Faith No More 18 anni dopo

sol invictus

Era il 1997 e i Faith No More uscivano con Album Of The Year.
Poi, il silenzio: diciotto lunghi anni senza un inedito.

Mi sono avvicinata a Sol Invictus in punta di piedi, con la circospezione di chi è pronto un po’ a tutto e un po’ a niente.
Diciotto anni sono tanti per non mettere in conto qualche cambiamento nelle cifre stilistiche, quel genere di cambiamenti che tanto si aspettano e altrettanto si temono.

Non date retta agli accordi rassicuranti di pianoforte in apertura: Sol Invictus non è un album che si possa comprendere senza averlo ascoltato almeno un paio di volte.
Ad un primo ascolto l’impressione di avere a che fare con un collage di suggestioni e influenze c’è, un altro esercizio di eclettismo da cui Mike Patton e compagni escono – manco a dirlo – brillantemente.

Sol Invictus non rappresenta probabilmente il punto più alto dell’esperienza artistica dei Faith No More, ma è senz’altro una ripartenza di tutto rispetto e promette bene.

Ma Sol Invictus una sua coerenza ce l’ha, e se c’è spazio per i ritmi marziali, le influenze blues, per le chitarre heavy metal, è solo perché tutto rientra perfettamente nel crossover camaleontico a cui da sempre ci hanno abituato i Faith No More.
L’album – lo si percepisce bene – è frutto di sperimentazioni che garantiscono un’attualità di suono che non ti aspetti per una band che ha sul groppone trent’anni di carriera.

Sol Invictus non rappresenta probabilmente il punto più alto dell’esperienza artistica dei Faith No More, ma è senz’altro una ripartenza di tutto rispetto e promette bene.
Dopo tutto, uscirsene diciotto anni più tardi con un disco che non tradisce le aspettative del pubblico e – allo stesso tempo – risulta così attuale, è sorprendente.

O forse no, se ti chiami Mike Patton.

Laura Sarti