In Territorio Nemico



In Territorio Nemico è un romanzo storico, sia perché parla di un periodo cruciale della storia d’Italia (è ambientato durante la guerra civile Italiana) sia perché con la sua uscita buca un record e diventa ufficialmente il romanzo con più autori al mondo. Ben centoquindici.
Ma non solo è una questione di semplici record o numeri olimpici, perché rivoluziona sia il processo di stesura dell’opera letteraria, sia la sua composizione e per finire il rapporto con il mercato editoriale. Per questo è giusto immaginare Vanni Santoni e Gregorio Magini (scrittori fondatori del metodo SIC scrittura collettiva e coordinatori del progetto) più con l’aria stanca ma soddisfatta dei pionieri che non con il sorriso compiaciuto degli atleti che una volta saliti sul podio mostrano la medaglia. A una settimana dalla presentazione (avvenuta a Firenze il 17 aprile) del libro ecco un’intervista, o più una scatola cinese, a quattro mani di Magini e Santoni.

Testo e intervista di Gregorio Enrico

Allora, visto che percepisco una certa energia positiva, com’è stato portare a termine questo progetto?
 In territorio nemico è stato una serie continua di parti. C’è stato prima il parto del raggiungimento di un numero sufficiente di scrittori, che ora sembra ovvio ma ai tempi non fu affatto scontato, servì una campagna importante e un comunicato stampa azzeccato; c’è stato poi il parto dell’avvio del meccanismo: non era assolutamente detto che il metodo avrebbe tenuto con un simile salto di scala, sia in termini di partecipanti che di numero di schede che ti portata dell’obiettivo finale; poi abbiamo avuto i parti della chiusura di ogni fase schede, e ancora il parto della prima bozza, poi il parto della bozza finale, dopodiché c’è stato il parto del trovare un editore e infine quello attuale dell’uscita. Siamo quindi prostrati e sanguinanti, ma come diceva Jesse Ventura in Predator, non abbiamo tempo di sanguinare, dato che ora parte il tour. Dall’altro lato, vedere un interesse immediato ed enorme per il progetto e per il romanzo, vederlo esaurito in varie librerie e schizzare in Top 100 nei rivenditori online prima ancora che sia cominciato il lancio stampa vero e proprio, ripaga di molte di queste fatiche. Ovviamente ora c’è la prova più importante per qualunque romanzo: la risposta dei lettori.

Trattandosi di un progetto così vasto c’è mai stato un momento in cui avete pensato che non sareste riusciti a terminarlo?
Mai. E dall’altro lato sempre. Ci spieghiamo: intraprendere un’avventura come questa, che sapevamo ci avrebbe impegnati per anni senza garantire alcun risultato, era un salto nel buio. A confortarci c’erano principalmente due cose, il fatto che i racconti SIC erano sempre venuti fuori senza grosse difficoltà, e l’interesse accademico che da subito ha riscosso il progetto: nei momenti di difficoltà pensavamo “boh, se ancora prima di aver scritto il romanzo ci chiamano a parlare nelle università di mezza Europa e già sette persone hanno fatto la tesi di laurea o di dottorato sul nostro progetto, vorrà dire che ha senso”. Va anche detto che quando la macchina era ben avviata, diciamo dopo la fine delle schede personaggio definitive, con un continuo flusso di schede individuali verso di noi e definitive verso gli scrittori la sensazione è diventata un po’ quella di stare sopra una locomotiva ormai lanciata a bomba – non so se contro l’ingiustizia, la narrativa commerciale che “vende” prima l’autore e poi l’opera, o cos’altro, ma comunque lanciata. A quel punto era chiaro che indietro non si poteva tornare e avevamo il dovere, innanzitutto verso tutti gli scrittori che ci avevano dato tempo e fiducia, almeno di portare a termine il romanzo.

