IL REGNO ANIMALE

di Francesco Bianconi (Mondadori, 2011)

Non sto a raccontare come mi è stato starnutito tra le mani “Il Regno Animale” (finestra aperta, lancio olimpionico) una sera che camminavo per Cuneo, e nemmeno che dalla copertina pensavo fosse la versione soft-porno di Cappuccetto rosso (mi sbagliavo purtroppo) , ma dico che secondo me non è un bel libro. E un po’ mi spiace perché sono stato un fan dei Baustelle e alcune delle loro canzoni hanno fatto da colonna sonora ai momenti remember della mia vita, ma questo libro dimostra che un conto è scrivere canzoni un conto è scrivere libri.
Alberto ha l’energia sessuale di un panda frigido e dalla provincia Toscana parte per Milano, dove scivolerà nel jet set come in una pozza gelata, riportandoci le sue esperienze e i suoi incontri con personalità della cultura pop italiana: cantanti, fotografi, giornalisti. Riuscirà a mantenere la sua integrità nella città dove tutto ha un prezzo? Il libro ha secondo me due tipi di difetti: di forma e di sostanza.
Per forma intendo le note monster stile David Foster Wallace con cui capisci che Bianconi vuole fare sul serio, vuole fare letteratura*. Ma quelle note non aggiungono nulla all’insieme e suonano pretenziose. Stesso discorso per i cambi di focus che variano lo sguardo offerto al lettore: conosciamo una giovane escort venuta dall’estero, un politico che fa festini a luci rosse, o un giovane punk. Questi cambi finiscono sempre in vicoli ciechi narrativi, perché servono solo a confermare le conclusioni di Alberto nel capitolo finale.

Le note: non dico che sono inutili perché sono un fan offeso di DFW, ma che per esserci devono avere un motivo: quindi o Bianconi vuole far collassare la forma romanzo e scrivere un anti-romanzo, o vuole inserire dei dati per fornire informazioni più dettagliate e precise per una specie di romanzo-saggio. O semplicemente sta usando delle convenzioni stilistiche à la page. Io dico l’ultima, perché questo di sicuro non è un anti romanzo, e perché ( anche se sicuramente si è documentato sui traffici di stupefacenti nel nord Italia) non ci sono dati abbastanza precisi e esaustivi per un saggio.
I difetti di sostanza sono più semplici, riguardano certe scene (l’ubriacone di paese, la badante delusa, la morte del padre di Alberto, la storia di Robertino, le pene del giovane Alessandro Cohen) che generalmente partono bene, ben costruite e ruotano attorno a un personaggio verosimile (vedi Guido Del Pecoraio) ma diventano sempre prevedibili e retoriche. Diventano finte perché sono forzate per corrispondere alle opinioni di chi scrive. Come quando guardi “Un Medico In Famiglia” e sai di sicuro che Giulio Scarpati in un momento difficile, mentre è seduto nella penombra al tavolo della cucina, si alzerà e dirà:”Basta devo fare qualcosa” e poi tutto si risolverà come sempre perché per gli sceneggiatori si deve dare un messaggio positivo.

L’autocitazione. Quando un Bianconi fittizio compare nel libro e parla col protagonista che in principio si aspetta un supponente, ma poi, ehi, scopre che è un tipo simpatico, capisci che è davvero troppo. E anche se la fine triste che fa nel libro dovrebbe essere ironica, mette solo in una luce più grottesca lo scrittore.
Non dimentichiamo una dignitosa serie di luoghi comuni più striscianti che danno il sentore che qualcosa non va, tipo l’effetto dejà vu in Matrix. Eccone alcuni: l’uso disinvolto di psicofarmaci dei protagonisti (cliché) , il fatto che una dark abbia anche delle patologie psichiche e si tagli con le lamette (epic-cliché), il redattore di Panorama che ti usa e ti getta via, il protagonista che guarda tutto con distacco perché lui è dalla parte giusta, la divorziata ha droga in casa ma lo fa perché tiene famiglia e è stata licenziata, il padre morto in mezzo ai pomodori come Marlon Brando con il cotone nelle guance ne “Il Padrino”, il semplicismo con cui viene trattato il tema dell’eutanasia, l’uso compiaciuto di descrizioni pedantemente precise (“il germano reale appartiene all’ordine Anseriformes, famiglia Anatidae, uccelli acquatici meglio conosciuti come anatre. E’ un’anatra detta di “superficie”. La più comune e la più grande: la lunghezza corporea è compresa tra cinquanta e sessantacinque centimetri e l’apertura alare fra ottantuno e novantacinque. Ha sagoma tozza, e becco e testa allungati. Il maschio ha la testa di un verde metallico e smeraldino, il becco giallo, uno stretto collarino bianco, il petto bruno tendente al porpora, e il resto del corpo grigio.”). E molto altro ancora.

Il Bianconi scrittore ha uno sconfinato margine di miglioramento, e questo è un romanzo di costume che non aggiunge nulla a quanto già sappiamo: non ci mette in contatto con una parte sconosciuta di noi stessi, non trasmette idee o pensieri ma solo opinioni, è in linea con il mainstream letterario per quanto è convenzionale. Quindi non è nemmeno letteratura, se ci fossero stati dubbi.
Ci pensavo stanotte: non è un bel libro perché i personaggi sono inverosimili, la trama è prevedibile, ed è pucciato nel modus vivendi che dovrebbe denunciare.
La dimostrazione di tutto questo è che non saremmo qui a parlarne se non fosse stato scritto dal cantante di un famoso gruppo indie (“Il primo romanzo del leader dei Baustelle” c’è scritto in copertina) per i suoi fan (le acritiche Pat/Angie del libro). Differentemente questo sarebbe stato solo un altro libro di qualche esordiente della Minimum Fax che sarebbe passato inosservato. E questo quelli della Mondadori probabilmente lo sapevano, per questo hanno colto l’occasione di sfruttare le ambizioni artistiche di una persona per accaparrarsi un prodotto con una sicura fetta di pubblico, una soddisfazione per sé e per le lolitesche Pat/Angie che leggeranno questo libro abbastanza crudo da soddisfare il loro immaginario e abbastanza vago e pretenzioso da sembrare profondo e complesso.

*”Si direbbe che abbia sentito il bisogno di apporvi un altro strato di immagini di pioggia e rimandi a La Terra Desolata e Addio alle armi . Agivo in osservanza del motto <>, un cattivo consiglio che avevo personalmente inventato e messo in pratica.” Thomas Pynchon parlando del suo primo racconto pubblicato, “La Pioggerella”, svela quello che secondo me è un problema comune a molti esordienti e che tocca da vicino Bianconi nel suo abuso delinquenziale di immagini scontate e vizi di forma.

Gregorio Enrico