Kubrick e la guerra in Full Metal Jacket

Prima di parlare di un film di Stanley Kubrick occorrerebbe parlare di Stanley Kubrick. L’intento generale non mi risulta semplice, ma quel che so e conosco cercherò di ordinarlo nel modo più conciso possibile.

Stanley Kubrick: nato a New York nel 1928 e morto a St Albans (Inghilterra) nel 1999. Il primo lungometraggio è Paura e desiderio del 1953. Film di guerra e di luogo imprecisati. Ripudiato e schernito dallo stesso regista, che lo considerava goffo e puerile, venne tuttavia ben accolto dalla critica di allora. Di ancora maggiore apprezzamento oggi, nonostante i limiti legati al budget striminzito, considerato antesignano di opere anche di altri autori, da Apocalypse Now fino a La sottile linea rossa. Corrisponde al primo approccio al genere bellico, sul quale tornerà e (per citarlo) si rifarà. Acerbo rispetto ai film successivi, ma le tematiche che danno il nome alla pellicola saranno un fil rouge della sua espressione cinematografica.

Poliedrico, maniacale, di un’esasperante curiosità tecnica. Ne sanno qualcosa i suoi colleghi, a cui telefonava spesso per confrontarsi, umilmente imparare e, all’occorrenza, litigare. Massima espressione del regista enigmista, oggetto di fiumi d’inchiostro volti a dipanare e descrivere l’effettivo significato dell’immagine dietro l’apparenza. Citato ossessivamente e vivente negli ieratici omaggi di Paul Thomas Anderson, nelle inquadrature color pastello di Wes Anderson, nelle geometrie spaziali dei Coen, fino ad arrivare al giovane Duncan Jones col sorprendente Moon e al non più giovane Ridley Scott con l’odierno Alien: Covenant.

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Disinteressato, diversamente da come si potrebbe pensare, al pubblico di nicchia. Il suo cinema non mira agli intellettuali, né tantomeno a compiacerli. Il suo cinema guarda al grande pubblico e possibilmente ad un buon successo commerciale. Allo stesso modo, però, possiede la sana presunzione dell’artista. Non gli interessa pescare l’asso dal mazzo ma cambiare direttamente le carte in gioco. L’ambizione non manca mai nella mente di Kubrick e gli anni dopo l’uscita di Shining (1980) sono dedicati ad immaginare un’opera capace di disgregare la classica struttura narrativa, qualcosa che sia davvero un punto di rottura. La scelta ricade sul racconto di guerra. Non a caso la guerra. Da lì è partito (come già detto) e ha proseguito attraverso Orizzonti di gloria (1957), poi per Spartacus (1960), Dr. Strangelove (1964) e Barry Lyndon (1975) fino ad arrivare al 1987: Full Metal Jacket.

Sovente il war-movie celebra l’individualità di un protagonista, il personaggio da applaudire e per cui fare il tifo, fino a darne nell’insieme un tratto di epicità. Full Metal Jacket non è un film epico, per una ragione molto semplice: l’epica necessita di un eroe. La guerra non è né fatta né vinta dagli eroi e qui non ve ne sono. Nessuna tra le teste pelate del lungo addestramento spicca su un’altra. «Qui vige l’uguaglianza. Non conta una cazzo nessuno». Non vi è empatia ma un senso di insoddisfazione che via via cresce. Come la guerra mette alla prova i limiti del genere umano, il film di guerra stressa l’andamento usuale della narrazione cinematografica. Kubrick rivolta i topoi classici del Viet-movie: gli scontri sono brevi scaramucce senza gloria, i personaggi passano sullo schermo come in una rapida carrellata o poco più. Sopratutto manca la giungla. L’idea è quella di forzare lo spettatore a confrontarsi con uno scenario a cui non è abituato: guerriglia in luogo urbano, certo distrutto e abitato da spettri, ma comunque fuori di stereotipo. È il Vietnam per dissomiglianza. Paradossalmente, la città può essere meno familiare di una foresta.

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Tempi dilatati e luoghi inconsueti. La guerra inizia già a casa, alla caserma di Parris Island, tanto che Kubrick dedica metà del film all’addestramento delle reclute. La prima strigliata del sergente Hartman alla truppa appare quasi caricaturale. Lo stesso soldato Joker si guadagna il suo soprannome facendo una sarcastica imitazione alla John Wayne del sergente. Presto è chiaro però che Hartman è un personaggio tanto grottesco e perverso da sfiorare l’incredulità, detentore del potere di un apparato delirante e quindi tremendo. Tale apparato corrisponde all’esercito che, secondo una classica tematica kubrickiana, viene eretto a sistema di riferimento alienando ogni personaggio. Il protagonista, insomma, non è l’individuo ma l’esercito. Il suo obiettivo non è di creare dei robot per la guerra, ma dei killer. E il sistema andrà sempre avanti; i marines passano ma il “Corpo dei Marines” rimane. Hartman con la sua morte suggella il successo personale e dell’esercito: verrà ucciso da Palla-di-lardo facendone in questo modo un killer. La sua morte non è un sollievo, una liberazione, ma l’inizio di tutto. Il sangue misto a cervella che pittura la parete delle latrine apre un rosso sipario su quel teatro dell’assurdo che è la guerra.

In Vietnam il focus si sposta più su Joker. Dopo l’esperienza di Parris Island diventa effettivamente un “burlone”. Lui che, ancora prima di andare in guerra, la morte l’ha vista e l’ha sfiorata. Portatore (non) sano di quella schizofrenia che caratterizza il mondo, indossando insieme all’elmetto con scritto “Born to Kill” il simbolo dei pacifisti. Il risultato è un annullamento di ogni ideologia e ogni umanità, in favore di un ricorso costante a un’ironia spietata e meschina, necessaria per mantenere un equilibrio davanti alla paura. Perché in guerra è meglio esser vivi che morti. Tutto il resto non conta, neppure la storiella della lotta per la libertà.

«Libertà? Questa è strage. Se devo rischiare la vita per una parola, allora, l’unica che mi va bene è “scopare”» mette in chiaro il soldato Animal. Ancora dualità tra paura e desiderio (carnale), come fu per la prima volta quasi trentacinque anni prima. Kubrick chiude il cerchio e la pulsione cardine, che in Paura e desiderio porta addirittura alla follia, la fa pronunciare al personaggio più schietto e “animalesco”, ma anche l’unico veramente disposto a difendere i suoi compagni feriti. L’unico che accetta veramente il rischio di morire. Perché non si può sfuggire a lungo alla guerra. Si uccide o si è uccisi. Alla fine Joker finisce la ragazza cecchino ormai inerme che ha massacrato la sua squadra, diventando anche lui, come Palla-di-lardo prima, un meccanismo del sistema. Un killer, «vivo in un mondo di merda, ma sono vivo. E non ho più paura». Da qualche parte Hartman nella tomba se la ride. E la triste verità è che la guerra si è presa gioco anche del suo pagliaccio.

In chiusura le note malinconiche di Paint it Black dei Rolling Stones. Il sipario rosso sul Vietnam si chiude e si tinge di nero fino alla fine dei titoli di coda. Si aprirà di nuovo, per l’ultima volta, solo dodici anni dopo in un appartamento di New York: Eyes Wide Shut. Per portare avanti quella parola pronunciata da Animal.

Davide Miselli

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