Ci sono stati pregiudizi o difficoltà nel proporre il libro a una casa editrice?
 Durante i sei anni di vita del progetto SIC avevamo notato che, a fronte di un interesse notevole degli studiosi di letteratura, e della comunque ampia visibilità che il progetto aveva avuto nel “campo letterario” online, con interventi sulle varie Carmilla, Nazione Indiana, Alfabeta2, Scrittori Precari, 404, etc., nessun editore era venuto a cercarci, nonostante il progetto avesse due punti di forza abbastanza ovvi nell’avere tanti partecipanti (e quindi una base forte per organizzare presentazioni e iniziative e nei “rilanci” sui social network) e uno dei coordinatori, Vanni Santoni, che a livello individuale è uno scrittore molto seguito dal pubblico nazionale e stimato dalla critica e dai suoi pari. Probabilmente il fatto è che la SIC veniva vista come l’ennesima curiosità nata su Internet, e non si riteneva immaginabile che potesse arrivare a generare un romanzo “vero”. Avevamo la percezione di tutto ciò, e quindi non solo ci siamo preoccupati tantissimo della revisione – volevamo avere una bozza impeccabile – ma quando è arrivato il momento della proposizione del romanzo agli editori abbiamo effettuato una sorta di pre-lancio stampa, uscendo con interventi e articoli in tutte le riviste e i giornali che avevano mostrato interesse per il progetto. Nonostante ciò, abbiamo avuto vari mesi di buio in cui non sapevamo se In territorio nemico avrebbe avuto un editore. Abbiamo ricevuto diversi rifiuti e una “talpa” ci ha pure raccontato di una riunione assai animata nella sede di una grande casa editrice, per decidere se fare o meno questo libro… Inutile dire che quelli che votavano “no” lo facevano senza averlo letto, ma solo sulla base di una presunta “stranezza” della cosa. Nonostante questo, abbiamo continuato a bussare a tutte le porte e alla fine siamo riusciti a trovarci con diverse offerte, che andavano dai piccoli editori fino a un paio facenti capo ai cosiddetti “grandi gruppi”. Tra tutte, abbiamo scelto minimum fax senza pensarci un secondo data la qualità che ha sempre contraddistinto la sua produzione e la stima che avevamo per il “peroratore” della causa SIC in Minimum Fax, Christian Raimo.

Com’è nato il progetto SIC?
 La SIC nasce nel 2007 dalla volontà di Gregorio Magini e Vanni Santoni di (a) fare di nuovo qualcosa insieme dopo la chiusura della rivista Mostro (b) superare i limiti delle esperienze di scrittura collettiva viste fino a quel momento e realizzare un metodo univoco di scrittura collettiva che permettesse la produzione di testi letterari da parte di gruppi e masse anche composti da persone tra loro sconosciute. La genesi del progetto si può trovare qui: Finzioni.
Realizzare un romanzo era comunque tra gli obiettivi iniziali del progetto. All’ideazione del metodo, stabilimmo che il coronamento del progetto sarebbe stata la realizzazione di un romanzo a “oltre cento mani”. Sulle origini del progetto SIC ulteriori dettagli possono essere trovati qui: Bibliocartina.

Quanto tempo avete impiegato per la stesura?
Tre anni, due di lavoro sulle schede (incluse le schede stesura) e uno di revisione. Naturalmente però In territorio nemico non esisterebbe se non ci fossero stati prima gli ulteriori tre anni in cui abbiamo messo a punto il metodo.
 
In quanti hanno partecipato, perché ho sentito diverse cifre 230 o in un altro caso 115.
230 sono le mani, da quando c’è la tastiera si calcolano, pare, due mani per autore. Gli autori sono 115. Nell’intervista che ci ha fatto Wu Ming 2 abbiamo anche calcolato la divisione e l’intersezione dei loro compiti.

Quali pensate che siano i vantaggi della scrittura collettiva? Oltre che il modo di “creare” può cambiare il mercato editoriale?
In Italia “cambiamento” è sempre una parola difficile. Tuttavia non è implausibile che il successo di In territorio nemico possa portare a qualche piccola presa di coscienza; le istanze che un libro del genere sfida sono infatti molteplici: rimandiamo a un nostro pezzo scritto qualche tempo fa per Alfabeta2 in cui svisceriamo la questione.

