Federico Fiumani intervista


Enigmatico, introverso, timido ma al tempo stesso rabbioso, grintoso, energico. Tutto questo è Federico Fiumani, leader dei Diaframma e padre della New Wave italiana. E’ passato più di un anno dall’uscita del loro ultimo disco (“Niente di Serio“, Self, 2012) e ben 33 dal loro debutto. Noi lo abbiamo incontrato per scoprire, impunemente, cosa si cela dietro uno dei personaggi più interessanti e controversi che l’underground italiano abbia mai avuto e come vede, lui che di musica (vecchia e nuova) ne ha sentita un bel po’, le new generations di musicisti nostrani.

Intervista e testo di Flavia Guarino
Foto di Giovanna Buccino

Sono passati oltre trent’anni dal debutto dei Diaframma. Adesso che è passato un bel po’ di tempo e la musica indipendente in italia è cambiata (e non poco), tu che sei un po’ il padre della new wave underground nostrana, come credi che sia cambiata la musica indipendente in generale e, soprattutto, la new wave in Italia?
Io credo obiettivamente che la new wave, quella che abbiamo fatto noi anche negli anni ’80, sia morta a livello di genere, nel senso che comunque non vedo dei gruppi che possano essere definiti new wave oggi. E direi che è anche un bene, anche perché così noi ci teniamo gli originali e gli altri giustamente delle loro generazioni fanno la musica che più gli compete. Ci sono dei gruppi interessanti che hanno delle reminiscenze del nostro genere che hanno una sensibilità pop ma anche vagamente wave come i The Giornalisti di Roma o gli A Classic Education di Bologna. Però sai quelli che fanno proprio new wave calligrafica, in stile anni ’80, non mi piacciono tanto. A questo punto mi tengo gli originali. E’ stato un bellissimo periodo, quello dei miei vent’anni, con un’energia e un entusiasmo particolari, dove scoprivamo le cose per la prima volta. Questo è un genere che ho sempre sentito molto mio e credo di aver detto la mia a livello italiano. Penso che un disco come “Siberia” è tutt’ora ricordato.

Appunto, parlando dell’ “entusiasmo” dei tuoi vent’anni, entusiasmo riscontrabile in tutti i tuoi prodotti discografici, ma anche nelle esperienze live e nei tuoi video (indimenticabile è la grinta che tiri fuori nel video di “Gennaio”) che diventa quasi rabbia e che ritroviamo ancora sul palco, dopo trent’anni, quasi come una costante del tuo stile, verrebbe quasi da chiedersi, soprattutto per te, che hai vissuto in una società che dava ai giovani diversi motivi per sentirsi “incazzati”: la rabbia che esprimi in tutte le tue manifestazioni (discografiche, editoriali e “concertistiche”) ha una matrice prettamente sociale o è semplicemente un tuo modus vivendi?
Dunque, ti premetto, che un genere che ho amato tantissimo è il punk del ’77, la voglia di fare musica è partita da lì. I punk erano molto incazzati, molto violenti e a me questo modo di vivere è entrato dentro perché avevo 17 anni e a quell’età l’aggressività è una cosa naturale, congenita. Mi è rimasta anche nei live questa cosa qui, perché altrimenti il concerto diventa noioso, a mio parere. Non essendo un virtuoso né della voce né della chitarra, almeno ci metto la grinta e faccio capire che credo davvero a quello che faccio. Quindi in tutte le mie espressioni, musicalmente parlando, ci metto un po’ di quella sana incazzatura derivata principalmente dal punk, che è il genere che ho amato in assoluto più di tutti.

E nei confronti della vita?
Nei confronti della vita incazzato? (ci pensa un po’) Si, direi di si, anche perchè nella vita di tutti i giorni sono piuttosto introverso, quindi il palco mi serve per sfogare una parte di me che non verrebbe fuori altrimenti.

Da quello che si legge dai tuoi libri e dalla storia della musica new wave italiana in generale, si è sempre evinta una forte rivalità (reale o presunta) coi Litfiba, ma adesso, dopo trent’anni, diciamocelo: come stanno realmente le cose?
Negli anni ’80 i rapporti tra noi erano strettissimi, avevamo la stessa casa discografica, condividevamo la sala prove, abbiamo fatto insieme concerti in Italia e in Europa, insomma, eravamo molto amici, ma poi, come in tutte le cose della vita, si cambia, si scelgono strade diverse, io ho scelto un’altra strada, ho scelto l’Underground mentre loro sono diventati un gruppone mainstream e così ci siamo allontanati. Insomma, i rapporti adesso sono formali: se ci vediamo ci salutiamo, ma si è persa quella forte amicizia che c’era in quegli anni.

Entrando un po’ più nel personale, ascoltando i tuoi dischi e leggendo i tuoi libri, in particolar modo “Brindando coi demoni” (Coniglio Editore, 2007), sembra quasi che la sessualità per te abbia un ruolo fondamentale nella stesura dei tuoi brani. Quanto incide il sesso nella tua produzione musicale?
Non c’è una misura precisa. Potrebbe essere anche una sorta di compensazione. Nel senso “Non hai una ricca vita sessuale, ma hai una ricca vita artistica”. In questo senso potrebbe essere una sublimazione del sesso stesso la musica. Generalmente, potrei farti l’esempio del passaggio che c’è stato tra “Difficile da trovare” e “Niente di serio”. Sono passati tre anni e in quei tre anni ho avuto una storia bellissima, molto intensa, durata un anno e mezzo, e in quell’anno e mezzo non ho scritto niente, perché ero completamente assorbito da questa storia e mi appagava. Finita questa storia invece sono venute fuori delle canzoni che parlavano di quello che avevo vissuto sentimentalmente durante questa relazione. Insomma, è stato anche un mezzo,forse, per esorcizzarla e per liberarsene.

Quindi, artisticamente parlando, qual è il rapporto tra il Federico Fiumani artista e le donne? Sembra quasi un amore-odio…
No, odiarle mai (sorride). Ho dedicato a loro il 90 % delle mie canzoni. Sarei un masochista se le odiassi. Le amo molto anche perché purtroppo ho avuto la sfortuna di perdere mio padre a 5 anni e quindi sono stato tirato su esclusivamente da mia madre e mia sorella più grande, quindi ho vissuto in un mondo di donne anche un po’ vessato. Forse se avessi avuto il padre sarei stato anche più equilibrato, ma è andata così… Se scrivo delle donne nelle mie canzoni è anche per sublimare le mie relazioni finite e trasportare in una dimensione artistica ciò che ho vissuto.

Ma adesso parliamo un po’ del tuo nuovo disco, “Niente di serio”, che vede anche la partecipazione di Gianluca De Rubertis de “Il Genio”, un gruppo che sembra lontano anni luce dal rock graffiante dei Diaframma. Dobbiamo cominciare a pensare a una svolta, musicalmente parlando?
Io ho sempre ammirato tantissimo Gianluca, con gli Studiodavoli e con il Genio, di cui sono un grande fan e quindi mi piaceva che portasse un po’ i suoi suoni e il suo gusto nelle mie canzoni. Forse è venuta fuori una cosa un pochino più pop, ma è anche giusto, perché per questo disco avevo voglia di ammorbidire un po’ i toni. Ma non credo che abbiamo snaturato eccessivamente il nostro suono, è un capellino più morbido, ma va benissimo così.