Io, Daniel Blake

Grazie maestro. Ken Loach ha speso la sua intera carriera a raccontare e dare voce a quelle storie di periferia, di quotidianità, con il suo stile pacato, silenzioso ed elegante. “Io, Daniel Blake” non fa eccezione, e Loach ci regala una perla, un film straordinariamente normale e incredibilmente bello.

Il protagonista di questa storia, ambientata nella contemporaneità, è Daniel Blake, un operaio di 59 anni di Newcastle, a cui viene negata la possibilità di ricevere un sussidio statale per una serie di incomprensioni a livello burocratico. Per questo assurdo motivo si vede costretto a dover ricercare un lavoro (che non può comunque accettare per la sua patologia); in questa ricerca conoscerà Katie, con cui stringerà una profonda amicizia.

Loach segue con grande eleganza e rispetto le vicende di Daniel, la sua camera si limita a essere testimone degli avvenimenti. E lo spettatore assiste ad una storia sul tempo inesorabile, su una società che lascia indietro chi non riesce a seguirla e sull’ottusità dell’apparato burocratico di uno stato, sempre più lontano dai suoi cittadini.

Il pregio (e al tempo stesso difetto) di questo film, come di molti altri di Loach, è il suo confidare nella solidarietà sociale: i protagonisti incontrano persone in grado di capirli ed alleviare le loro sofferenze, solo per il fatto di condividere uno status sociale. Daniel e Katie sono l’esempio lampante di questo modo di vedere la realtà.

Loach, però, non è Spielberg e lo spazio per il sogno e la speranza sono veramente sottili: il mondo è fatto di compromessi di sacrifici e, soprattutto, si deve affrontare lo scoglio della società e delle sue complicazioni e indifferenze.

Loach, però, non è Spielberg e lo spazio per il sogno e la speranza sono veramente sottili…

E’ da questa ambivalenza che il regista britannico costruisce questo meraviglioso dramma, all’inizio capace anche di far sorridere, ma che piano piano diventa sempre più nero ed amaro. Un film silenzioso ed elegante, che mi ha riportato alla mente due gioielli (senza raggiungerli comunque) come “Still Life” e “Due Giorni e una Notte”. Insomma, di nuovo grazie maestro.

Matteo Palmieri