La grande illusione senza tempo

«Per me Renoir è quasi virale. Ecco mettiamo La grande illusione, quello lo vedo tutte le volte in televisione se so che lo danno». Woody Allen la dice così in Manhattan, una frase buttata lì, una piccola grande sicurezza sospesa tra simil-monologhi dedicati alle sue insofferenze. Sospesa e senza ribattuta, perché non ci sarebbe molto altro da aggiungere. La grande illusione di Jean Renoir compie 80 anni ma il capolavoro del regista francese non invecchia mai davvero.

Film storico per il cinema e storico all’interno della storia. Venne presentato al Festival di Venezia del 1937 dove vinse la coppa della giuria scatenando l’ira fascista. Vietato in Germania dove Goebbels lo etichettò “il nemico cinematografico numero uno”. Troppo scomodo un così grande manifesto pacifista a quell’epoca, tanto che non mancarono anche tentativi di sabotarlo nell’interpretazione del contenuto.

Prima guerra mondiale. In seguito a vani tentativi di fuga, il capitano d’aviazione francese de Boïeldieu e il tenente Maréchal vengono trasferiti alla fortezza prigione tedesca di Wintesborn al comando del capitano von Rauffenstein, che li aveva abbattuti. Ferito più volte e quasi immobilizzato con un rigido busto, von Rauffenstein vive rispettando regole cavalleresche che la modernità ha superato ma che condivide col prigioniero de Boïeldieu, il quale arriverà a sacrificarsi per permettere la fuga dei suoi compagni.

Forse sfugge il motivo cardine per cui l’uomo sia sempre stato così attratto dal desiderio di massacrarsi in massa. Forse se lo chiede anche Renoir. Lui la guerra l’ha fatta e la combatte anche attraverso il cinema, raccontando di un’evasione da un campo di prigionia e portandosi dietro riflessioni che vanno ben oltre il tempo in cui si svolgono.

Il nuovo avanza incontrastato in un mondo che ha ancora reminiscenze di un’epoca destinata a finire. L’ascesa della borghesia è il decadimento dell’aristocrazia (rappresentata da de Boïeldieu e von Rauffenstein) con i suoi ideali ormai anacronistici. «Tutto si democratizza», comprese le malattie che un tempo classificavano le persone secondo il proprio rango sociale.

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Nuovo come La Grande Guerra, primo evento bellico su scala globale ma che sarà solo preludio di qualcosa di ancora più catastrofico. Sta qui la grande illusione: «Bisognerà finirla questa guerra, no? Speriamo che sia l’ultima»«Non ti fare illusioni». Appunto, illusioni. Tante altre illusioni, che l’uomo sfrutta per allontanare o anche solo stemperare la tragica realtà. La fuga stessa lo è. Fuggire da chi? Da cosa? La guerra è ancora là fuori che aspetta.
Nuovo come lo spirito di solidarietà interclassista che va oltre lignaggio, confini e nazioni, fino a sfociare nell’amore. I cuori parlano la stessa lingua anche se le bocche non lo fanno.

Tanto altro ancora. L’orgoglio nazionale della Marsigliese, cantata a sorpresa in un improvvisato teatro. L’autenticità di un’amicizia che abbatte pure i muri eretti dal conflitto, celebrata dalla commovente scena di von Rauffenstein che coglie l’unico fiore di tutta la fortezza per rendere omaggio all’amico nemico caduto. L’umanità del soldato tedesco che si offre di tagliare la carne a Maréchal ferito al braccio, o come l’altro soldato tedesco che gli offre qualche sigaretta e un’armonica in un momento di sconforto.

Quest’ultima, umanità. Occorrerebbe ricordarsene più spesso, magari proprio attraverso capolavori come questo. Dopo 80 anni non smette di insegnare o, semplicemente, ricordare da dove si è arrivati e dove si rischia di ritornare. Woody Allen ha ragione, andrebbe sempre rivisto.

Davide Miselli

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