Iceage



You’re Nothing (Matador, 2013)

Cosa pensiamo quando leggiamo Danimarca? Forse niente, perchè per l’italiano medio la Scandinavia è un unico paese vicino alla Russia fatto di ragazze bionde e tanta, tanta neve. E invece ci sono band come i giovani Iceage che stanno crescendo a vista d’occhio a livello internazionale. L’età del ghiaccio continua un filone che potrebbe essere la nuova ondata alternative europea. Potremmo chiamarla amarezza punk. Non duro come il vero punk, ma neanche triste e piagnucoloso come l’emo anni ’90 americano o pop l’indie odierno. Questo è il genere della band appena entrata nel roster Matador che vanta fra i tanti nomi, Cat Power, Sonic Youth e Interpol.

L’intero disco si mantiene a cavallo tra un post-punk/dark wave e un punk più puro e squadrato, ma tutto è amalgamato dai suoni sporchi delle chitarre con in sottofondo una batteria che sembra uscita dagli anni 80 puri, quelli di Black Flag e soci. Basta dare un’occhiata ai numerosi siti e blog di musica rock che crescono come funghi, per vedere quanto il disco sia apprezzato. C’è anche da ammettere che forse con la seconda uscita discografica, si sia un po’ perso l’impatto del primo album, ma questo succede sempre. Pensiamo agli ultra-celebrati Editors, la svolta elettronica è piaciuta a pochissimi, ma se non li avessimo conosciuti prima, l’avremmo apprezzato tutti. Così è successo per You’re Nothing.

Il disco si apre con Ectasy. Difficile non pensare agli Horrors, con quella voce un po’ triste e dark e quelle chitarre sporche del primo album, poi però batteria e basso ci trascinano di nuovo verso il punk nel ritornello. E verso queste sponde si mantiene ancora più fedele Coalition. Due minuti tirati con un riff tanto semplice quanto felice. Le atmosfere più dark riprendono con Burning Hand, un ritmato hardcore punk scuro e con chitarre fischiante. Morals è il pezzo forse più melodico, si narra che sia una cover di Mina, con una voce ansimante che poi si fa trascinata come dopo troppe pinte di sidro. Si aggiungono poi notevoli cambi di strofa e un pianoforte che ogni tanto fa capolino in quella che inizia e finisce come una marcia militare. Wounded Hearts è il singolo per eccellenza: ritmiche serrate, cori da stadio e chitarre un po’ più British.
Più che Danimarca sembra di essere tra i fans del West Ham. It Might Hit First è più hardcore, un minuto e ventitrè secondi che rallentano solo nel ritornello quasi Oi. Discorso simile per le seguenti, con l’eccezione di Awake che riprende il discorso iniziato con la precedente Wounded Hearts. A chiudere, You’re Nothing, la title-track.

Un buon disco veloce, che mescola trame diverse in modo tanto perfetto quanto dissonante. Come essere tristi e arrabbiati allo stesso tempo. Un po’ come un luogo per sfogarsi e tornare . Un po’ come litigare o bere.

Davide Rambaldi