La Schiuma dei Giorni

di Boris Vian (Marcos Y Marcos, 1992, 15€)

“La schiuma dei giorni” di Boris Vian è uno di quei romanzi le cui pagine non ingialliscono nella polvere di uno scaffale perché si avverte l’esigenza di rileggerlo diverse volte nell’arco del tempo: lascia sempre margini per nuove interpretazioni, non c’è immagine suggerita che non presenti zone d’ombra da illuminare, fotogrammi alla nouvelle vague.

Siamo nella Parigi del dopoguerra, Collin è un giovane benestante le cui molteplici passioni non annientano un profondo senso di tedio. Si prodiga nella sperimentazione di stravaganti ricette con la collaborazione di Nicolas, un cuoco affabile seduttore, e nella costruzione del pianococktail, un marchingegno in grado di sfornare bevande a seconda della composizione suonata sulla tastiera.
Il miglior amico di Collin è Chick, ingegnere contrario ad ogni logica di parsimonia a causa della collezione di opere di Jean-Sol Partre. Durante una festa incontra la bella Chloè e se ne innamora: nel giro di pochi giorni decidono di sposarsi. La cerimonia viene organizzata non badando a spese. Lo sposo ingaggia un Arcivettovo, settantatrè musicisti, quattordici Figli della Fede, due pedastri d’onore. La sceneggiatura prevede le nuvole all’interno della chiesa, dal delicato profumo di coriandolo e di erbe di montagna.
Dopo il viaggio di nozze Chloè si ammala, nel suo esile fisico si annida un male oscuro che viene descritto come una ninfea che cresce nei polmoni, un fiore grazioso dalle conseguenze funeree. Di qui quella che era una favola cambia registro e lascia il posto alla tragedia: parallelamente al progredire del male che attanaglia la giovane sposa, gli altri personaggi invecchiano, perdono soldi, talento e dignità. In una parola: smarriscono la speranza. Anche l’ambiente circostante sembra perire dello stesso destino che percuote le anime: le stanze dalle dimensioni faraoniche divengono anguste, lo spazio si restringe e ovunque regna la desolazione.
Scrivere la trama di questo romanzo è complesso: è come domandare ad un familiare la descrizione asettica dell’operazione chirurgica che ha coinvolto un congiunto, ciò perché questa banale storia d’amore si presta ad innumerevoli interpretazioni , elargendo emozioni fortissime che rimbalzano tra il riso ed il pianto come due facce della stessa medaglia.
“La schiuma dei giorni” è il geniale prodotto di un Vian ventisettenne. Un romanzo di formazione il cui vero protagonista pare essere il linguaggio. Viene immediatamente alla mente la sfrenata abilità linguistica dell’autore: la prosa è costellata di neologismi, di giochi di parole, di distorsioni linguistiche che ricordano le stesse ludiche bizzarie alla Queneau e contemporaneamente il linguaggio crudo e tagliente alla Bertold Brecht; del resto Boris Vian è un uomo legato al suo tempo, al dopoguerra parigino, all’avanguardia, all’esistenzialismo.
Ma la deformazione linguistica in Vian ha uno scopo che va al di là della semplice ricerca stilistica, è il mezzo che si impiega per criticare il conformismo in tutte le sue forme espressive, è derisione di qualsiasi regola borghese. Non stupisce dunque che lo stesso autore sia stato particolarmente apprezzato dai protagonisti delle contestazioni a cavallo tra la fine degli anni sessanta e gli inizi degli anni settanta. Inoltre le pagine di questo breve libro sono intrise di quelle passioni che costituiscono la poliedricità dello stesso autore: la cucina, la musica jazz di Duke Ellington, l’amore per l’arte fine a se stesso, l’affinità per il ”bello” in tutte le sue forme, che sia una ragazza o una melodia. In conclusione cedo il posto che potrebbero occupare altre eventuali parole di mio pugno ad un piccolo frammento dello stesso romanzo, spero che vi giungano al cuore e vi facciamo nascere quella curiosità di cui questo meraviglioso libro si potrà nutrire. “ I negozi di fiorista non hanno mai le saracinesche di ferro. Nessuno cerca di rubare fiori”

Gaia Genovese