da non prendere in considerazione.

Gaia Genovese