Inside Out

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A volte si compie l’errore di credere che i film d’animazione siano “sempliciotti”, che siano un “minus” rispetto ai colleghi “live action”, ma in realtà, spesso veicolano messaggi con una potenza narrativa e un’efficacia inarrivabili. Esempio lampante è l’ultimo lavoro di Peter Docter, il genio dietro capolavori come “Toy Story” e “Up”, che riscrive la storia del cinema d’animazione consegnandoci un’opera meravigliosa, che unisce la semplicità del linguaggio dei cartoni alla forza e all’intensità di un tema originale e stimolante: “Inside Out”.

La storia se vogliamo è quasi la componente “meno importante” di tutto il film, anche perché è molto scarna. La protagonista è Riley, una ragazzina di cui noi osserviamo la crescita fino alle soglie della pubertà, in particolare dal momento in cui si vede costretta a trasferirsi per il lavoro del padre, il tutto attraverso gli occhi delle cinque emozioni che “dirigono” il Quartier Generale della sua mente: Gioia, Tristezza, Disgusto, Paura e Rabbia.
Quello che Docter riesce a compiere in questa semplice storia è straordinario e segna una svolta all’interno del mondo Pixar: per la prima volta si usa squisitamente la realtà e una lettura di essa per realizzare un film d’animazione. Scompare la favola e la fiaba, ciò che ciascun bambino può vivere direttamente diventa il fulcro della vicenda.
E’ un gesto epocale, che Docter sviluppa attraverso due temi che gli sono particolarmente cari e che attraversano in maniera trasversale il suo cinema (e che cinema): il viaggio e (se vogliamo chiamarlo così) l’elogio della tristezza.

Riley, come Wall-E, Woody–Buzz e Carl-Russell, è protagonista di un viaggio, che la porta lontano da casa sua per scoprire una nuova città, ma, soprattutto, osserviamo il suo “viaggio di crescita”, che coinvolge letteralmente anche tutte le emozioni del Quartier Generale. Docter ci parla di cambiamento e il suo cinema traccia proprio questo percorso, quasi come i suoi stessi film fossero il suo “cammino di crescita personale”. In secondo luogo la chiave del film: la visione della tristezza.
Come già accaduto in “Up” e “Wall-E”, la tristezza viene vista come la spinta che nella vita può creare l’occasione per cambiare, per trovare nuove soluzioni per la ricerca della gioia. Infatti, la felicità è tale proprio perché c’è la sua controparte, e “Inside Out” snocciola questo messaggio con una delicatezza, un’eleganza e un’efficacia narrativa che raramente si sono viste nella storia del cinema.
Insomma, “Inside Out” è un capolavoro senza se e senza ma. Un autentico gioiello di scrittura cinematografica, brillante, divertente ed estremamente profondo nella sua semplicità. Peter Docter you did it again! Un appunto ulteriore per il dolcissimo corto, “Lava”, che precede il film: veramente ben fatto (anche se il doppiaggio italiano zoppica a confronto con quello originale).

Matteo Palmieri