La fiaba di Antonio Moresco: inventare l’amore



Testo di Silvana Farina (a D. D)

Ecco, sconosciuto, scrivere è stendere in avanti le braccia nella speranza di sfiorare qualcosa di te che non si può vedere, al di qua dell’orizzonte, nelle pieghe della parola lontananza.
(Domenico Brancale, Controre)

Già autore di Favole della Maria scritte per la figlia (con cui ha ricevuto il premio Andersen per la letteratura per ragazzi) e a quasi un anno di distanza da La lucina, Antonio Moresco ha scritto una fiaba come da un esilio dove la terra concede di pensare liberamente. Non a caso cito Domenico Brancale che nelle sue parole argillose tenta di racchiudere ciò che sfugge alla nostra percezione. E se l’argilla abita i nostri occhi e il nostro corpo forse dovremmo custodire solo quello che non sappiamo, l’impossibile in cui è radicato il passo di ogni persona. Eppure Moresco suggerisce che non dobbiamo lasciare alla ricerca e alla fantasia il diritto di abdicare. Forse per lo scrittore l’obiettivo è stendere in avanti le braccia e tentare di raccontare l’indicibile che chiede di essere detto, indagato ed espresso proprio in virtù della sua inaccessibilità, come ha detto Emanuele Tonon a proposito de Il Nemico. È attraverso l’impossibile che si cerca di strappare una verità.

Difficile ricordare qui tutte le interpretazioni che sono state date da vari studiosi della fiaba, ma sta di fatto che, come il mito, è la rappresentazione di un atto di rivolta, di liberazione. Questo corrobora l’idea che la letteratura d’oggi non deve essere un vicolo cieco, ma un “gesto di libertà verso una chiusura epocale”. È questo il nocciolo d’uranio da rompere secondo Moresco: aprire alternative, vie d’uscita dai pregiudizi della cultura contemporanea.
L’autore sparge briciole sul sentiero che condurrà a Gli Increati, apre tante piccole porticine estinguendo il confine della parola; il suo lungo racconto è come un gomitolo di lana, un filo d’Arianna per poter segnare la strada percorsa nel labirinto, procedere e tentare di uscirne come redenti. Devi procedere. Per essere ancora e a non finire il verso dei muti rivolto alle stelle (Domenico Brancale, Controre).
Antonio Moresco costruisce due mondi che sono come scatole cinesi, uno dentro l’altro e assolutamente reversibili: la morte dentro la vita, la vita dentro la morte. È questo, forse, per l’autore quello che chiamiamo realismo. Moresco è evidentemente attratto dalla trascendenza come vita, dalla morte come rinascita. Fiaba d’amore, infatti, si pone nel solco de La Lucina, dove un uomo solitario va alla ricerca della sua luce nel mondo in cui vita e morte sono raggi della stessa ruota.
Questa fiaba è il nido di una piccola tragedia d’amore fuori dal tempo che sa riscattarsi dall’odio e dall’egoismo. Antonio, un vecchio pazzo barbone, e Rosa, una meravigliosa ragazza, sono i due protagonisti principali destinati a incontrarsi, riconoscersi e amarsi sotto la veglia di un colombo che li accompagna come solo un narratore sa fare, attraversando mondi speculari a distanze siderali. Antonio e Rosa si accudiranno l’un l’altro, si addomesticheranno, si puliranno a vicenda come fanno i mammiferi. Il lettore ne uscirà frastornato, emancipato, consapevole di dover rompere gli specchi nei quali quotidianamente adoriamo rifletterci per sentirci meno soli: tutte quelle case là in fondo con qualche finestrella ancora illuminata nel buio che adesso sto vedendo dall’alto sono piene di uomini e donne che soffrono e che si cercano e che non si trovano e che si abbracciano e che si ingannano e che si lasciano e che si uccidono perché non sanno inventare l’amore…

