Le Particelle Elementari

di Michel Houellebecq (Bompiani, 1999, 10,90€)

“Quando occorre modificare o rinnovare la dottrina fondamentale, le generazioni sacrificate all’interno delle quali si opera la trasformazione ne restano essenzialmente estranee, e spesso ne diventano apertamente ostili” (August Comte, Appel aux conservateur). “Le particelle elementari” di Houellebecq è un libro complesso, di quelli che mettono in difficoltà anche chi di libri è un ingordo divoratore.

La trama semplice narra le vicende di due fratellastri, Michel e Bruno accomunati solo dal grado di parentela materna: Il primo è un ricercatore in biologia molecolare prossimo al Nobel, l’altro è un insegnante di lettere, attirato morbosamente dal sesso. Sullo sfondo la non-presenza ingombrante di una madre hippie. Il lettore, scorrendo le pagine, lentamente comprende di muoversi su di un piano distante dalla letteratura, che si avvicina alla fisica sociale; come di natura sociologica sono le domande che l’autore intende suggerire.
L’obbiettivo delle lotte del ’68 è stata una rivoluzione sociale, ottenuta attraverso una “spolverata” di precetti raggrumati intorno a valori borghesi mal tollerati dai giovani del tempo. Da un punto di vista socio-giuridico pare non esserci nulla da eccepire. Ma Houellebecq spinge l’indagine oltre le argomentazioni di cui per tanti anni i letterati si sono fatti portavoce: la ricerca dell’autore si focalizza sul livello esistenziale, sul come i figli della beat generation siano in grado di essere, di vivere in quel mondo che i loro padri hanno edificato.

In questo senso la conseguenza più eminente delle lotte studentesche diviene la supremazia dell’individualismo, l’esaltazione di un soggetto depurato dai valori che, in periodi storici precedenti, venivano tramandati da padre in figlio. Nella società vengono meno alcuni fattori, che, secondo lo stesso autore, vi costituivano le travi portanti: prima fra tutte la religione. Alle religioni classiche, come il cristianesimo e l’islamismo, viene riconosciuto il merito di aver costituito un fattore collante tra gli uomini, di averli condotti ad un’etica generalmente accettata e condivisa. Contrariamente le correnti filo-religiose diffusesi, in particolar modo successivamente alla rivoluzione degli anni settanta, segnalano e contemporaneamente incrementano il declino del gruppo come modus vivendi. Così l’autore si scaglia contro tutti quei riti che, con la pretesa di far raggiungere all’individuo un benessere edonistico che lo avvicina all’ambiente naturale, lo allontanano dai suoi simili, abbandonandolo nel baratro della solitudine.
Bruno e Michel sono in questo dei perfetti “figli del loro tempo”, sono la riproduzione fedele di un processo di svuotamento dei bisogni umanizzanti, sono ciò che resta dopo la fase disgregante, sono le “particelle elementari”: vivono in una società atomizzata nella quale lo spazio circostante l’individuo è vuoto, come un quadro desolante di uno scenario apocalittico. Quello stesso spazio viene riempito dai pensieri che, rimbalzando come palle impazzite tra due muri sempre più stretti nella loro morsa, conducono inevitabilmente alla pazzia. Si potrebbe rinvenire un’analogia con i personaggi pirandelliani oppressi dalla loro stessa inettitudine ma la dicotomia ha una netta linea di demarcazione tra Houellebecq e lo scrittore siciliano: mentre in Pirandello l’incapacità è un morbo che infetta l’uomo, nel secondo è la società ad essere squilibrata.

Nel momento in cui si accetta l’ideologia del cambiamento continuo, si accoglie anche il corollario per il quale la propria vita è strettamente legata all’esistenza individuale del soggetto pensante e le future generazioni non hanno più alcun senso, come alcun senso viene attribuito alla procreazione. Di qui l’evoluzione scientifica guiderà l’evoluzione umana, non vi è alcuna responsabilità per l’uomo: non vi è alcun futuro. Come ho specificato all’inizio “Le particelle elementari” non è un libro comune, è piuttosto un anti-clichè che induce il lettore ad assumere un altro angolo visuale per osservare un fenomeno che, seppur strutturalmente anticonvenzionale, ha finito per plasmarsi sulla retorica. Interessante l’escamotage sperimentato da Houellebecq per introdurre il mutamento ontologico ma non altrettanto può dirsi della prosa, troppo spesso ripiegata su se stessa. Stilisticamente sembra essere uno di quei libri che pretende più di quanto effettivamente offra. Rimangono divertenti le descrizioni di “sessantottardi” alle prese con pratiche ormai desuete, che non riescono ad accettare di aderire al proprio tempo. A riguardo mi sono tornate alla mente alcune battute da “Caro diario” di Nanni Moretti: “Voi urlavate cose orrende e siete diventati brutti. Io urlavo cose giuste ed oggi sono un magnifico quarantenne”.

Gaia Genovese

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