Keane photo report

ESTRAGON, 26 Ottobre 2012

Foto e testo Francesca Pradella

“Everybody’s changing but Keane sounds still the same”.
I Keane sono tornati in Italia per presentare le canzoni di Strangeland; idee rinnovate e soluzioni contemporanee per i ragazzi di Battle che sono cresciuti e ci consegnano un quinto album di musica aristocraticamente pop, perfetta per incorniciare le meditate parole cantate dalla voce lirica e sicura di Tom Chaplin.
Dopo tanto vagare i Keane tornano per restituire il giusto valore e dignità alle loro origini, con la prospettiva non più sfocata dei “wide-eyed dreamers”, ma di coloro che sono partiti e ce l’hanno fatta. Lucidi cantori della difficoltà di far sopravvivere i sentimenti nell’arido terreno della quotidianità, i Keane ci invitano ad avere il coraggio di guardare oltre mentre “Disconnected” si fa spazio sul palco dell’Estragon, accettando il cambiamento che, nelle relazioni, spinge, a volte, in direzioni assai diverse (“I feel like I just don’t know you anymore”).

Strangeland è il passaggio all’età adulta, non sempre comprensibile ma che si deve imparare ad accettare nella sua freddezza, nelle sue nuove logiche a volte sterili e contestabili, cercando di rimanere, con coraggio, fedeli a se stessi. Strizzando l’occhio malinconico all’adolescenza finita da tempo, incitano le nuove generazioni a buttarsi temerarie nella vita, perché tanto “you’re shielded by the hands of love, ‘cause you are young” (You’re Young), e gli adulti a lasciarsi alle spalle un passato che non si può cambiare ( “Drag your heart up to the starting line, forget the ghosts that make you old before your time”Drag your heart). La band usa magistralmente testi efficaci ed, a volte, di una semplicità elementare ( “If I’m the river, you’re the ocean” – Silenced by the night) per lanciare messaggi ben più complessi.

Sul palco non si può che definirli generosi: ogni energia è consumata per il pubblico che si lascia trasportare da uno spettacolo lungo e costante nel ritmo. Il cuore risponde alle note che conosce ed i Keane lo sanno bene, rendendo tutto fuorchè una “terra straniera” il loro concerto, anzi, un luogo familiare, dove un pubblico eterogeneo affronta “hopes and fears” vecchie e nuove, accanto ai suoi beniamini.
Non siamo di fronte ad una metamorfosi del gruppo ma, di certo, a una maggiore maturità che si apprezza con l’ascolto attento di una musica che avvolge come una rassicurante coperta di linus.

Francesca Pradella