Iacopo Pasqui, realtà e finzione del quotidiano

Incontro Iacopo Pasqui un pomeriggio piovoso, di quelli che hanno l’odore della primavera ma non abbandonano i colori dell’inverno. Tira vento e ho i nervi tesi. Temo di collezionare una lunga serie di gaffe parlando di fotografia: insomma soffro di timore reverenziale, e di freddo! L’agitazione si consuma nel breve lasso di tempo di un caffè: la conversazione mi appassiona perché chi mi sta dinanzi ha gli occhi sinceri di un ragazzo che non è si montato la testa e parla con la sicurezza di chi i gradini per arrivare dove si trova li ha saliti tutti, uno per uno, scortato da quell’ arma micidiale chiamata passione. Eppure questo ragazzo che si sta raccontando con estrema umiltà ha un incarico presso la prestigiosa agenzia Magnum e le sue foto sono di quelle opere che ti incantano e ti frastornano di dubbi, sono opere intelligenti. Vi lascio alla nostra chiacchierata…

Intervista di Gaia Genovese

Presentati: chi sei? Di che cosa ti occupi?
Il mio nome è Iacopo Pasqui, ho ventisette anni e mi occupo di fotografia a tempo pieno! Contemporaneamente proseguo gli studi in scienze delle comunicazioni presso l’università di Teramo, dove mi sono iscritto nel 2009 dopo aver frequentato per alcuni anni la facoltà di giurisprudenza che ho lasciato per dedicarmi alla fotografia e poi passare, anche negli studi, a qualcosa che si avvicinasse al mio ambito di maggior interesse e quindi scienze della comunicazione è congeniale all’intento. Diciamo che ho assecondato la mia istintività: sentivo la necessità di dare spazio e sfogo a qualcosa che voleva essere espresso, così mi sono risvolto alla fotografia. Con essa posso raccontare ciò che mi circonda partendo sempre da un principio che ho dentro.

L’ambito universitario ritieni ti abbia dato qualche opportunità in più?
Si, nell’università ho incontrato dei docenti con i quali si è creato uno scambio molto fecondo che mi ha entusiasmato e mi ha reso contento.

Come ti sei avvicinato alla fotografia? Cosa ti affascinava?
Io non ho mai fatto corsi di fotografia, mai fatto scuole perché credo che i corsi ti diano un’impostazione piuttosto rigida ed accademica. Invece studiando da autodidatta, quindi iniziando a lavorare sul campo, riesci in qualche modo a trovare la tua strada di approccio, ti costruisci da solo il tuo percorso. Seppure non ho iniziato totalmente per caso, perché è una passione che ho sempre avuto, ad un certo punto questa stessa passione è esplosa ed io ho assecondato la forza interiore che avvertivo. In questo modo ho iniziato a lavorare a dei progetti miei, autofinanziati ed autoprodotti, un po’ in giro per il mondo: dal Nepal al Libano, in Africa e negli Stati Uniti. Di volta in volta studiando e condividendo l’interesse con altri fotografi, sono cresciuto professionalmente e tecnicamente. Ciò che mi affascina particolarmente, anche di alcuni miei colleghi, è il modo di approccio verso quello che si fotografa. La differenza credo che stia tutto racchiusa lì ossia in cosa riesci a far vedere di una determinata cosa.

Quindi sconsigli i corsi di fotografia o ritieni che il tuo caso sia un’eccezione?

Li consiglio per chi avesse voglia di conoscere la parte tecnica della materia visto che ci sono dei tecnicismi che, volendo apprenderli da soli, risultano molto difficili. Comunque dipende da corsi e corsi perchè numerose variabili possono influire positivamente o negativamente. In linea generale li sconsiglio se c’è una reale intensione di apprendimento, e soprattutto assecondando la mia convizione che la tecnica non è tutto, ci vuole l’occhio che guarda, occorre il talento! Fotografare deve essere una necessità, non un dovere.

E’ evidente a tutti che, dopo il cellulare, l’altro accessorio decisamente cult nell’immaginario collettivo di questi anni sia la reflex: cosa pensi di tutti questi ragazzi che si sentono fotografi per la sola ragione di possedere una buona macchinetta?

Provo indifferenza: è una moda che viene da lontano, ma si ferma ad una moda. Siamo pieni di persone che fanno i fotografi ma che non sono fotografi; come prima cosa bisogna sentirsi fotografi, avere la necessità di scattare, non lo si deve vedere come un obbligo. Molti pensano che basti avere un buon mezzo per scattare un’ottima foto. Al riguardo mi vengono in mente autori che hanno teorizzato questa tendenza all’automatizzazione della macchina fotografica. In particolare un autore, Franco Vaccari, in un suo saggio intitolato “Fotografia e incoscio tecnologico” sostiene che le macchine possano fare assolutamente tutto da sole, senza che il fotografo metta la benchè minima anima in quello che è il risultato finale della fotografia. Ciò in parte è vero; tutte queste persone che seguono la moda della reflex affrontano la fotografia in questo modo. Anche lo stesso scattare foto per pubblicarle nei social network fa parte del processo di democratizzazione della fotografia. Diciamo che della fotografia in senso ampio se ne possono fare diversi utilizzi, stando bene attenti a non generalizzare dando per scontato che avere una macchina fotografica equivalga a fare buone foto e ad essere necessariamente un fotografo.

