Il Gabbiano Di Torrefiamma

Autore: Silvia Bellia
(Albatros il Filo, 2010)

Una bambina, un’isola dominata da una torre di pietra e tutto un mondo misterioso e inviolato, che fa sognare questa bambina finché, spinta dalla curiosità, non deciderà di scappare per sempre di casa. Sarà l’inizio di un’avventura.
Silvia Bellia sceglie di raccontare con il suo libro di esordio una storia di formazione in un’atmosfera magica e ricca di simbologie che si articolano lungo le tappe della vita di Clarminia. Una storia tenera e dolce, tra il ricordo del padre, l’innocenza di bambina, invaghimenti e una setta di “funamboli del mare” che sono portatori di una filosofia stoica e si prefiggono di considerare la vita nulla per poter camminare in equilibrio su dei fili trasparenti tesi tra i flutti agitati del mare.
Come direbbe Elijah Cash sistemandosi il cappello grigio da cow-boy il libro è dominato da un linguaggio “obsoleto e vernacolare” , la protagonista e tutti gli altri personaggi infatti si esprimono con un linguaggio compassato e rigido, espediente utilizzato probabilmente per dare una sensazione di ucronia ma che invece limita un po’ troppo la resa espressiva del libro. “Non pensi agli altri? Nel gorgo della morte non sarete liberi” lo redarguiva Albatros.
In più c’è l’abuso di metafore e similitudini che anziché aiutare il lettore a visualizzare la storia finiscono con affossare la scorrevolezza a causa di una eccessiva generosità dell’autrice nel dispensare figure retoriche; finendo col accavallare immagini su immagini che si perdono dopo pochi istanti.
Di per sé le vicende di Clarminia, e poi di Albatros, servono per offrire un esempio simbolico di come si può impegnare la propria vita e dei diversi effetti negativi che possono avere cattive influenze sulla nostra interiorità. E lo fa, solo che si serve di immagini un po’ stanche (stare in equilibrio sul mare mosso) facendo apparire di conseguenza la storia forzata. Oltre tutto i passaggi più decisivi sono flebilmente legati da intermezzi poco convincenti e noiosi. Le riflessioni della protagonista, che si limita a filtrare ciò che le sta intorno attraverso la sua poetica, non sono sempre interessanti.
Come ho già detto l’autrice cerca sempre un’immagine lirica e elaborata per dire qualcos’altro “la saggezza e l’inconscio del gabbiano le avevo cercate dappertutto, in tutti i miei voli. Nell’ascesa, nella caduta nella fuga.” Poi ce ne sono di meglio riusciti come “mentre andava via, i suoi passi erano tristi come una pioggia fitta, le cui gocce svaniscono in mare” alla quale personalmente avrei solo dato un’ulteriore piallata. Altre volte invece esagera “era come se i suoi occhi fossero stati squadrati dal vento, acuti e brillanti come un frammento di stella, intagliati con violenza e rabbia ma rifiniti dalla brezza purissima” creando quella sensazione di pesantezza cui dicevo prima.
Eppure in diversi passaggi, vedi per esempio l’incontro della bambina con una vecchia megera, l’autrice dimostra di avere un’agile occhio filmico che insegue l’azione trasmettendo con trasparenza la scena. Io, per quel che vale il mio parere, dico che se fosse stato gestito con più asciuttezza, con meno forzature fiabesche, o a scelta con un apparato più fantasioso, questo sarebbe stato un libro migliore. Da passare agli amici. Ma come ho detto è un mio parere e da cosa ho visto il libro è stato apprezzato comunque.
Leggetelo e vedrete. E dopo di mio vi consiglio anche di dare un’occhiata a “lo Studente” racconto di Cechov in cui vengono trattati i temi della religione e del nichilismo con un’eleganza che commuove e stupisce, sullo sfondo di quella Russia mistica e rurale cui ci ha abituati. Talmente profondo che potrebbe anche spingervi a riconsiderare le vostre convinzioni religiose.
Comunque nell’insieme il linguaggio che sa di formaldeide, un uso di situazioni poco originali e una certa inesperienza nel gestire i tempi “minori” della storia finiscono per penalizzare un messaggio scuramente utile, interessante e molto sentito dall’autrice.

Gregorio Enrico