Julie’s Haircut intervista



Inizia oggi, con questa intervista, la nostra partnership con i colleghi milanesi del sito Quote Magazine.

L’Emilia Romagna è terreno fertile per l’indie italiano. Tra i figli di questa generosa terra ricordiamo, tra gli altri, gli Offlaga Disco Pax, i Giardini di Mirò, Dente, i Cut e i Julie’s Haircut. E sono proprio questi ultimi che andiamo a intervistare a Reggio Emilia, in occasione dell’uscita dello split “Downtown Love Tragedies”. Sui palchi italiani dal 1994, i Julie’s Haircut sono una delle band sperimentali più interessanti ed eclettiche del panorama nostrano. Dopo esserci ripresi da una mattinata alternativa sulla neve con un pranzo a base del leggendario gnocco fritto e di tigelle, possiamo finalmente cominciare la nostra chiacchierata con Nicola Caleffi, Luca Giovanardi, Andrea Scarfone, Andrea Rovacchi e Ulisse Tramalloni, che ci permettono anche di infiltrarci alle prove e ci regalano un video in esclusiva per Quote della loro cover di Bill Withers, “Who is he and what is he to you”, contenuta nello split.

Intervista di Eugenia Durante
Foto di Carlo Polisano

L’8 marzo avete presentato il vostro nuovo split con i Cut in vinile 7 pollici intitolato “Downtown Love Tragedies”. Parlatemi di questo nuovo lavoro.
Con i Cut ci conosciamo da vent’anni e da vent’anni c’era l’idea di fare un 7 pollici split insieme a loro. Adesso Filippo Perfido ha riaperto Gammapop e sta ristampando alcuni dischi del catalogo, ma vorrebbe far uscire qualcosa di nuovo sempre legato ai gruppi che facevano parte dell’atmosfera originale dell’etichetta. Per questo motivo ci ha buttato lì l’idea di realizzare, finalmente, questo split di cui si parlava tanti anni fa. Visto che i Cut, quando avevano registrato il loro primo album a New York, avevano tenuto fuori questa canzone fatta e finita, che era una cover di “Emma” degli Hot Chocolate contenente anche alcuni frammenti di un pezzo dei Suicide, “Dream Baby Dream”, ce l’hanno mandata e ci hanno detto: “Dai, fate un pezzo anche voi e facciamo uscire questo benedetto split”. Al che noi ci siamo ispirati un pochino alla loro idea di rivisitare un pezzo citandone un altro di estrazione stilistica completamente diversa. Abbiamo dunque preso un pezzo soul di Bill Withers, “Who is he and what is he to you”, e l’abbiamo trasformato. Ci siamo basati sul riff di basso originale e l’abbiamo riarrangiato in chiave un pochino più contemporanea, poi ci abbiamo infilato dentro la melodia presa dal primo singolo dei Television, “Little Johnny Jewel”, proprio per rispecchiare l’idea dei Cut.

Per il nuovo disco, invece? Dovrebbe uscire a settembre, giusto?
L’idea è quella che esca a settembre, sì. Però in realtà ormai ci lavoriamo da praticamente quattro anni! (Ridono) Adesso abbiamo in mano una mole discreta di pezzi da selezionare per la scaletta finale dell’album. Siamo contenti. Sarà un disco strumentale, non ci saranno testi. Ci saranno delle voci, certo, ma non testi. Le registrazioni sono finite, o quasi, adesso iniziamo la fase dei mixaggi finali. Ormai è un cantiere aperto da anni, appunto, e continuiamo a buttare giù pezzi. Per questo adesso stiamo cercando di darci delle deadline. Alcuni pezzi li abbiamo fatti uscire con un EP l’anno scorso, altri sono rimasti per l’LP. Questa di essere un cantiere costantemente aperto in realtà non è una brutta cosa … è che noi abbiamo un problema di sintesi, fondamentalmente! Però, se finalmente riusciamo a finire questo disco e pubblicarlo, non sarebbe male continuare a produrre, tenere aperto il discorso “nuovi pezzi” e chiudere periodicamente con nuovi dischi. Il nostro paradosso è proprio che continuiamo a scrivere, registrare e pubblicare degli EP, e poi posticipiamo sempre l’uscita dell’Album con la A maiuscola. Alla fine, dall’uscita dell’ultimo LP nel febbraio del 2009 sono usciti almeno una decina di pezzi. Non è che in questi quattro anni non abbiamo fatto nulla, abbiamo pubblicato un sacco di cose … però c’è sempre questa percezione che se non pubblichi un album sei rimasto fermo, nonostante il consumo di musica al giorno d’oggi avvenga per lo più per singole tracce.

