Leonard Cohen

“Old Ideas” (Columbia, 2012)

“Going Home” rivela tutta la nostalgia di chi ritorna a casa e non chiede il permesso, né si ferma sulla soglia. La strada è lunga e la voce incantevole di Leonard lo sa raccontare bene, con i cori di sottofondo, i violini e i passi silenziosi di suoni eterei, in una conclusione che lascia sospesi come sull’orlo di un bicchiere di gin a chiederci se tuffarci o rimanere qui, senza tutta questa poesia. Il viaggio, invece, continua. “Amen”: un timido banjo fa tremare le corde e la voce di Cohen ci fa da guida saggia e disillusa. Ci sono i cori e la malinconia di chi dice Amen, eppure non si tira indietro.

La tromba al quarto minuto segna leggera il ritmo di un jazz dimenticato, quello che guarisce le ferite da tristezze eterne, dagli orrori, dal sangue, da amori mai sopiti.. “Tell me again when I’ve been to the river”..Ancora Cohen e la sua poesia. È quasi un’esperienza spirituale ascoltare e sentire Cohen: la sua complessità, la pienezza, la dolcezza. “Show me the place” sembra sussurrarci un desiderio, il violino e la delicata voce femminile accompagnano le note gospel in un mistico tepore americano. Alla quarta traccia, “Darkness”, le chitarre smuovono le acque e arriva il jazz più acerbo, il gin è a metà del bicchiere, e l’atmosfera si fa più tesa con tastiere e cori, leggere trombe, in un’atmosfera soffusa tra fumo di sigaro e antiche speranze. Si continua a bere, con “Anyhow” l’atmosfera ritorna malinconica, i cori spirano eleganti suoni e questa volta ci sono le note di un piano leggero come il ticchettio di un jazz ormai maturo.

“Crazy to love you”, ci tiene per mano in un viaggio che è una passeggiata in una calda giornata d’inverno sull’asfalto ruvido del Canada. È un amore che Cohen ha ancora un modo di raccontarci, nonostante tutto. Il bicchiere di gin è a meno di metà. La settima traccia “Come Healing” si apre con un coro che disegna sottilissime ragnatele sonore attorcigliate alla voce di Cohen, pesante e leggera al tempo stesso. Il suo è un cuore rotto tenuto stretto in un pugno che spreme note antiche in esperienza che di materiale non ha quasi nulla. “Banjo”, “Lullaby”, “Different Sides” chiudono, così, un’altra storia che richiama il Bob Dylan di “Time out of mind”, Tom Waits e i grandi vecchi della canzone nordamericana.

“Old ideas” è un viaggio spirituale tra la ballata jazz, il blues, la pop song (“Different sides”), il country &western (“Banjo”). La voce di Cohen ha un passo felpato, d’altri tempi, leggero come un lento ballato ad occhi chiusi. C’è l’umiltà di un vero uomo in questi versi. Sono passati otto anni e Cohen fa un gran ritorno con un disco scarno, semplice, che non ha bisogno di orpelli: nuda e solitaria la sua voce scorre verso il cuore, penetrante.

Silvana Farina