Cosa ti ha convinto a formare/partecipare a Sic?
Avendolo inventato, nessuno ci ha dovuti convincere; diciamo che forse l’evento che ci ha spinti a crederci e arrivare fin qua potrebbe essere stata la realizzazione del primo racconto SIC, Il Principe. Testammo il metodo pochi giorni dopo averlo inventato e funzionò subito. Cose del genere non accadono per caso.

Relativamente al libro, pensi che la modalità di composizione favorisca la coralità?
È difficile dirlo: un’opera SIC ha tanti autori e nasce da un processo creativo che è in realtà la somma di molti processi creativi, anche differentissimi (scrivere una scheda individuale e comporne una definitiva sono due pratiche affatto diverse), il che, unito al fatto che il metodo SIC è comunque qualcosa di nuovo, rende complesso capire quali dei suoi elementi siano frutto della volontà degli scrittori, quali della volontà dei compositori e quali di funzioni intrinseche al metodo. Probabilmente il compito di rispondere a queste domande va ai critici e agli accademici del futuro, e in realtà sarà possibile solo se ci saranno altre opere scritte col metodo SIC: otto racconti (di cui due brevissimi) e un romanzo probabilmente non sono ancora un campione sufficiente per isolare alcuna “legge”.

(per Vanni Santoni)In Se fossi fuoco…, i molti personaggi creavano un senso di coralità, in questo libro invece i molti autori contribuiscono tutti assieme creando da un’altra prospettiva la coralità; è un caso che la coralità leghi questi due libri?
Finora, tutti i miei libri sono stati corali. Oltre a Se fossi fuoco arderei Firenze, con i suoi ventitré personaggi, è coralissimo Personaggi precari (579 voci nel libro del 2007, oltre 12’000 quelle complessive del progetto); è corale Gli interessi in comune, coi suoi sette protagonisti, ed è corale L’ascensione di Roberto Baggio, con due personaggi a far da collante ma venti voci narranti. Personalmente ritengo difficile fare qualcosa di letterariamente significativo, nella frastagliata ed “esplosa” epoca post-post-post-(mettine quanti vuoi)-moderna ricorrendo a una voce unica e monolitica. Ci sta quindi che anche in un progetto ideato assieme a un altro scrittore io porti sempre un vento di coralità. Oppure il fatto è solo che la Resistenza fu un’esperienza molteplice e la si può raccontare bene solo tramite un romanzo corale.

Come e perché avete scelto quel dato contesto storico per ambientare il libro?
Per quanto, una volta presa la decisione di fare un romanzo resistenziale, fossimo entusiasti e convinti che poteva essere l’occasione per fare qualcosa che avrebbe lasciato il segno, l’idea è arrivata per caso, dalla necessità di aver un soggetto che fosse a sua volta scritto collettivamente. Da lì l’idea di scriverlo col metodo SIC a partire da testimonianze orali raccolte dagli scrittori, e una volta stabilito ciò la realizzazione del fatto che il periodo più fertile intorno al quale raccogliere testimonianze era quello della Seconda Guerra Mondiale. Sulla tale scelta, quella di un romanzo storico ambientato nel periodo della Resistenza, abbiamo detto molto nel saggio Affinità elettive.

