La Verità sta in Cielo

“La verità sta in cielo” è uno di quei classici film che ti fa infuriare: una storia interessantissima, complicata, che coinvolge una delle organizzazioni più misteriose della storia (il clero) e due ottimi attori come Scamarcio e Greta Scarano (vista in “Suburra”, ma ci torneremo) dovrebbero essere sinonimo, almeno, di buon film. Invece no! Quello che mi sono trovato di fronte è stato un maldestro, approssimativo e, per certi versi, offensivo tentativo di fare un film.

L’ambizione di Roberto Faenza (regista e anche sceneggiatore della sciagura) è quella di portare sul grande schermo, per la prima volta, il racconto di una versione di ciò che potrebbe essere accaduto a Manuela Orlandi in quel lontano 1983. L’ipotesi che Faenza segue è quella derivata dalla testimonianza (tutt’altro che inscalfibile) di Sabrina Minardi, che collega il rapimento di Emanuela in particolare alla figura di Enrico De Pedis.

Il grosso problema del film è che non si limita a questo racconto, perché in realtà è ambientato ai giorni nostri e noi seguiamo le gesta di una giornalista che cerca di ricostruire la vicenda. Ecco, il momento in cui Faenza ha scelto di girare queste scene ha compiuto un autentico atto masochistico: raramente ho visto sequenze così brutte da vedere e mal recitate.

Primo punto: per un maggiore realismo si sceglie di far parlare in inglese i giornalisti, poiché appartengono ad una testata straniera. Benissimo, perché allora non prendere attori inglesi, invece di far “non recitare” attori italiani che non lo masticano proprio bene? L’effetto che ne risulta è fastidiosissimo, ma soprattutto rende tutto molto falso e poco credibile.

Punto secondo: ma come è possibile che le scene girate nel passato siano così autentiche e forti, mentre quelle nel presente siano a livello del peggior B – movie? L’anno scorso mi è capitato di vedere “Ustica”, film per certi versi molto simile a questo, che era afflitto dallo stesso problema visivo. Ma era una caratteristica di tutta la pellicola, motivata quasi sicuramente dalla mancanza di soldi. Ma come è possibile che un regista vincitore di un David di Donatello realizzi una cosa simile?

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E’ un vero peccato, perché questa è una vicenda che coinvolge i piani più alti del Nostro Paese, uno di quei misteri che deve essere discusso, ma che merita altrettanto una resa dignitosa, perché così non si invoglia lo spettatore medio ad andare al cinema. Questo è il cinema italiano che non mi piace, quello che non investe su se stesso per provare a dare risposte, ma che fa dei tentativi approssimativi che alla fine non fanno altro che continuare a seppellire le verità.

Matteo Palmieri