A questo proposito, parliamo un po’ del mercato discografico. Non naviga in buone acque…
Ormai non si tratta più di rilanciare la musica, non è più una questione tecnica di mercato. Quel treno lì è passato già da una decina d’anni. Il problema, se mai, è la centralità della musica negli interessi culturali delle persone. Per determinati motivi, questo è sicuramente un periodo infelice da quel punto di vista. La musica la trovi ovunque, è onnipresente, ma la sua importanza è molto, molto relativa rispetto al passato. È un rumore di fondo. Ti vengono proposte milioni di uscite al secondo, fai fatica ad approfondirle e ad affezionartici. Poi dipende dagli interessi delle persone, forse sono cicli di decadi. Ormai non è nemmeno un discorso che riguarda la pirateria, nel senso che oggi anche nomi grossi come David Bowie mettono dischi in streaming online prima dell’uscita. Il consumo è più frenetico, meno meditato, e la musica è meno parte integrante della vita delle persone, viene vissuta con più leggerezza.

Come vedete la scelta di alcuni gruppi indipendenti di entrare nella sfera mainstream?
Quelle sono scelte artistiche dei gruppi singoli. Poi dipende dai gruppi. Ad esempio i Marta sui Tubi a Sanremo, secondo noi, si sono inseriti perfettamente. Okay, sono un gruppo indipendente, ma sono cresciuti tantissimo negli anni, hanno un pubblico molto folto. Poi, insomma, loro fanno un tipo di cantautorato italiano che, per quanto particolare, a Sanremo il suo spazio lo deve avere. Se la vedi in un’ottica commerciale, è una mossa molto giusta per loro. Come abbiamo già detto, hanno un pubblico molto vasto e Sanremo può dargli uno scarto in più. La cosa veramente importante è che, qualsiasi cosa tu faccia, tu salga sul palco con la tua identità, con il tuo bagaglio di esperienza e facendo una cosa che ti rispecchia a pieno. Nel loro caso, l’hanno fatto.

Julie’s Haircut – Who Is He And What Is He To You (Bill Withers cover) from Carlo Polisano on Vimeo.

I Julie’s Haircut sono nati nel 1994, giusto?
Sì, abbiamo pubblicato i primi dischi nel ‘98/’99, però il nucleo del gruppo, che era diversissimo da adesso, è nato nel ’94. Il primo concerto l’abbiamo fatto nel maggio di quell’anno, dunque andiamo quasi per il ventennale.

Quindi vi siete visti passare davanti un sacco di cose, in vent’anni ne succedono di cotte e di crude. Cos’è cambiato di più nel fare musica?
Noi eravamo ovviamente molto più giovani, quindi crescendo è sicuramente cambiata la nostra percezione della musica. Uno cresce ed è normale che si trovi ad affrontare cambiamenti nella propria vita che si ripercuotono innegabilmente anche nel modo di fare e percepire la musica. Poi, ovviamente, il mondo ha subito un’accelerazione allucinante. Internet ha cambiato tutto; la rete, volenti o nolenti, è stata un vero e proprio cambiamento ontologico. Ha profondamente mutato la vita delle persone, a livello di approccio, a livello di consumi… a tutti i livelli. Prima si ragionava in maniera totalmente diversa. Noi abbiamo avuto il primo sito nel ‘96/’97 e non si sapeva niente della rete, avevamo questo sito in html bruttissimo e ci sembrava chissà cosa! Non c’era ancora Napster, Myspace men che meno. Al di là di questo, un’altra cosa che è cambiata sicuramente è la reazione del pubblico ai concerti. Ogni tanto andiamo a vedere un concerto e il pubblico è molto più giovane di noi, e li vediamo diversi nel modo stesso di comportarsi ai concerti. La partecipazione è molto diversa, l’atteggiamento è radicalmente diverso: è molto meno partecipativo. Poi stanno sempre attaccati ai cellulari, che è una cosa che dà sui nervi in un modo pazzesco. A volte addirittura vedi distese di iPad. Ai concerti grossi, parlo ad esempio del tour dei Radiohead dell’estate scorsa, è ancora più assurdo. Entrare costa abbastanza, paghi un fottio per il biglietto… e cazzo, goditela! Anche ai nostri concerti adesso ci sono dei momenti in cui il chiacchiericcio del pubblico supera il livello della musica. Un tempo non era così: c’era più attenzione ai concerti, più partecipazione. Senti i Bachi da Pietra… magari lo dicono anche per scherzare, però hanno detto di aver fatto l’ultimo disco più “hard” per sovrastare il pubblico! Il silenzio tombale sarebbe bello, è anche quello un’alta forma di partecipazione, vuol dire che ci tieni a quello che stai ascoltando. In Giappone ai concerti è così, il pubblico è ancora silenziosissimo e attentissimo, molto posato, molto educato. La fine degli anni Novanta è stata un po’ l’epoca della liberazione fisica, si pogava all’estremo. Era una cosa a volte anche un po’ eccessiva, ma mi dà l’idea che ci fosse una partecipazione più viva. Però forse è sempre legato al discorso che facevamo prima: ti compravi un disco alla settimana, andavi a vedere un concerto al mese se eri fortunato; adesso ascolti cinque dischi al giorno ed è già tanto se te ne riascolti uno. Quindi è sempre strettamente collegato al fatto che la musica non ha più lo stesso valore per le persone.

