Intervista a Valia Santella, sceneggiatrice del film Mia Madre di Nanni Moretti

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Grande accoglienza per Mia Madre di Nanni Moretti al Festival di Cannes, con un applauso di oltre dieci minuti al termine della proiezione. Un successo inaspettato che candida il film alla Palma D’oro tra gli elogi del Sunday Times che lo definisce: “il miglior film del concorso visto finora” e del Guardian: “intenso e seduttivo”.

Abbiamo pensato di intervistare Valia Santella, sceneggiatrice insieme allo stesso Moretti e Francesco Piccolo di quest’ultima fatica cinematografica del regista di Ecce Bombo.
Un film che riesce ad affrontare il tema del lutto familiare trattandolo con la consueta ironia del suo autore, quasi un marchio di fabbrica che riesce sempre ad emergere dalla sofferenza palpabile ma mai ostentata o fine a se stessa per descrivere una vicenda intima e personale quanto universale.

Testo e intervista di Enrico Rossi

Puoi raccontarci com’è iniziata la tua carriera di sceneggiatrice?
Faccio una piccola sintesi del mio percorso lavorativo. Sono partita dal set e poi sono arrivata alla scrittura molti anni dopo e questo non è molto comune. Ho iniziato a lavorare nel cinema nel 1990, con il desiderio di fare “la gavetta”, imparare il mestiere e magari un giorno diventare regista.
Ho lavorato molti anni come segretaria di edizione, e in qualche occasione come aiuto regista. Ho fatto alcuni lavori come regista, poi nel 2009 Valeria Golino mi ha chiesto di scrivere con lei un cortometraggio (“Armandino e il Madre”) il suo esordio alla regia. Ci conoscevamo da molti anni, avevamo lavorato insieme quando io ero segretaria di edizione, e anche quando avevo collaborato alla regia e alla sceneggiatura del film di Fabrizio Bentivoglio. Il corto di Valeria doveva essere ambientato a Napoli, io – come lei – sono nata a Napoli, e forse abbiamo un rapporto simile con la nostra città originaria. Successivamente Valeria ha iniziato a pensare ad un lungometraggio e mi ha coinvolto nella scrittura di “Miele” insieme a Francesca Marciano. Quello è stato per me un punto di svolta.

Ci sono stati progetti che hai scritto e che non si sono “trasformati” in film?
Se escludiamo idee per un mio eventuale film, no. Alcuni miei progetti li ho abbandonati molto presto perché nel momento in cui iniziavo a scriverli mi sembrava perdessero energia, vitalità.

Hai scritto e realizzato, però, anche un tuo film: Te lo leggo negli occhi con Stefania Sandrelli. E’ stata un’esperienza più stressante rispetto al “semplice” scrivere e ideare una storia?
E’ chiaro che realizzare un film anche come regista è un ‘esperienza più “stressante”, hai la responsabilità dell’intero processo creativo. Finita la sceneggiatura devi scegliere attori, location, costumi, messa in scena… Ma è, ovviamente, un lavoro bellissimo, perché stai realizzando concretamente qualcosa che era nella tua testa, nel tuo immaginario.

Reputi che il cinema e la scrittura siano sempre stati il tuo primo obiettivo oppure c’è stato altro prima di arrivare a fare questo lavoro?
Il cinema è diventato il mio obiettivo molto presto, intorno ai vent’anni. Lego la nascita di questa passione alla visione di un film: “Nel corso del tempo” di Wenders. Di quel film mi colpì la sua libertà narrativa, il fatto che sembrava essere nato durante le riprese, senza una vera sceneggiatura, senza un impianto produttivo troppo pesante. Quindi la mia passione è nata grazie a un film in cui la scrittura cinematografica era un tutt’uno con il periodo delle riprese e nasceva anche grazie all’incontro tra gli attori e i personaggi.

In cosa si differenzia scrivere una sceneggiatura per un regista che non sarai tu?
Rispetto al mio film, e più in generale al mio lavoro, io cerco di capire quali possano essere i miei errori, i miei limiti. Di conseguenza quando lavoro con altre persone alla scrittura di un film cerco di capire e imparare da loro. Il fatto di aver realizzato un film può essere utile quando si scrive per essere sempre attenti alla realizzabilità di una scena. Non parlo solo di qualcosa di tecnico, ma del fatto che alcune scene che sembrano belle sulla carta, oppure necessarie, poi hanno una potenza cinematografica decisamente minore. Scrivendo, mi capita di chiedermi come girerei io una determinata scena, se mi divertirebbe farlo o se invece non ne avrei voglia. E può essere molto utile. Se un regista non ha voglia di girare una scena è molto probabile che ci sia un problema di scrittura.

