Fare caso alla felicità, intervista a Kurt Vonnegut

VONN

Testo e intervista “immaginaria” di Silvana Farina

Ho realizzato uno dei miei sogni migliori: intervistare Kurt Vonnegut. In occasione della pubblicazione di Quando siete felici, fateci caso da parte di Minimum fax, lo scrittore americano mi ha concesso un’intervista telefonica, un vero privilegio per me.

Martina Testa ha tradotto i discorsi di laurea che Vonnegut è stato chiamato a tenere presso le università americane. Questo libro, come poche cose nella vita, cade nel momento giusto del mio travagliato percorso esistenziale, dato che anche io, ai miei suonati venticinque anni, concludo una laurea specialistica. Peccato che proprio l’altro giorno litigavo (via mail, ma non sotto falsa identità) con un professore con il quale ho sostenuto uno degli ultimi esami, teoria e storia dei generi letterari. Le cose sono andate così: a una mia semplicissima richiesta di informazione, mi sono sentita bruscamente rispondere: Ci è concessa la facoltà di decidere (etc…), o dobbiamo eseguire la volontà degli studenti? Con tanto di tono incazzato e firma puntata. Al che sarei voluta esplodere sinceramente, scrivendo magari quanto segue: Gent.mo Prof… emerito vuole la risposta? Sì. E sa perché? Perché finora abbiamo eseguito la vostra di volontà e le cose, a quanto pare, non sono migliorate, abbiamo comprato i vostri libri, vi abbiamo assecondato a lezione, ci siamo annoiati, ma niente. Anzi, se lo vuole proprio sapere, le cose sono peggiorate: quindi sì è ora che voi eseguiate la volontà degli studenti. Proviamoci almeno. Cordialmente vostra laureanda.

Tutto ciò, però, non è mai accaduto. Così, dopo aver letto questo libro meraviglioso con una primaverile copertina meravigliosa, ho deciso di chiamare in causa uno dei più grandi scrittori di tutti i secoli dei secoli.

Signor Vonnegut, la stampa, che come lei dice si occupa di sapere e capire sempre tutto, spesso constata che i giovani sono apatici. Che cosa ne pensa?
La nuova generazione di laureati forse non ha assunto un certo tipo di vitamine o di minerali, magari il ferro. Hanno il sangue stanco. Gli serve il geritol (sorride). Be’, in quanto membro di una generazione più vispa con un luccichio negli occhi e il passo scattante, vi voglio dire cos’è che ci teneva belli carichi quasi tutto il tempo: l’odio.

In che senso?
Per tutta la vita ho avuto gente da odiare, da Hitler a Nixon, non che siano minimamente paragonabili nella loro malvagità. È tragico, forse, che gli esseri umani riescano a trarre così tanta energia ed entusiasmo dall’odio. I ragazzi che si laureano non sono sonnacchiosi, non sono indifferenti, non sono apatici. Stanno solo portando avanti l’esperimento di fare a meno dell’odio, si sono accorti giustamente che l’odio, a lungo andare, è nutritivo quanto il cianuro. Quella in cui si stanno cimentando è un’impresa molto esaltante, e gli faccio i miei migliori auguri.

Sono tante le definizioni che hanno dato alle diverse generazioni. Quella della fine degli anni novanta è stata etichettata molte volte come “generazione x”.
Vi hanno chiamato “Generazione X”. Ma siete una “Generazione A” tanto quanto Adamo ed Eva. Da quanto ho letto nel libro della Genesi, Dio non donò ad Adamo ed Eva un pianeta intero. Gli donò una proprietà di dimensioni gestibili, diciamo, tanto per intenderci, ottanta ettari. E io consiglio a voi, Adami ed Eve, di proprorvi come obiettivo quello di prendere una piccola parte del pianeta e metterla in ordine, rendendola sicura, sana di mente e onesta. C’è un sacco di pulizia da fare. C’è un sacco di ricostruzione da fare, sia a livello spirituale che materiale.

Studiare è importante, ma cosa ci dice di coloro che non hanno mai avuto la possibilità o la voglia di andare all’università?
Due degli scrittori e degli oratori più brillanti della storia americana, e che si sono espressi su temi della massima profondità, erano operai autodidatti. Conosco persone con un dottorato a Yale che a parlare e a scrivere non valgono un soldo bucato.

Quali consigli può dare ai giovani neolaureati?
Immagino che tutti voi desideriate, tra le altre cose, fare soldi e trovare il vero amore. Ve lo dico io come fare soldi: lavorate molto sodo. Ve lo dico io come trovare l’amore: vestitevi bene e sorridete sempre. Imparate tutte le canzoni appena uscite. Che altri consigli posso darvi? Mangiate tanta crusca in modo che la vostra dieta abbia il necessario apporto di fibre. L’unico consiglio che mio padre mi abbia mai dato è stato questo: «Non ti ficcare niente nelle orecchie». Dentro le orecchie ci sono le ossa più piccole di tutto il corpo umano, e anche il senso dell’equilibrio. Se vi maltrattate le orecchie, rischiate non solo di diventare sordi, ma anche di cadere in continuazione per terra. Quindi lasciatele in pace. Stanno benissimo così come sono. Non abbandonate mai i libri. È così piacevole tenerli in mano, col loro peso cordiale. La dolce riluttanza delle pagine quando le sfogliate coi vostri polpastrelli sensibili. Gran parte del nostro cervello si dedica a decidere se quello che tocchiamo con le mani ci fa bene o male. Anche un cervello da quattro soldi sa che i libri ci fanno bene.