Quali sono gli autori e le opere che avete tenuto come guida-modello per scrivere?
I primi che ci vengono alla mente sono Pesce, Cassola, Fenoglio, Calvino, oltre al Malaparte della Pelle e di Kaputt. Ma ci sono anche Nuto Revelli, Miriam Mafai e Mario Rigoni Stern. Il compositore Stefano Bonchi, in avvio lavori, suggerì agli scrittori la seguente bibliografia: Primavera di bellezza, Il Partigiano johnny e Una questione privata di Beppe Fenoglio; Uomini e no di Elio Vittorini; Il sentiero dei nidi di ragno e i racconti L’entrata in guerra, Gli avanguardisti a Mentone e Le notti dell’UNPA di Italo Calvino; L’Agnese va a morire di Renata Viganò; Il mio granello di sabbia di Luciano Bolis; I piccoli maestri di Luigi Meneghello, La storia di Elsa Morante, Tiro al piccione di Giose Rimanelli, e ancora Il sistema periodico di Primo Levi e Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani, La raccolta Racconti della Resistenza curata da Walter Pedullà e quella Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza, curata da Franzinelli, e i saggi La Resistenza armata nella narrativa italiana e La letteratura partigiana in Italia 1943-45, di Giovanni Falaschi, Letteratura, memorie e rappresentazione della Resistenza italiana nella letteratura di Elvio Guagnini, Intrecci di voci. La polifonia nella letteratura del Novecento, di Cesare Segre e La narrativa italiana contemporanea 1940/1990, di Walter Pedullà.
Per quanto riguarda invece l’elaborazione del metodo SIC, abbiamo lavorato con: AA.VV., L’analisi del racconto; AA.VV., Teorie del punto di vista; Auerbach, Mimesis; Bachtin, Estetica e romanzo; Barthes, La morte dell’autore in Il brusio della lingua, S/Z, Scrittori e scriventi in Saggi critici; Booth, Retorica della narrativa; Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica; Bourdieu, Le Regole dell’Arte; Brooks, Trame e L’immaginazione melodrammatica; Contenti, L’invenzione del best-seller; Crowley, Magick; Derrida, La scrittura e la differenza; Eco, Lector in fabula; Eliot, Tradizione e Talento Individuale, in Il bosco sacro; Forster, Aspetti del romanzo; Foucault, Che cosa è un autore in Scritti letterari e Le parole e le cose; Fruttero e Lucentini, I ferri del mestiere; Genette, Figure III; Greimas, Sémantique structurale; Hamon, Le personnel du roman; Jenkins, Convergence Culture: Where Old and New Media Collide; Lukáks, Bachtin e altri, Problemi di teoria del romanzo; Propp, Morfologia della Fiaba; Ricoeur, Tempo e Racconto; Tapscott e Williams, Wikinomics: How Mass Collaboration Changes Everything; Woodmansee, The Construction of Authorship: textual appropriation in law and literature.

Su La Lettura Vanni Santoni ha parlato di Lo Zar Non è Morto (leggi QUI); lo avete letto? E Le dodici sedie lo conoscete?
 Sì, l’abbiamo letto: nel 2005 grazie ai buoni uffici di Giulio Mozzi il libro venne ripubblicato da Sironi e quel bibliofilo di Magini ovviamente ne possedeva una copia. Non abbiamo letto Le dodici sedie, ma se non ricordiamo male è a sole quattro mani, no?

Sì esatto, un romanzo sovietico ambientato durante la Nep, scritto da Il’ja Arnol’dovič Il’f e Evgenij Petrovič Petrov.

Ultimo libro letto?
G.M. Il sergente nella neve di Rigoni Stern. Mi sono reso conto che c’era un buco nero nella mie letture belliche e l’ho colmato in giornata. Ho scoperto che In territorio nemico contiene una citazione “dialettale” da quel libro, infilata a nostra insaputa, e credo volontariamente, da uno dei centoquindici. Qualcuno riesce a scovarla? (Suggerimento: è in piemontese).

V.S. Leggo sempre molte cose insieme. Ho appena finito L’impronta dell’editore di Roberto Calasso e Goethe muore di Thomas Bernhard, entrambi Adelphi, consigliatissimi. Poi, oltre ai classici – sono al penultimo volume della Recherche e mi sono buttato su L’angelo dell’abisso di Ernesto Sabato (SUR) – altri validi libri contemporanei che ho in lettura sono Pepys road di John Lanchester (Mondadori) e Yellow birds di Kevin Powers (Einaudi Stile Libero). Tra i saggi sto leggendo Sacri guerrieri di Jonathan Phillips (Laterza), una storia delle Crociate che mi è utile per il libro fantastico che sto ultimando, e ho da poco letto, e consiglio, Il web e l’arte della manutenzione della notizia di Jumpinshark (minimum fax); per la poesia sono preso, e lo sarò a lungo, dalla raccolta di Tutte le poesie di Sylvia Plath (Mondadori).