Il viaggio di “The Handmaid’s Tale”

(L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER SULLE 3 STAGIONI)
Il viaggio di “The Handmaid’s Tale” è il viaggio di June Osborne. Giunti al termine della terza stagione, ci troviamo di fronte ad una serie unica nel panorama contemporaneo, sia dal punto di vista contenutistico che da quello stilistico. Va sicuramente ringraziata la creatrice Margaret Atwood, ma ciò che sta realizzando Bruce Miller partendo dal romanzo della scrittrice canadese ha assolutamente dell’incredibile.

La prima stagione è quella che più di tutte ha avuto un significato simbolico. Si attinge a piene mani dall’opera della Atwood, attualizzando con grande sottigliezza delle dinamiche che appartengono anche alla nostra contemporaneità. Più che il maschile dittatoriale, il vero tema che fa riflettere (e personalmente mi entusiasma) è il ruolo del femminile che contribuisce attivamente e passivamente a costruire e legittimare la dittatura di Gilead. Nelle pieghe dei loro gesti troviamo quel femminile che distrugge se stesso, rifugiandosi nella paura (che è resa perfettamente) e negli stereotipi che negli ultimi 2 secoli il femminismo sta cercando di combattere.

Dopo questo forte simbolismo, i creativi dello show hanno deciso di virare su una maggiore concretezza e realismo, portando alla costruzione di un mondo credibile. Con il passare delle puntate, in particolare nella terza stagione, assistiamo ad un’autentica “costruzione politica” della società di Gilead. Apprendiamo dei dettagli sulla sua creazione, ma soprattutto sulla struttura “nazionale“, tant’è che arriveremo addirittura ai piani altissimi di questa società distopica a Washington.

Il viaggio di “The Handmaid’s Tale” è il viaggio di June Osborne…

Dopo la seconda stagione, con quel finale potentissimo, usciamo dalla claustrofobia del triangolo Waterford – Serena – June, anche se la sua influenza e potenza rimane pesantemente nell’aria fino all’ultima puntata. La season 3 diventa inevitabilmente e per fortuna il momento delle scelte forti. Se la precedente era stata la stagione del fallimento (come elemento fondante la protesta e la rivoluzione), l’ultima diventa emblema delle trasformazioni che il dolore provoca e di come si possa nutrire la speranza.

Al centro di tutto, però, c’è sempre lei: June. Elisabeth Moss è semplicemente superba, un’accentratrice che esalta anche i momenti più bui che la serie presenta (in particolare nella terza, che è palesemente la più zoppicante). Nella sua ultima incarnazione, June è totalmente cambiata rispetto a quella che avevamo conosciuto, ma è anche la massima espressione della forza del cambiamento e della determinazione.

Questa forza è il traino della serie, che conduce ad un finale perfetto ed intenso: la salvezza di quei bambini a cui Gilead vuole distruggere la libertà. June riesce a salvarne 52, ma manca Hannah (sua figlia), con sommo dispiacere del marito Luke. Ma cosa ne sarà della ferita June (dopo il conflitto a fuoco dell’ultima puntata)? E’ chiaro che la serie e il nostro protagonista sono giunti ad un punto di non ritorno.

Analogamente, penso ci sia un punto pre “The Handmaid’s Tale” e un post per l’intrattenimento contemporaneo. Una serie potente, evocativa, che anche nei suoi momenti di difficoltà è in grado di regalarci momenti di riflessione che non hanno eguali nel panorama sia televisivo (ormai superiore dal punto di vista autoriale) che cinematografiche. Non ci resta che attendere la quarta stagione, con la speranza che non vinca la tentazione di voler allungare un brodo che è ancora caldissimo e molto saporito. Come direbbero a Gilead: “Sia benedetto il Racconto dell’Ancella”.

Matteo Palmieri