Internet ha fatto un po’ la parte del leone in questo. La gente spesso va a vedere un concerto, si attacca all’iPhone, riprende tutto e poi non vede l’ora di postare su Facebook.
Assolutamente. È una forma di narcisismo forse, una mania di protagonismo. Certo, la superficialità c’è sempre stata, anche negli anni Settanta… non è che allora fosse tutto bellissimo e perfetto: c’era chi andava ai concerti solo per bersi la birretta con gli amici. Però oggi forse ci sono più strumenti di distrazione, e comunque la birretta era sempre più partecipativa dell’iPhone.

Quali sono i vostri dischi storici, quelli che vi hanno influenzati, che vi hanno “formati” come musicisti e come gruppo?
I gruppi che ci hanno ispirati all’inizio come Julie’s Haircut sono stati sicuramente quelli come i Velvet Underground. La nostra idea era quella: fare una musica molto scarna, fatta di due o tre accordi e belle melodie. I gruppi contemporanei di allora che ci influenzavano erano i Pavement, i Flaming Lips. Tra quelli storici, i già citati Velvet Underground, ma anche gli Stones. Ci piaceva mescolare, ascoltavamo ovviamente un po’ di tutto.

Invece, quali sono gli artisti della scena contemporanea che ascoltate con piacere?
Dopo un silenzio di tomba, scoppiano a ridere. Alla fine, Luca prende la parola.
Oddio, è difficile. Forse l’elettronica è il genere che offre di più, ora come ora. Gente come Four Tet, ad esempio. La cosa assurda è che in tanti anni di Julie’s ci siamo tolti lo sfizio di suonare con tantissimi artisti, italiani e stranieri, ma sono tutti più vecchi di noi! (Ride) Poi avendo consumato così tanta musica in così tanti anni, i gruppi giovani, anche bravi, che ci sono adesso, a noi possono risultare un po’ già sentiti. È già il terzo riproporsi di un ciclo che noi abbiamo già vissuto più volte. Facciamo fatica ad appassionarci ai Deerhunter o gli Alt J. Per carità, sono bravi, ma per noi non sono nuovi. Forse più roba ascolti, più vai indietro nel tempo invece che avanti. Alla fine c’è più genialità nel catalogo della Blue Note rispetto all’ennesimo gruppo che mescola stili. Non è uno snobismo: si cerca di ascoltare, ascoltiamo tanto, però magari si fa fatica ad appassionarsi. Se ti devo dire i dischi che mi sono veramente piaciuti nell’ultimo anno, si parla comunque di gente che ha settant’anni! (Ride) Ad esempio Neil Young, Bob Dylan… roba che magari a vent’anni non ascoltavo, e ascolto adesso nel 2013.

Lo interrompe Andrea Rovacchi.
Secondo me è un problema legato principalmente al rock. Nella musica rock, da molti anni è difficile trovare qualcosa di interessante perché innovativo e non solo derivativo. Però, ad esempio, nell’elettronica ci sono cose molto interessanti. Nel 2011 è uscito l’LP di James Blake che era davvero un bell’album. O magari anche l’hip hop offre qualcosa di più fresco.

Raccontatemi una delle cose più strane che vi sono successe in tour.
Ce ne sono successe davvero tante. A Rovacchi ne capitano sempre di tutti i colori, solo che lui non le reputa cose strane! (Ridono) Una volta eravamo ad Amsterdam, Rovacchi aveva lo zainetto nel furgone e gliel’abbiamo scaricato noi. Poi siamo andati via dal locale e lo zainetto è rimasto lì. Siamo arrivati in hotel e Andrea non lo trovava più. Ovviamente dentro c’erano le cose di prima necessità. Il giorno dopo siamo tornati al locale e c’era un ragazzo che faceva le pulizie. Lo zainetto era lì, lo vedevamo bene, ma quello non ci ha lasciati entrare. Quindi siamo dovuti partire per il Belgio senza zainetto… che è stato poi riportato in Italia da due amiche che erano ad Amsterdam. Ma quello zainetto s’è perso altre volte, quindi forse è lui che è sfigato. Poi una volta eravamo a un concerto con i Marta sui Tubi, stavamo chiacchierando amabilmente e ad un certo punto è scoppiata una rissa allucinante, volavano le sedie sulle nostre teste, eravamo annichiliti. Tra l’altro era a Chianciano Terme, dentro alle terme dove gli anziani vanno a bere l’acqua per depurare il fegato, è scoppiata una rissa da Bronx. In Toscana ai nostri concerti sono scoppiate diverse risse. A una festa dell’Unità dal nulla abbiamo visto volare dei cassonetti per aria, una rissa colossale durata circa 20 secondi… come si dice? Breve, ma intenso!