Jackie

Jackie è come Michael Corleone all’inizio di questo spettacolare “Jackie”, la prima produzione americana affidata al genio di Pablo Larrain. E’ alla finestra, che attende questo giornalista che deve intervistarla: è una donna giovane che sembra aver vissuto due vite, disillusa e disincantata dai sogni che l’esistenza le aveva offerto. Nonostante tutto, però, è lei: è Jackie, non è più semplicemente Jacqueline Kennedy, la moglie di John.

Perchè questo è il film scritto dalle mani di Noah Oppenheim (premiato al Festival del Cinema di Venezia): non il racconto della vita di Jacqueline Kennedy ma, piuttosto, il percorso che ella compie, dopo l’assassinio del marito, per ritrovare se stessa, per capire chi è davvero Jackie. Un pugno nello stomaco, un crescendo di dramma e intensità che, personalmente, ho visto raramente in un biopic (genere che ritengo poco stimolante).

Il grandissimo merito del film è quello di presentarci una figura che non vuole assolutamente (almeno all’inizio) farci commuovere o creare compassione, come intuitivamente verrebbe da pensare, tanto che Oppenheim con il suo script ci fa quasi odiare questa donna, ma, come solo i grandi film riescono a fare, questo sentimento cambia, perchè è il personaggio che cambia ed è vario.

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Spesso capita di vedere nei biopic dei personaggi “monoliti”, che non cambiano mai e che vengono raccontati in maniera celebrativa, senza mai entrare nelle pieghe della loro storia e, soprattutto della loro umanità. Larrain, invece, ci racconta della Jackie First Lady, titolo che ella stessa odiava, e della Jackie donna e moglie: è proprio in questa dimensione che il film vince e convince.

Non voglio addentarmi troppo, perchè è una di quelle pellicole che vanno scoperte, osservate e ascoltate con quel piacere che solo il grande cinema riesce a suscitare. Cito ad esempio le pochissime scene in cui appare il marito John (escludo quella famosa dell’omicidio a Dallas, che è trattata in maniera stupenda, nella cui costruzione ho intravisto dei richiami alla scena finale degli omicidi commissionati da Michael Corleone ne “Il Padrino”). Gli sguardi, l’atteggiamento dei due valgono più di mille parole e Larrain è geniale nel mostrarci una moglie, una donna che in realtà non c’è pienamente per il marito.

…è una di quelle pellicole che vanno scoperte, osservate e ascoltate…

Larrain è riuscito nell’impresa anche di gestire la Portman, un’attrice che secondo me è molto più quotata di quelle che sono in realtà le sue capacità. E’ un’interprete che fa fatica ad esprimere emozioni intense, perchè risulta spesso troppo rigida e costruita. Il regista cileno è fenomenale nello sfruttare questa rigidità per calarla perfettamente nel personaggio che vuole raccontarci, anche se nei momenti più intensi ho pensato che un’altra interprete forse avrebbe esaltato ancor di più questo film.

Non c’è che dire, la prima volta di Larrain a Hollywood è stata, per quanto mi riguarda, una grande lezione di cinema ed è un’occasione ancora una volta per dimostrare come questi artisti non “si vendono” all’industria di Los Angeles, ma trovano un altro linguaggio che può solo arricchire la loro produzione artistica, senza per questo snaturarli. Certo, bisogna essere però bravi come Pablo Larrain, e questo non è da tutti.

Matteo Palmieri