Hacksaw Ridge

“Who the hell is Desmond Doss?”. Così comincia questo trailer del nuovo film, con questa forte domanda che è la stessa che si pongono a Fort Jackson i personaggi di Vince Vaugh e Sam Worthington, che sono i superiori incaricati di addestrare i fucilieri per la guerra (il film è ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale). Come è possibile che un uomo, che non vuole uccidere e nemmeno impugnare un’arma, possa andare in guerra?

Su questa domanda e sul rapporto/dialettica tra fede e volontà di difendere il proprio paese si costruisce questo interessantissimo film di Mel Gibson, che segna un deciso ritorno del regista californiano nell’Hollywood che conta, dopo che era stato “allontanato” per i suoi problemi con l’alcol e, soprattutto, la violenza. Però Hollywood è sempre pronta a dare una seconda chance e Gibson l’ha raccolta costruendo un film molto stimolante e ben fatto, nonostante alcuni difetti.

“Hacksaw Ridge” è la storia di Desmond Doss, figlio di una madre timorata di Dio e di un padre alcolizzato ex soldato della Prima Guerra Mondiale, che per un trauma infantile promette davanti a Dio di non voler più rischiare di uccidere nessuno. Questa sua fede si dovrà scontrare, però, con il desiderio di difendere il suo paese e dovrà lottare durante il suo addestramento per riuscire ad ottenere il suo obiettivo senza per questo perdere i suoi ideali.

Confrontarsi con la fede e gli ideali è sempre complesso e il rischio di banalizzare è forte, soprattutto di cadere nella facile retorica americana. Lo script di Gibson fortunatamente non cade in questo tranello e, anzi, nei suoi momenti chiave si sviluppa attraverso scene veramente ben scritte. Cito per esempio il “riscatto” del padre di Desmond, un sublime Hugo Weaving, oppure i momenti di vera sofferenza a Fort Jackson, in cui emerge un Andrew Garfield fantastico, che se non fosse per Gosling/Affleck sarebbe in forte odore di Oscar.

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Non ho trovato così entusiasmante il momento della guerra, che per Gibson è il momento della vera e assoluta violenza, su cui viene costruito il contrasto con gli ideali di Doss. Il problema è che in certi momenti l’ho trovata un po’ troppo pesante, ci sono scene un po’ troppo spettacolarizzanti e non c’è dubbio che lo spirito americano (e il suo animo violento) siano venuti fuori. Anche se capisco che l’obiettivo è quello di esaltare un vero eroe che ha compiuto delle gesta incredibili.

Una proposta di film interessante e ben scritta, che ci riconsegna un ottimo Mel Gibson e che forse potrebbe raccogliere qualche soddisfazione dall’Academy, ma che, soprattutto, ci ricorda quanto forte possa essere una fede, che sia essa nei confronti di un’idea o di un dio.

Matteo Palmieri