Quale connotazione prediligi dare alle tue fotografie?
Prediligo la connotazione documentaristica, che poi venga interpretata come artistica quello è un altro conto ma il mio approccio è e rimane documentaristico. Anche nel progetto che ho realizzato per Leica il tipo di fotografie che ho presentato, seppure molto concettuali, sono comunque documentaristiche perchè raccontano luoghi che ci circondano, offrono la realtà vista attraverso una mia interpretazione personale; pertanto possono essere considerate come reportage, seppur un reportage non realizzato secondo i classici schemi. Ma la categorizzazione dei generi fotografici può risultare spesso superfua. Se ad esempio consideriamo una foto di moda, anch’essa può avere una connotazione documentaristica in quanto racconta il tipo di costume in quel determinato periodo storico, così la rigidità nell’affrontare la diversità nella fotografia decade.

Consideri l’obiettivo della macchina fotografica il tuo terzo occhio naturale o semplicemente uno strumento meccanico esterno alla tua persona?
Un compromesso tra i due: è il mio occhio meccanico! (risata)

Parliamo della tua partecipazione al concorso Leica Talent 24 per 36..
Mi piace di più definirlo progetto perché si è svolto in due fasi: la prima fase che era quella della selezione, nella quale si dovevano presentare tre fotografie; successivamente, superata la selezione, veniva la parte del contest e della competizione. Quindi si veniva incaricati di realizzare un progetto preciso sul tuo luogo di residenza. E’ difficile fare questo tipo di lavoro perchè all’inizio tu decidi cosa vuoi portare a termine, metti in cantiere un’idea sapendo che in un secondo momento non la potrai modificare. Questo tipo di impostazione ti insegna a rapportarti con una progettualità ben precisa e perciò si tratta di un’esperienza davvero molto formativa. Inoltre ci hanno consegnato loro la macchinetta fotografica con cui scattare: una difficoltà in più per me che normalmente lavoro ancora con la pellicola. Grazie al clima stimolante che si era creato con gli altri partecipanti vi è stato una grande coinvolgimento emotivo, è questo ha reso il concorso un’esperienza indimenticabile.

Leggendo la tua biografia balza all’occhio che sei nativo di Firenze seppur trapiantato ormai da anni a Pescara. Avresti preferito ai fini del concorso Leica possedere la residenza fiorentina piuttosto che dover fotografare Pescara, città architettonicamente non bella quanto la prima?
Mi piacerebbe sicuramente risiedere in un’altra città dove ci sono più stimoli mentre a Pescara te li devi andare a cercare, ma per le fotografie penso che a Firenze non avrei potuto fare un lavoro di questo tipo.

Hai vinto un concorso dove partecipavano persone che hanno fotografato città bellissime, ciò mette in evidenza ancor di più la tua bravura…
Speriamo che sia così! Sicuramente quando una città non ha una storia che ti lascia sospeso è difficile decidere cosa fotografare. Io ho scelto di fare un diario, un progetto di ampio respiro, senza margini troppo precisi proprio perché sapevo che in questa città trovare qualcosa da raccontare, che avesse una forza anche narrativa, era molto complicato. Mi sono lasciato quest’apertura per far emergere quello che avevo dentro di me da dire riguardo a Pescara, creando poi una storia di sana pianta dove c’è una critica molto forte al suo quotidiano, agli ambienti dove vivo ed indubbiamente alla società nel suo complesso. C’è un legame tra le fotografie che si susseguono di settimana in settimana, e c’è una conclusione ben precisa che si può considerare come un punto di vista sotto il profilo narrativo. Sicuramente ho voluto creare una dimensione un po’ onirica, alla David Lynch.


Quali sono state le tue influenze non solo in ambito fotografico ma anche nelle altre forme veicolanti l’arte?

Le mie influenze vanno dal cinema alla storia dell’arte, alla letteratura. Mi piace molto Caravaggio. Molti studiosi affermano che questo secolo è il secolo dell’immagine e ritengono che Caravaggio venga così tanto apprezzato perché ha dato, secoli e secolo fa, una visione cinematografica dell’arte. Io spesso mi chiedo: se Caravaggio fosse esistito oggi avrebbe fatto il fotografo o l’artista? Ma soprattutto la mia passione è il cinema. Ho avuto la fortuna di lavorare negli Stati Uniti su alcuni set cinematografici e questo ha cambiato non poco il mio modo di guardare e di fotografare perché ha arricchito il mio bagaglio culturale. Per quanto riguarda la letteratura mi viene subito in bocca il nome di Calvino.

Preferisci rivolgere i tuoi scatti alle persone o ai luoghi?

Adoro contestualizzare il soggetto nella realtà che lo circonda perché i luoghi mostrano di più delle persone quella che è una stratificazione socio-culturale. Mentre le persone dinanzi ad un obiettino possono nascondersi, i luoghi ti ingannano difficilmente e rimangono il riflesso di ciò che noi siamo. Le persone decontestualizzate dai loro luoghi intimi molto spesso mutano: già quando attraversi il portone di casa puoi metterti una maschera che ti mostra diverso da quando ti relazioni con te stesso.