Nella narrazione sono frequenti e quasi obbligatorie le ripetizioni perché raccontare più volte lo stesso fatto, proprio nella fiaba, aveva lo scopo di dilatare la storia, chiarificarla e prolungare la sensazione di mistero. Le frasi interrogative sono come circolari: il punto interrogativo diventa come la virgola per Cortazar, la porta girevole del pensiero. Per quanto sembra che facciano implodere su se stessa e ristagnare l’azione, in realtà diventano il luogo di rilancio della narrazione. Come in una tragedia ascolteremo il coro dei barboni disillusi che osservano da lontano la vicenda dei protagonisti (i miracoli non esistono, l’amore non esiste) e avremo la possibilità di partecipare al loro processo di catabasi e catarsi. La stessa specularità dei mondi e le stesse ripetizioni di piani ribaltati si hanno a livello di percezioni, suoni, odori, elementi cromatici, come luce-buio (ma era una luce diversa da quella che c’era nella città dei morti, perché là la luce non si vedeva ma ci si vedeva, mentre qui la luce si vedeva ma non ci si vedeva).

Da una visione pessimistica o forse solo realistica della società ci salva l’amore (noi faremo insieme qualcosa di grande. È per questo che sono nata, è per questo che ti ho cercato e che ti ho trovato) con le sue pure e indicibili emozioni. Fino a quando, però, si scopre che anche questi sentimenti mutano (io non posso avere per te la devozione che tu vorresti…), distruggono e che gli uomini sono come dei prismi cangianti, come canne al vento: «Ogni cosa ti delude… le persone non sono quello che dicono di essere, ti dicono che sono una cosa e invece sono un’altra… le persone ti ingannano, ti feriscono, ti fanno del male… Come si fa a vivere in un mondo simile?». Eppure il lettore avrà ancora modo di ricredersi.
La Natura sfuma in secondo piano rispetto al precedente romanzo e lascia lo scenario alla città (dei vivi e dei morti), una metropoli dal tessuto connettivo sfibrato con i suoi vicoli degradati, la sua spazzatura, i suoi cittadini e i suoi disadattati, di cui su note surreali l’autore ci mostra le metamorfosi dei corpi, le ferite, le croste. Moresco sceglie come protagonisti dei barboni, quelli che popolano sempre più gli angoli delle nostre aride città: gli eletti sono coloro che inciampano nelle cose in cui non si riconoscono e vivono un naufragio continuo come esuli alla costante ricerca di una patria: «Le persone si illudono e poi si deludono, si abbandonano, si rimpiccioliscono, si riciclano, accettano di vivere rimpicciolite e riciclate. Si feriscono, si fanno a pezzi, si uccidono, ma poi – come dicono loro – continuano a stimarsi, a restare amiche, cioè si uccidono due volte, e credono così di essere persone evolute, civili, credono che sia questa la civiltà, la società in cui si riesce a vivere. La società… Noi lo sappiamo bene com’è fatta la società, l’abbiamo conosciuta fin troppo bene, per questo le abbiamo voltato le spalle.»

Chi ha il coraggio di voltare le spalle a denaro, reputazione, benessere? Chi ha il coraggio di “prendere in affitto” un pezzo di asfalto perché non è riuscito a rispettare le crudeli leggi della società odierna? Chi ha il coraggio di sopportare tanto dolore e tanta pazzia? Secondo Cristina Campo nelle fiabe la sorte meravigliosa va a colui che, vinte le leggi di necessità, senza speranza si affida all’insperabile.
Questa è una fiaba di quella interminabile lotta per la sopravvivenza, non una fiaba di formazione con una vera morale, ma di necessaria protezione. Società o civiltà implicano davvero le costanti di competizione e selezione naturale? Oppure tutto dovrebbe portare a un risultato univoco in tre parole: fine della violenza? C’è bisogno di quel tipo di amore istintivo, primordiale, finalizzato a proteggere, a provvedere all’altro per andare avanti. L’amore è quello che davvero conta e non si può barattare con nessun’altra cosa al mondo.

Silvana Farina