Leatherface

Bizzarre“: con questo aggettivo la voce narrante di John Larroquette definiva gli omicidi raccontati nel primo e inimitabile “The Texas Chainsaw Massacre”. Era il 1974 e Tobe Hooper scriveva la storia del cinema, non solo dell’horror, utilizzando questo genere per rappresentare ciò che gli Stati Uniti d’America erano in quel momento. Il Texas simbolo di opulenza, ritratto come un luogo di povertà e perversione, la gente comune, lavoratori che diventano mostri e quell’uomo con la motosega, non solo simbolo della classe operaia, ma anche con chiari riferimenti ad una società maschilista confusa a cui non resta che girare disconnessa e persa.

Erano gli anni ’70, forse il punto più alto raggiunto da un certo tipo di horror “politico”, e dietro la cinepresa c’erano degli autentici geni. Da quel momento in avanti la saga di “Non aprite quella porta” ha arrancato fortemente, complice il kitch degli anni ’80, lo humor degli anni ’90 e l’eccessiva leggerezza produttiva degli anni 2000. Nel 2013 si è aperto uno squarcio di luce nell’oscurità cinematografica della saga con “Non aprite quella porta 3D”, sequel diretto del film del ’74, che ha consentito di produrre e realizzare questo curioso prequel dal nome “Leatherface“.

Prima caratteristica fondamentale: l’assoluto protagonista del film, in chiave drammatica, è il famosissimo uomo con la motosega, prima che la impugnasse e si mascherasse con la pelle degli uomini che uccideva. Baustillo e Maury ci raccontano la primissima infanzia di Jed (questo è il nome di Leatherface), e poi attraverso un salto temporale ci troviamo in un ospedale psichiatrico senza sapere chi sia il famoso assassino (in quel luogo cambiavano i nomi di battesimo). Assistiamo così alla fuga di quattro ragazzi tra sangue, orrore e addirittura necrofilia, in attesa della risposta che “guida tutto il film”: ma chi è Leatherface?

leatherface

Con le premesse accennate, in un’ottica di cinema e di pubblico a cui piacciono le spiegazioni, dall’horror alla fantascienza in particolare, “Leatherface” è un film di origini che ha una sua personalità, è indubbio, con degli ottimi spunti, ma appartiene a un genere dell’horror che può non incontrare proprio i gusti di tutti: lo splatter.

Maestro del genere è stato sicuramente Eli Roth con il suo capolavoro “Hostel”, ma anche la scuola francese, a cui appartengono i due registi di questa pellicola, ha sconvolto il panorama mondiale negli anni 2000. L’orrore va e deve essere visto, in modo cruento, perchè per questi registi/sceneggiatori è questa la chiave non solo per la paura, ma per capire anche il mondo in cui viviamo e le sue atrocità.

Da questo punto di vista, pur non apprezzando questa scelta da un punto di vista stilistico, il lavoro di questi due pazzi francesi si guadagna sicuramente una nota di merito. Trasformare quello che negli ultimi anni era solo un teen movie in un road movie senza compromessi e denso di rispetto per la pellicola originale non è una cosa da poco in un cinema che troppo si svende in questi casi, basti pensare alla saga di “Venerdì 13″.

…il lavoro di questi due pazzi francesi si guadagna sicuramente una nota di merito…

E’ altrettanto vero che queste pellicole iniziano a sentire il peso degli anni e mi chiedo quale possa essere il loro futuro cinematografico. Stiamo assistendo alla rinascita del cinema soprannaturale, soprattutto per mano di quel fenomeno di James Wan (come regista e produttore), mentre i “vecchi” Leatherface, Freddy Krueger e Jason sembrano pesantemente arrancare.

Una possibile risposta potrebbe essere il mondo televisivo. Impostare con grande coerenza e magari anche maggiore profondità di sceneggiatura, che questi film ormai non consentono più, proprio perchè la base da cui partono non richiedeva proprio alcuna risposta. Credo quindi che un nuovo progetto editoriale e produttivo possa salvare questa saga (e non solo), anche perchè il fascino di questa figura rimane ancora intatto nonostante gli anni, nonostante le mediocrità cinematografiche a cui è stata sottoposta. Peccato, perchè qualcosina in più, nell’anno della morte del maestro Hooper, si sarebbe potuto fare.

Matteo Palmieri