Intervista al primo manager dei Nirvana

Nirvana NY Luglio 1989

Si è quasi gridato al miracolo quando Brett Morgen ha resuscitato l’anima di Kurt Cobain con il suo docufilm Kurt Cobain: Montage Of Heck riuscendo nell’impresa di allontanare quell’insipida e facile aurea di beatificazione che avvolge da sempre l’autore di Smells Like Teen Spirit. Nella pellicola traspare, infatti, un essere umano semplice, fragile, ironico, con le sue insicurezze e debolezze che in fondo ci mettono tutti sullo stesso piano, affrontando anche l’ostico tema della dipendenza da eroina.

Il regista, già al lavoro con Crossfire Hurricane dedicato ai Rolling Stones, ha avuto libero accesso allo sterminato archivio Cobain (dipinti, registrazioni inedite, demo, appunti e la sua stessa voce registrata) grazie a Courtney Love e, soprattutto, all’intervento della figlia Frances Bean, per la prima volta coinvolta in un progetto legato al padre nelle vesti di executive producer. Un’operazione meticolosa che è durata ben otto anni.

Così, come l’opera di Brett Morgen ha voluto scavare a fondo in un terreno che era stato poco battuto dalla stampa internazionale, anch’io ho voluto saperne di più da chi era là prima che i Nirvana diventassero i NIRVANA e Kurt Cobain diventasse KURT COBAIN.
Grazie alle strabilianti possibilità tecnologiche che ci hanno donato i padrini della Silicon Valley, ho intercettato via mail e via chat quello che fu il primo manager della band di Seattle, che altro poi non era che un amico che passava le giornate con loro tra prove nella “saletta”, carico e scarico strumenti dal furgone e concerti.

E, a proposito di concerti, proprio Ryan Aigner – di cui leggerete qui sotto – è stato colui che ha organizzato la prima esibizione live della band a una festa privata a Raymond, dove Cobain e soci suonarono anche una cover dei Led Zeppelin e i primi abbozzi di canzoni, prima che entrassero in scena i soldi, il successo, Courtney Love e la droga.

Testo e intervista di Enrico Rossi


Nell’immagine Ryan Aigner e sua moglie.

Ciao Ryan, possiamo dire che sei stato il primo manager dei Nirvana?
Preferisco non considerarmi un loro manager, perché in realtà non mi è mai stato chiesto di fare questo lavoro e non sono mai stato pagato per questo. Mi sono sempre visto più come un amico e un fan che aveva voglia di aiutare come poteva. Li seguivo alle prove e ai concerti, ma quando mi chiesero di seguirli nei tour veri e propri, non accettai.

Come hai conosciuto Cobain e Novoselic?
Andavamo alla stessa scuola superiore ed eravamo tutti interessati alla stessa musica, e a quel tempo eravamo veramente in pochi, quindi fu inevitabile entrare in contatto. Io ero all’ultimo anno e scrivevo una rubrica mensile di musica per il giornale della scuola e, proprio a fianco della classe di giornalismo, c’era la classe d’arte dove c’era Kurt. Lo incontrai lì per la prima volta quando andavo a trovare la mia ragazza del tempo. Successivamente conobbi Krist e anche Shelli (ex moglie di Novoselic, ndr), anche perché mi trasferii a Phoenix e così fecero loro per un breve periodo. Vivemmo pure insieme per qualche tempo. I Nirvana non si erano ancora formati. Ricordo che mi insegnarono anche a suonare, così misi in piedi una band anche io.

Cobain stava già lavorando alle sue canzoni?
Sì certo, nel periodo in cui eravamo a Phoenix, Kurt registrò il Fecal Matter demo che mi fece sentire successivamente e che passò poi a Krist per convincerlo a formare una band con lui. Conservo ancora quel demo e tutti quelli che fecero fino a Nevermind nel 1991.

Hai avuto modo di vedere il documentario Montage Of Heck di Brett Morgen?
No, perché avrei dovuto? Non penso nemmeno che lo guarderò. Ero lì in quel periodo quando Kurt Cobain mise insieme quel nastro, e ricordo che parlammo di quello che c’era in quel mix, che doveva essere una sorta di critica sociale. M’insegnò anche tante cose in merito alla musica underground. Ci ritrovavamo a casa sua e di Tracy (Marander, fidanzata di Cobain e autrice dello scatto in copertina di Bleach, ndr) di tanto in tanto per parlare, d’altronde la loro casa distava solo un isolato dalla mia.

Una delle canzoni inedite presenti nel documentario Montage Of Heck è una cover di “And I Love Her” dei Beatles.

