Kurt Vile



“Smoking Ring For My Halo”

(Matador, 2011)

Cosa rende queste canzoni così incredibili al punto da scomodare i coniugi Moore in persona, guru della “coolness” artistica a trecentosessanta gradi? Senz’ombra di dubbio il giovane cantante/chitarrista di Philadelphia sa come costruire un brano affascinante con la sola chitarra acustica e poco altro come nella decadente “Smoking Ring For My Halo” e nella sognante “Baby’s Arms”.
Il suono cristallino si espande nelle semplici note di “Peeping Tomboy” capolavoro assoluto di grazia, poesia e indecisione giovanile già nelle parole del testo: “Non voglio cambiare, ma non voglio rimanere così. Non voglio andare, ma sto correndo. Non voglio lavorare, ma neanche starmene tutto il giorno a cazzeggiare”.
Altri tempi in “Ghost Town” quasi fosse un incrocio tra il folk sbarazzino di Bob Dylan e il cantautorato adulto di Leonard Cohen.
La cosa interessante di questi dieci brani è che viaggiano tutti sulla stessa frequenza; non ci sono novità o evoluzione particolari, ma la registrazione è ottima, un suono pieno nonostante i pochi strumenti utilizzati. Il canovaccio è quello delle folk ballad intime ed emozionanti, ma che riescono ad andare oltre questo genere. C’è sempre quell’equilibro tra nuovo e vecchio, tra sentito e innovativo, come nella traccia fantasma, uno strumentale che dura poco più di un minuto, quasi fosse una marcia funebre o un blues antico che non capisci da dove salti fuori. Un gioiellino questo cd.

Pentothal