L’altro volto della speranza

Se la pigrizia glielo permetterà (premessa fatta dallo stesso Kaurismäki) e se l’alcol non lo consumerà prima (premessa personale), “L’altro volto della speranza” dovrebbe essere il secondo film di un’ipotetica trilogia sull’immigrazione del regista finlandese, iniziata con “Miracolo a Le Havre”. Tema attuale e scottante, col rischio propaganda politica dietro l’angolo. Ma a Kaurismäki questo non interessa, non ha paura di far sapere come la pensa, non ne ha mai avuta.

Il suo cinema è così, riconoscibile e intimo. A volte quasi odioso, non per quello che racconta ma per come lo sa raccontare, facendo apparire tutto semplice, elementare, basta accendere la telecamera ed è fatto… Pura invidia, beato lui! Eppure non finisce mai di sorprendere. Ogni volta è diversamente simile a quella prima, ci si aspetta la prosa e arriva la poesia, ci si aspetta il parlato e arrivano i silenzi.

Arrivano sempre i suoi personaggi, i reietti, magari da un posto lontano e magari senza passato, viventi in un presente dal difficile avvenire. Originali come chi li ha diretti. Trovano il loro ambiente nel sottobosco di una società cupa, senza anima, che li ha dimenticati o che se ne ricorda solo per sfruttarli. Non sono “I dimenticati” del grande Preston Sturges (“Sullivan’s Travels” in originale, 1941), lì il cinema era il nobile mezzo per alleviare le sofferenze umane. Kaurismäki invece celebra direttamente chi le sa affrontare, anche con ironia, la sua ironia, raccontandoli senza prosopopea e compatimento. Del resto non ne hanno bisogno, sono loro gli eroi del quotidiano, sono loro il vero esempio di umanità.

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Khaled è uno di questi. Sbarca clandestinamente ad Helsinki, scappato dalla Siria in seguito alla perdita della famiglia nei bombardamenti di Aleppo. Dei suoi cari rimane solo la sorella, persa chissà dove durante la fuga nei Balcani e che vuole a tutti i costi rintracciare. Agisce onestamente autodenunciandosi alle autorità, che per tutta risposta decidono di rimpatriarlo. Fugge di nuovo. Trova rifugio e lavoro nel piccolo ristorante del signor Wikström, in fuga anche lui, dalla moglie però! Insieme agli altri dipendenti del locale nasce un microcosmo di persone della stessa dimensione, coloro che non vengono – volutamente – notati, proprio come i rifugiati. Poco o nulla possiedono, tantomeno giudizi verso il prossimo e riluttanza ad aiutare chi ne ha bisogno, anche nel caso occorra infrangere qualche regola.

Un’anomalia nell’andamento sociale da cui scaturisce una speranza, non un’utopia: il mondo è fermo, sospeso nel tempo come l’odio gratuito del neonazista, freddo e monocromatico come la periferia di Helsinki. La differenza, secondo Kaurismäki, la possono fare ancora una volta gli ultimi. Semplici ma autentici come la musica suonata rigorosamente dal vivo, una costante nel suo cinema, qui con tanto di effige di Jimi Hendrix a vegliare.

La sua non è “Una storia vera” come quella raccontata da David Lynch ma una storia autentica. Come succedeva ad Alvin Straight nel suo viaggio in trattorino John Deere, Khaled trova nel volto dell’altro la forza di perseguire il cammino e la sua ricerca. Alvin alla fine si è ricongiunto col fratello lontano, ora tocca a Khaled. E un finale pacato e tranquillo, nonostante gli acciacchi e le ferite, è quello che ci vuole.

Davide Miselli