Forse non importa a nessuno quanto siamo intelligenti, ma a volte mi chiedo che cosa rappresenta per noi stessi, per la società la fine degli studi universitari…
Ho solo una cosa da dire, in pratica: questa è la fine; questa è sicuramente la fine dell’infanzia. «Ci dispiace tanto», come dicevano durante la guerra del Vietnam.
Questo è un cosiddetto rito di passaggio all’età adulta. Ma, in generale, le società ultramoderne e massicciamente industrializzate come la nostra hanno deciso di sbarazzarsi dei riti di passaggio all’età adulta- a meno che non si voglia contare il rilascio della patente di guida a sedici anni.

In effetti è proprio così…
Sto facendo lo scemo perché provo molta pena per voi. Provo molta pena per tutti noi. La vita tornerà ad essere molto dura, appena finirà tutto questo. E il pensiero più utile a cui potremo aggrapparci quando si scatenerà di nuovo l’inferno è che non siamo membri di generazioni diverse, tanto dissimili fra loro, come alcuni vorrebbero farci credere, quanto gli eschimesi e gli aborigeni. Siamo tutti così vicini nel tempo che dovremmo considerarci fratelli e sorelle.

Io però sono molto arrabbiata con le vecchie generazioni, quella dei miei genitori per esempio. A volte molti di noi si sentono orfani.
Io ho parecchi figli- sette, per la precisione- decisamente troppi per un ateo. E ogni volta che i miei figli si lamentano con me dello stato del pianeta, rispondo: «State zitti! Io qui ci sono appena arrivato. Mi avete preso per Metusalemme? Pensate che le notizie del telegiornale mi piacciano più che a voi? Vi sbagliate». In questo momento stiamo tutti condividendo più o meno lo stesso arco di vita. Cos’è che le persone un po’ più anziane vogliono dalle persone un po’ più giovani? Che gli riconoscano il merito di essere sopravvissute così a lungo, e spesso in maniera creativa, in condizioni difficili. Le persone un po’ più giovani sono intollerabilmente restie a riconoscergli questo merito.

Anche questo è vero. Allora ogni tanto mi chiedo cos’è che è andato storto?
Io sono così intelligente che ho capito cosa c’è che non va nel mondo. Durante e dopo le nostre guerre, e i continui attacchi terroristici in tutto il globo, ognuno si chiede: Cos’è che è andato storto? Ciò che è andato storto è che troppe persone, dagli studenti delle superiori ai capi di stato, obbediscono al Codice di Hammurabi, un re babilonese vissuto quasi quattromila anni fa. Ci sono echi del suo codice anche nell’antico testamento. «Occhio per occhio dente per dente». Se Cristo non avesse pronunciato il Discorso della Montagna, con il suo messaggio di misericordia e pietà, io non vorrei essere umano. Preferirei essere un serpente a sonagli. La vendetta genera vendetta, che genera vendetta, che genera vendetta, formando una catena continua di morte e distruzione che lega le nazioni di oggi alle tribù barbare di migliaia e migliaia di anni fa.

In un discorso alla Rice University del 2001 ha parlato del senso di comunità e ha detto che dobbiamo imparare ad amare il nostro destino.
Marck Twain, alla fine di una vita di profondo valore, per la quale non aveva mai ricevuto un premio Nobel, si chiese per quale scopo vivevamo tutti quanti. Tirò fuori cinque parole che lo soddisfacevano. Soddisfano anche me. E dovrebbero soddisfare anche voi: La stima dei nostri vicini.

Ci dica qualcosa del suo rapporto con la religione.
Se mai dovessi morire- Dio non voglia- vorrei che sulla mia lapide ci fosse scritto: l’unica prova che gli serviva dell’esistenza di Dio era la musica. Noi umanisti cerchiamo di comportarci in maniera dignitosa e onesta senza aspettarci nessuna ricompensa o punizione in una vita dopo la morte. E dato che il creatore dell’universo ci rimane finora inconoscibile, facciamo del nostro meglio per servire la più grande astrazione che arriviamo a comprendere, ossia la nostra comunità.

Una volta ha detto: La vita fa troppo male. (…) Tutta la grande letteratura parla di che fregatura sia la vita degli esseri umani. Di solito tendiamo all’autocommiserazione e alla depressione, ma di che cosa non dobbiamo dimenticarci?
Mio zio Alex Vonnegut, un assicuratore che abitava al 5033 di North Pennsylvania Street, mi ha insegnato qualcosa di molto importante. Diceva che quando le cose stanno andando a gonfie vele bisogna rendersene conto. Parlava di occasioni molto semplici, non di grandi trionfi. Mi diceva che era importante in quei momenti, dire ad alta voce: Cosa c’è di più bello di questo?

Silvana Farina