Il ponte delle spie

E’ un trionfo della classica Hollywood che non annoia mai e che si cala perfettamente nelle tematiche della Guerra Fredda e degli spy movie.

Ogni volta che esce un film di Spielberg il “bambino cinematografico” che è in me si emoziona. Non ho paura di dire – come molti altri snob fanno – che il mio amore per il cinema è nato grazie a Steven Spielberg. Nonostante qualche piccolo passo falso, ogni film della sua incredibile carriera trasuda passione e amore per questo fantastico mondo senza aver mai abbandonato quella visione sognante e di meraviglia che accompagna ogni inquadratura.
“Bridge of Spies” non tradisce le aspettative e conferma ancor di più come Spielberg sia uno dei più grandi di tutti nel raccontare una storia attraverso la potenza delle immagini. E’ un trionfo della classica Hollywood che non annoia mai e che si cala perfettamente nelle tematiche della Guerra Fredda e degli spy movie.

Il film racconta la storia dell’avvocato James B. Donovan (Tom Hanks), specializzato a trattare con le assicurazioni, che si vede “quasi costretto” ad accettare un incarico molto particolare: difendere una spia russa, Rudolf Abel (Mark Rylance), catturata sul suolo statunitense con l’accusa di spionaggio. Nel frattempo, in Russia viene imprigionato un soldato americano e Donovan si troverà improvvisamente nel mezzo di una trattativa da cui potrebbero dipendere le sorti del mondo.
“Bridge of Spies” è un geniale film sul “doppio” mondo delle spie, ma non solo e sia Spielberg che i fratelli Coen (sceneggiatori dell’opera, ndr) creano un filo conduttore visivo-tematico molto sottile e di gran classe; come l’inizio del film che ci presenta la spia russa intenta a realizzare un dipinto, un autoritratto: la prima dualità di una lunga serie, fino al famoso ponte che ispira il titolo.

C’è spazio anche per il patriottismo, immancabile in questi film sui generis, grazie alla sceneggiatura dei Coen spicca una verve ironica che aiuta in una riflessione sulla giustizia nel mondo statunitense dell’epoca; uno specchio che è un modo di pensare americano, molto critico.
La figura di Tom Hanks fa percepire come l’attore di “Cast Away” e il regista si conoscano, soprattutto dopo aver lavorato a pellicole come “Salvate il soldato Ryan” e “Catch me if you can”, e non si può far altro che applaudire per la bravura con cui sostiene il ruolo del protagonista.

Spielberg non perde colpi, nemmeno a sessantanove anni e si riconferma per la sua capacità dietro la macchina da prese in grado di creare del buon cinema, e lo fa con una storia che sa di grande classico e che appassionerà qualsiasi amante del cinema.

Matteo Palmieri