La Guardia Bianca

di Michail Bulgakov
(Feltrinelli 2011, 9 euro)
Copertina del fumettista e illustratore Manuel Fior,
traduzione di Serena Prina

Il 1918 è stato un anno mica da ridere e Bulgakov non l’ha passato su un letto di rose; l’anno della rivoluzione russa mentre l’Europa tenta di tirarsi su i pantaloni dopo i disastrosi esiti della prima guerra mondiale. Milioni di morti e correnti di rassegnazione che spazzano il cielo. Bulgakov ha sposato cinque anni prima Tat’jana Lappa, durante la guerra ha prestato servizio nella croce rossa e quando a Kiev si alternano i nazionalisti di Petljura e i bolscevichi lui non può scappare come molti altri perché ha il tifo.

Questa esperienza confluirà quattro anni dopo nel suo primo romanzo, pubblicato a puntate sulla rivista “Rossija” dove conoscerà una discreta fama parallelamente all’uscita di alcuni dei suoi più famosi racconti e diversi adattamenti teatrali.
“La Guardia Bianca” è la storia di tre fratelli (Elena, Aleksej e il giovane Nikolka) che vivono a Kiev il dramma del caos e dell’incertezza della guerra civile; clima che narrato da Bulgakov assume sfumature oniriche e demoniache. Monarchici convinti i giovani fratelli Turbin, (Nikolka e Aleksej) si preparano alla difesa della città arroccandosi nel loro vecchio liceo, senza sapere chi e quando mentre il marito di Elena fugge una notte al seguito dei bianchi e dei vertici di stato che abbandonano il paese.
Bisogna sapere che in Ucraina nel 1918 si sono alternati ben quattro governi diversi: consiglio autonomo prima, un governo sovietico, di nuovo autonomo, un etmano e infine gli indipendentisti di Petljura che verranno cacciati dall’armata rossa nel febbraio del 1919. Una situazione al limite del plausibile, sempre sul punto di degenerare. Immagina quanti morti per strada, quante repressioni e quanta giustizia sommaria abbia significato l’alternarsi di così diverse fazioni in così poco tempo.
Un libro dall’ampio respiro (pensato come prima parte di un ciclo sulla guerra civile ucraina) dove ruotano più personaggi (i giovani militari amici dei Turbin, il borghese Vasilisa, i banditi) sfaccettature intense di una società condannata con l’arrivo dei bolscevichi.
Bulgakov non ha paura di rischiare e si concede diversi livelli di sperimentazione meta-letteraria e intertestuali: si disegnano riferimenti alla Bibbia, all’apocalisse, ai “Demoni” di Dostoevskij, al Diavolo (che sembrava essersi arrampicato sul campanile per suonare le campane) fino a citazioni di opere liriche (grande amore di Bulgakov).
In più Bulgakov, che è dotato di un’ammirevole scrittura visiva, richiama sotto gli occhi del lettore (con una penna da prestigiatore) dettagli minuti e particolari, deforma la sua prosa con una scrittura alle volte disgiunta, altre volte dal ritmo cubista o futurista.
E con un perfezionismo linguistico che ricorda quello di Gogol de “Veglie alla masseria presso Dikan’ka” usa per i muzikì della campagna intorno a Kiev un russo più ucrainizzato per rimarcarne l’origine territoriale e lo scontro di identità con i cittadini.
Rivela già il suo enorme talento visionario con una scena che merita da sola l’acquisto del libro: il medico Aleksej Turbin una notte sogna gli ussari caduti in guerra che gli raccontano di come hanno cavalcato oltre i cancelli del paradiso e ciò che il venerando San Pietro ha detto loro.
Una situazione intensa, mistica e grottesca che galoppa fuori dal libro tra fumi di incenso.
“La Guardia Bianca” svela le capacità del giovane scrittore e ne apre il difficile percorso umano e artistico; la pubblicazione verrà sospesa, la rivista cadrà in disgrazia e in breve tempo la critica si schiererà all’unanimità contro di lui, e rappresentazioni teatrali cancellate e giudizi feroci, culminando con la celebre lettera scritta a Stalin. “Son dunque io pensabile in Urss?”
Un romanzo bellissimo che unisce le grandi narrazioni di Tolstoj e Dostoevskij alle avanguardie letterarie del primo novecento arricchendo e percorrendo il lungo percorso della letteratura russa.
Incentrato ancora una volta su quei temi che l’hanno resa grande: la religione, l’identità di un paese e il compimento del destino umano. E una voce importante sulla guerra civile russa insieme a “L’Armata a Cavallo” di Babel e “Il Dottor Zivago” di Pasternak.

Gregorio Enrico