Hai intitolato il tuo progetto per Leica “Uncommon Time”, come mai?

Tutto quello che ho ritratto è fuori dal comune, alcune sono visioni che si possono considerare fantastiche, sono scene alle quali nessuno presta particolare attenzione. Uncommon time per me ha il significato di indefinito ed ho chiamato così il progetto perché non mi piace lo scatto istantaneo, per cui ho cercato di ritrarre cose per le quali non c’è la riconoscibilità del tempo, che non riconducono ad una contemporaneità. Per esempio la fotografia della macchina gialla è stata scattata proprio per simboleggiare il tempo: è ferma, immobile ma le scie di colore, di luce danno l’effetto di una macchina che viene chissà da dove e chissà da quando, si ha la duplice sensazione di staticità/dinamicità.
Il tempo è fragile oggi che si va così veloce però i segni del passato, la macchina d’epoca, rimangono. Tutto il lavoro è improntato sul rapporto tra realtà e finzione nel mio quotidiano: così il tempo favorisce l’inganno.

Colpisce la foto del negozio di parrucche, è l’iconografia di un ricordo infantile?
Non è una fotografia che ho fatto per un retaggio mio, al contrario la foto del negozio di cappelli, quello storico di corso Manthonè, è legata ad un ricordo fanciullesco. La foto delle parrucche è connessa ad un’immagine di oggi nel senso che l’apparenza, la formalità nell’apparire è la cosa principale per molte, troppe persone. Per cui ci si sorprende , seppur senza ragione, nel notare che sopravvive un negozio di parrucche, una vetrina tolta al tempo: può essere propria del passato come legata al presente.

Vincere il concorso ti ha aperto le porte della Magnum. Questo incarico ti spaventa? Pensi che dovrai rinunciare a qualcosa?

Da un lato mi spaventa ma è una paura positiva, è un’ansia nel voler far bene. Sono motivato e non vedo l’ora di iniziare. Spero che si traduca in un’opportunità per uscire da questo contesto e soprattutto che mi dia la possibilità di lavorare come voglio, nel senso di concentrare il mio modo di fare fotografia avendo un riscontro positivo. Non penso che dovrò rinunciare a qualcosa e, se sarà necessario fare delle rinunce, dovranno essere il meno dolorose possibili.

Pescara è un luogo sul quale vorresti ancora lavorare?
Nonostante sia un posto dove è difficile trovare degli stimoli e le ricerche che uno personalmente conduce non hanno sbocchi, la passione io l’ho rintracciata sempre dentro di me. Sicuramente Pescara non mi entusiasma però è un luogo sul quale voglio ancora lavorare perché ho vissuto gran parte della mia vita in questa città e mi sento di dover fare delle cose per questa città. Non ho le radici radicate e lo dimostra il fatto che mi sono trovato bene in tutti i posti dove sono stato ma, stando qui, voglio che anche la mia fotografia possa contribuire al modo di guardare Pescara al fine di stimolare le persone verso una riflessione.

Prossimi progetti?
Ho proprio un progetto che riguarda Pescara intitolato “P come città” dove si scorge il fatto che Pescara è una città solo per le leggi, manifestando alcune caratteristiche che la riconducono alla provincia. Poi ci sono tanti altri progetti che ho in cantiere da realizzare nei prossimi anni. Io penso alla fotografia come ad una progettualità più ampia, ragione per cui scatto davvero molto poco; così posso dire che di progetti da realizzare in un futuro ce ne sono diversi e piano piano vedrò di portarli a compimento.

L’ultima mostra che hai visitato?
Steve McCurry a Roma, dove ero in occasione del Photoshow.

Chi è il fotografo a cui ti senti particolarmente devoto?
Non c’è solo un fotografo. La mia ricerca è stata molto influenzata da Luigi Ghirri e dalla scuola fotografica tedesca e americana, quindi Egglestone e Stephen Shore. Un lavoro importante di quest’ultimo, realizzato negli anni settanta, si intitola proprio “Uncommon places”. Questi i riferimenti a livello accademico perché secondo me c’è un momento nella vita in cui devi studiare la fotografia ma poi devi smettere di guardare i fotografi ed iniziare il tuo percorso, lasciandoti influenzare da tante altre cose, da tutto quello che ti circonda tranne dalla fotografia per non rischiare di copiare o di essere troppo didascalico.

Credi che nel tuo occhio ci sia una ricerca intrinseca della bellezza?
Sicuramente nella mia ricerca c’è un senso estetico ed è importante che sia presente. Ma la mia ricerca parte dal rapporto dei cromatismi in relazione ai diversi contesti; la mia fotografia è molto legata alla luce ed al colore, per cui come cambia la percezione del colore ai vari cambi di luce e questo inevitabilmente si trasporta in una forma di estetismo. Ma non per questo una buona fotografia deve per forza essere bella. Quindi tendo verso ciò che per me è interessante da un punto di vista estetico.



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