It

Quando il povero Georgie insegue la sua barchetta, che inavvertitamente finisce giù nelle fogne, ed improvvisamente incontra lui, Pennywise, avevo pensato di essere di fronte a un film potenzialmente grandioso. Che potenza di scena, che forza il “mostro” e che bravo Bill Skarsgård. Ricordo ancora l’anteprima in una sala Dolby Atmos quando un’intera sala si è zittita alla sua apparizione. Peccato, però, che quella potenza fosse relegata solo alla prima scena.

Sull’ondata del successo di pubblico e critica degli Stati Uniti, devo ammettere che nutrivo grandi speranze per questo prodotto audiovisivo, ben consapevole ovviamente della sua natura iper commerciale, ma non per questo di minore interesse. L’idea era quello di vedere un buon film horror, con qualche spunto di kinghiana memoria che potesse introdurre tematiche decisamente più mature in vista del secondo episodio, obbligatorio dopo quasi 700 milioni di dollari incassati (ricordo che ne è costati solo 35).

Nello scorrere del film però è evidente che il regista e gli sceneggiatori abbiano voluto dare alla pellicola un taglio decisamente più teen. Questa scelta si ripercuote pesantemente sul film, inquadrandone i pregi e i difetti. Da una parte, infatti, abbiamo una rappresentazione estremamente realistica e “concreta” delle paure dei bambini, in cui molti spettatori si riconosceranno.

L’incarnazione perfetta di questa paura è lo stesso Pennywise, che ha una veste decisamente più minacciosa rispetto alla sua controparte del 1990, interpretata da Tim Curry (l’unico vero motivo per cui poteva essere vista la serie originale). E’ un peccato, però, che non venga sfruttata l’abilità di Bill Skarsgård che nella prima scena è semplicemente fantastico nella modulazione della voce e nel creare un clima di vero terrore. Questo impianto di costruzione dell’ansia e della paura viene sostituito da una modalità molto più “visiva” e meno recitata.

Qui viene il grande problema: “It” non riesce a fare paura come dovrebbe. E’ inquietante nella messa in scena, nel look del clown e nella geniale rappresentazione del mondo adulto, tutto grottesco e incredibilmente simile a quell’It che incarna tutti i mali che scorrono anche nella più piccola e tranquilla delle cittadine. Non c’è una costruzione psicologica raffinata o “complessa”. Tutto è immediato, proprio come i tagli al montaggio e il susseguirsi assai rapido di ogni scena.

Dove il film invece eccelle è nei suoi interpreti, semplicemente fantastici. Il gruppo di bambini è variegato e credibilmente perdente (non come accade in “13 reasons why”, in cui ragazzi troppo belli e perfetti sono vittime), anche se è innegabile la sensazione di dejavù con “Stranger Things”, da cui attinge in maniera abbastanza palese: dall’ambientazione e al citazionismo passando per il casting.

Il lavoro di Muschietti è sicuramente una buona idea commerciale che dà maggiore dignità ad un personaggio che nel 1990 era stato trasposto in maniera proprio modesta. Non sono assolutamente d’accordo con chi grida al capolavoro, in particolare del genere horror, quando negli ultimi anni abbiamo assistito a gemme assolute come “The Conjuring” e “The Witch” che, per motivi diversi, sono avanti anni luce ad una pellicola che spesso sembra troppo banale. Per il seguito sarà necessario cambiare registro ed è un vero peccato non aver potuto vedere come sarebbe stato l’ “It” di un certo Cary Fukunaga (che qui appare solo nella sceneggiatura), che giusto 3 anni fa ci aveva regalato una delle opere audiovisive più interessanti degli ultimi 20 anni: “True Detective”.

Matteo Palmieri