In questi vent’anni Cobain è stato sempre ritratto come una rockstar tormentata, mentre in questo documentario traspare un’immagine diversa, di una persona come tutti quanti per certi versi…
Perché non doveva essere un “ragazzo come tutti gli altri” secondo te? Con le sue paure e insicurezze…

Prima di Chad (Channing, ndr) c’era Aaron Burckhard e ricordo che Kurt si sedeva alla batteria e gli mostrava le parti che doveva eseguire. Gli indicava esattamente cosa e come voleva che suonassero le sue canzoni.

Magari il successo e i soldi possono cambiare una persona al punto da fargli perdere la prospettiva della realtà…
Se c’è qualcosa che può isolarti dagli altri, sicuramente è il successo. Infatti, ci perdemmo di vista. Ricordo che ci parlammo brevemente dopo il concerto a Seattle nel 1992, avevo il suo numero per chiamarlo, ma scelsi di lasciarlo in pace, sia lui che Krist, perché erano sempre in tour, e tutti volevano andare in giro con loro. Pensai che volessero un po’ di privacy, per quanto possibile in quella situazione.

Sei tu in queste due foto? Dove eravate?

Sì, nella prima foto sono il ragazzo che sta scendendo dal furgone. La foto è stata scattata da Shelli (Hyrkas, al tempo la moglie di Krist Novoselic, ndr) probabilmente alla fine del 1988 o all’inizio del 1989. Eravamo davanti al Salone di Bellezza “Maria’s” di Maria Novoselic, la madre di Krist. La band provava in una stanza vuota sopra il salone. Nella seconda, invece, eravamo nel backstage della Eagles fraternal organization social hall a Hoquiam, WA.

Come si svolgeva una “classica” prova dei Nirvana a quel tempo? Eri sempre con loro anche durante quei momenti?
Certo, sono stato presente a quasi tutte le loro prove durante quel periodo, eravamo in quella stanza come si può ben vedere dalle registrazioni video contenute nel cofanetto “With The Lights Out”. All’inizio provavano molto frequentemente, poi iniziarono a suonare una volta o due al mese quando erano “rodati” ma anche perché vivevano distanti gli uni dagli altri. Prima di Chad (Channing, ndr) c’era Aaron Burckhard e ricordo che Kurt si sedeva alla batteria e gli mostrava le parti che doveva eseguire. Gli indicava esattamente cosa e come voleva che suonassero le sue canzoni. Devi tener presente che al tempo non c’erano i cellulari e nessun modo di registrare velocemente una parte come si fa oggi per farsi capire.

Una volta parlammo delle nostre vite e del futuro e, in effetti, avemmo una discussione accesa perché lui era convinto che probabilmente non avrebbe superato l’età dei trent’anni.

Hai organizzato il primo concerto dei Nirvana a Raymond, nel quale Novoselic
 si dipinse il petto con sangue finto e Cobain suonò anche “Heartbreaker” dei Led Zeppelin. Come andò quella serata?
Quella notte a Raymond è stata molto stressante per me perché conoscevo entrambi i gruppi e ci tenevo molto che andassero d’accordo, anche se in realtà capivo che avevano visioni completamente diverse sulla musica e sulla cultura in generale. Ricordo bene la storia del sangue e il caos generale e l’inferno che ne scaturì. Conservo ancora la registrazione di Heartbreaker inclusa nel cofanetto “With The Lights Out”. Ho tenuto una copia della registrazione dell’intero concerto per anni ed è pressoché completa, a parte qualche dialogo tra le canzoni.

Hai organizzato altri concerti per loro?
Si, non solo ho organizzato altri concerti ma ho partecipato a qualsiasi altra attività del gruppo fino al 1989, quando li lasciai per sposarmi.

Il primo concerto dei Nirvana tenutosi a una festa privata a Raymond

Un altro scatto di uno dei primi concerti

Olympia 1988

Krist Novoselic e Chad Channing

Ti aspettavi l’enorme successo di Nevermind nel ‘91?
Assolutamente no. Pensavo che avessero già molto successo per i nostri standard. Non avevamo mai immaginato che il pubblico mainstream avrebbe potuto apprezzare l’alternative rock, né che le multinazionali della musica avrebbero pensato alla scena musicale underground
come a qualcosa di valido economicamente.

Ricordi qualche particolare conversazione con Kurt Cobain?
Ricordo molte profonde e interessanti conversazioni con Kurt che riguardavano soprattutto la musica. Ma una volta parlammo delle nostre vite e del futuro e, in effetti, avemmo una discussione accesa perché lui era convinto che probabilmente non avrebbe superato l’età dei trent’anni. All’epoca io avevo 21 anni e ad Aberdeen per divertirsi di fatto suonavamo, facevamo molte feste come fanno tutti i giovani, e andavamo a Tacoma, a Olimpia e a Seattle per assistere a concerti rock in piccoli club e locali per chi non aveva ancora compiuto 21 anni.

C’è qualche altro ricordo particolare che vuoi condividere con noi?
No, mi spiace. I miei ricordi, che stanno anche un po’ svanendo, sono solo miei.

Enrico Rossi