Il Teatro Degli Orrori

IL MONDO NUOVO (La Tempesta, 2012)

Di questo disco si è scritto tanto: fin troppo bene o fin troppo male. Da ogni parte c’è indignazione. Indignazione dei fans, indignazione degli ex fans, indignazione della band, indignazione degli indignati.Ma cosa è davvero successo nelle sedici tracce del terzo lavoro de Il Teatro degli Orrori? La questione è complicata perché lo è il disco.

Ancor prima che venisse pubblicato, gli accaniti sostenitori del licenziato chitarrista Nicola Manzan, ossia Bologna Violenta, vociferavano sulla somiglianza del titolo, Il Mondo Nuovo, con quello del lavoro del loro prediletto, ossia Il Nuovissimo Mondo. Poi ci si è concentrati tutti sulla probabile nuova line-up che però ha visto un ritorno alle origini – la formazione è quella del primo disco – con il supporto live del chitarrista degli straordinari Non Voglio Che Clara. Dopo la pubblicazione però, è stata battaglia.
A suon di recensioni, tanti lo hanno osannato, amato, venerato, ma con grande incidenza bocciato, criticato; tant’è che spesso il frontman, Pier Paolo Capovilla, non è rimasto a guardare, forse perché sapeva di dover “difendere” un figlio con non pochi problemi.

Prima di tutto, il disco, come già detto, non è facile. E’ un concept sull’immigrazione, oscuro, al primo ascolto risulta davvero lungo, però, come tutto ciò in cui si affonda, offre momenti di bellezza estrema.
Affondare è appunto la sensazione che si prova ad ogni traccia, un movimento verso il basso che può significare tante cose: approfondire, angosciarsi, sprofondare, perdersi… e non è detto che siano sempre sensazioni spiacevoli o inutili. Con una manciata di ospiti attesi e non, il disco è stato trascinato dal singolo “Io cerco te”, uno dei pochi brani, a mio avviso, che lega Il Mondo Nuovo con il precedente A Sangue Freddo: una sottilissima trama di suoni ci fa ricordare, pur senza brillare, quella che fu la vera grande consacrazione della super band.

Stesso discorso vale per “Rivendico” o per altre canzoni come “Non vedo l’ora” in cui però l’intreccio di chitarre così fitto tiene un ritmo incalzante che fa intrasentire il desiderio di un disco diverso. La conferma arriva con “Skopje” che ci getta in un vero e proprio nuovo mondo: “Gli Stati Uniti d’Africa”, intro caraibico, sottofondo dai toni magrebini, rispecchia la molteplicità delle culture del continente nero ed apre ad una parte vagamente più elettronica. Insomma, son cose che non facilmente si sarebbero aspettati i fan.
Avvolgente “Cleveland-Bagdag”, con un maestoso bridge ed un’esplosione finale in pure stile Teatro, apre al vero gioiello del disco, a mio avviso, ossia “Martino” che conserva quanto di straordinario c’era prima nel sound della band e quanto di buono maturerà nelle nuove impressioni. Molti erano apparsi contrari alla collaborazione con Caparezza: “Cuore d’oceano” è invece uno dei brani che trascinano il disco.
Ion” ricorda l’esperienza solista del chitarrista Gionata Mirai, a cui seguono le storie di “Monica”, “Pablo” e “Nicolaj”. C’è spazio per un’altra manciata di canzoni in cui si susseguono citazioni poetiche, fino alla chiusura, “Vivere e morire a Treviso” in cui lo spazio del disco viene lasciato in punta di piedi.
Solo alla fine ci si rende conto che Capovilla questa volta ha preferito recitare, più che cantare, le liriche. Ci metterà forse più tempo ad entrare nella testa e nel cuore, ma è uno di quei dischi dai quali si può trarre qualcosa ad ogni ascolto. Basta solo trovare ogni volta il tempo, o la voglia, di cercarle nell’infinita trama di suoni e liriche. Barocco. E anche questa non è sempre un’offesa.

Sara F.