Knight of Cups

Parlare di Terrence Malick ha sempre un qualcosa di speciale per me. “The Tree of Life” è stata la più emozionante esperienza cinematografica che io abbia vissuto, un’opera meravigliosa che dal particolare (la tragedia di una famiglia) ci racconta dell’universo, del tempo e della vita: uno dei più grandi film di sempre a mio modo di vedere.

Da questa gemma, però, Malick, regista famoso per realizzare film a distanze siderali l’uno dall’altro, ha iniziato un periodo di super produzione (siamo a 3 film in 4 anni praticamente), che ha visto come prima opera l’orrendo “To the Wonder”, uno dei film più brutti visti negli ultimi anni. Retorico, evanescente, senza uno scopo vero e che pretendeva di far recitare Ben Affleck, che a livello di intensità è paragonabile ad un tronco di legno obiettivamente.

Con grande prudenza mi sono approcciato a questo “Knight of Cups”, fante di coppe in italiano, perchè il film è diviso in capitoli che hanno come nomi delle carte dei tarocchi, quasi a volerci suggerire quanto sia fittizia la vita del protagonista. La pellicola ha come protagonista un Christian Bale scrittore di successo in cerca di se stesso, circondato da un mondo che non riconosce come suo, con alle spalle un rapporto conflittuale con padre e fratello e accompagnato da una serie di diverse donne che “dovrebbero accompagnarlo” in questo percorso, ma che in realtà (tranne Cate Blanchett) sembrano quasi sempre “in vetrina”, a sfilare senza toccare l’esistenza di quest’uomo.

Ultimamente è molto difficile riassumere un film di Terrence Malick con una trama, anche perchè tende sempre ad andare oltre, a costruire una struttura in cui spazio (in questo caso no, perchè siamo a Los Angeles) e tempo sembrano indefiniti. Il trascendere malickiano ha fatto sì che questo regista creasse grandi divisioni tra assoluti estimatori e completi denigratori.

…Malick rimane sempre un regista che aiuta a porsi domande…

A mio modo di vedere questo “Knight of Cups” si inserisce in una sorta di terra di mezzo, perchè se da una parte ci sono immagini e parole altamente evocative e di grande riflessione, dall’altra (come era accaduto in “To the Wonder”) Malick ci racconta di un uomo che non vive, ma contempla, e questo stona parecchio con l’argomento trattato. Lo spettatore deve vedere e toccare la sofferenza di quest’uomo, che noi vediamo sempre perfetto e in visione della sua vita.

Non arriviamo mai, nonostante il tono sempre solenne, allo stile da maestro di vita di Sorrentino, perchè Malick rimane sempre un regista che aiuta a porsi domande, non a fornire risposte. Proprio per questo ogni volta, quando mi sembra ovvia la critica totale a un suo film, la sua poetica e la sua capacità di riflettere sul dubbio esistenziale mi catturano e mi fanno entrare in una dimensione cinematografica unica, che nessun altro regista riesce a regalare.

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Proprio per questo motivo credo che questo “Knight of Cups” sia un film esclusivamente rivolto agli adoratori della poetica malickiana, che però dovrebbero guardare con occhio critico all’operazione commerciale che questo regista sta compiendo. Penso che sia il momento per lui di cominciare a cercare qualcosa di nuovo e sfruttare il suo occhio unico. Caso vuole, per altro, che il film inizi e finisca con il termine begin. Ecco, Malick, c’è bisogno di un nuovo “begin”.

Matteo Palmieri