Parliamo dell’ultimo film di Moretti: Mia Madre. Puoi dirci com’è nata questa storia? E quanto tempo ha richiesto la sua stesura?
La storia del film di Moretti nasce da una sua esperienza personale. Le prime riunioni sul soggetto le abbiamo fatte nell’estate 2011 e le riprese del film sono iniziate nell’inverno 2014. Quindi due anni e mezzo circa.

Come hai conosciuto Moretti?
Moretti l’ho conosciuto nel 1990. “Il Portaborse” di Daniele Lucchetti e prodotto dalla Sacher Film è stato uno dei primi lavori che ho fatto come segretaria di edizione. Ho avuto modo di lavorare con Nanni svolgendo diversi ruoli.

Ci sono state difficoltà nella stesura della sceneggiatura?
In un processo creativo ci sono sempre momenti di crisi, dubbi. Si superano con il lavoro, cercando di entrarci dentro e capire perché certe cose ci sembra che non funzionino. Bisogna anche avere la forza di abbandonare cose che magari ci erano sembrate bellissime ma che però non riescono ad essere organiche al film. Moretti lavora molto tempo sul trattamento, cioè la fase in cui il soggetto comincia ad ampliarsi ma non è ancora sceneggiatura, quindi non ci sono tutti i dialoghi e la descrizione delle scene non è ancora dettagliatissima. Questo permette di approfondire bene i personaggi e il corpo stesso del film, la sua struttura e il suo stile. Procedendo in questo modo la maggior parte di dubbi si sciolgono prima di entrare nella fase della scrittura della sceneggiatura.

 

Bisogna anche avere la forza di abbandonare cose che magari ci erano sembrate bellissime ma che però non riescono ad essere organiche al film

Ci racconti una tipica giornata di lavoro?
Generalmente ci incontravamo tutti e tre: io, Moretti e Francesco Piccolo e scrivevamo insieme le scene. Si parla molto in fase di soggetto e trattamento. Quando si lavora sul soggetto, gli autori parlano, immaginano delle scene, cercano di tradurre il sentimento del film in cose visibili. Si prendono degli appunti, sulla base dei quali poi si ipotizza una scaletta di scene. Con il trattamento si entra ancora più dentro alla narrazione e alcune cose cadono e se ne aggiungono delle altre. In fase di sceneggiatura con Moretti e Piccolo, costruivamo insieme tutta la scena, fino ai dialoghi.

Quali pensi che siano i punti di forza di questa pellicola a tuo avviso?
Non so se si tratta di un punto di forza, posso dirti una delle cose che mi piacciono molto di questo film. Ad esempio trovo molto interessante il tempo cinematografico di questo racconto, perché è il tempo emotivo della protagonista (interpretata da Margherita Buy, ndr). Il presente, il passato, i sogni e le visioni, tutto vive contemporaneamente e con la stessa necessità e urgenza. Tutto ciò che Margherita prova emotivamente diventa il suo presente, anche se sono cose accadute mesi prima o soltanto immaginate.

Il presente, il passato, i sogni e le visioni, tutto vive contemporaneamente e con la stessa necessità e urgenza.

Com’è stato coinvolto John Turturro? C’erano altri attori in lizza per la sua parte?
No, Nanni ha pensato a Turturro abbastanza presto. Sapere chi interpreterà un ruolo può essere molto stimolante in fase di scrittura.

Sei andata sul set di Mia Madre? Ci sono state scene che una volta girate “non funzionavano” come in fase di scrittura e sono state modificate?
Sono stata poche volte sul set. Non mi piace stare sul set se non ci sto lavorando. Ci sono persone che hanno tempi serrati, spazi stretti, tensioni e gli ospiti danno noia. Non c’è stata la necessita di andare sul set per riscrivere delle scene. In certi ambienti, Nanni ha avuto voglia di aggiungere qualcosa, ma quando è capitato ci siamo incontrati durante il fine settimana, quando lui non girava.

Enrico Rossi