Lo Scuru di Orazio Labbate



È nelle librerie il terzo volume della collana Romanzi diretta da Vanni Santoni per Tunué – Editori dell’immaginario, casa editrice specializzata in graphic novel, che da maggio 2014 presenta coraggiosamente anche una collana di narrativa italiana. Lo scuru è un libro in cui, come ha scritto Emanuele Tonon, si trova «una lingua scatenata e finalmente protagonista». Ed è a Il Nemico di Tonon che penso, se di vera e propria rivoluzione linguistica si può parlare in queste cento pagine di atmosfera rarefatta e materia cruda. Labbate, però, non lavora solo sulla lingua: contenuto spirituale e forma sensibile si conciliano indissolubilmente a consegnarci uno degli esordi più originali e interessanti degli ultimi tempi.

Orazio Labbate è nato a Mazzarino nel 1985 ma ha vissuto sin dall’infanzia a Butera, il suo blog è Sicilia texana. Quella terra mistica bagnata dal Mediterraneo nella profonda Sicilia meridionale, vicino a Gela, fatta di pianure aride, di campi gialli e bruciati, di castelli arabo-normanni è il terreno su cui il protagonista cerca di superare una profonda lacerazione interiore. «C’ccà non c’è amore. C’è nenti e buio. Manco il mare si brucia»: è una terra nera in cui l’infanzia è caratterizzata da un rapporto ancestrale con la religione nutrita di riti, processioni, misteri, dove «non cangia nenti e nuddu» e il tempo immobile è irriconoscibile. Solo chi ci ha vissuto può descriverla in questo modo, è un privilegio e allo stesso tempo una condanna questo Sud legato da un filo sottile e spesso a una parte di quell’America tanto amata e poco conosciuta.

«In principio, il mio verbo era confuso, un fantasma piccolo, tormentato dalla religione. Nel sentiero della maturità ne uccisi il disordine con la spirtìzza della ragione e la luce del fuoco. Ora, pieno di morte, mi sforzo di parlare, tramite la debolezza, per saggezza. Sotto forma di litania, invaso dalla mia fine ultimativa».

Poco prima che la morte lo raggiunga, Razziddu Buscemi, un vecchio siciliano da tempo emigrato a Milton, West Virginia, rievoca la sua vita passata. Nel potente emergere dei ricordi, mischiati a suggestioni e immagini simboliche di sogno, il vecchio racconta di un’infanzia visionaria, scaturita dagli esorcismi subiti, e di una crescita violenta e dolorosa fino alla maturità. Orazio Labbate, con una scrittura ispirata tanto dal gotico americano di Faulkner e McCarthy quanto dalla prosa ardita e barocca di suoi conterranei come Bufalino e D’Arrigo, svela il segreto magico e terrorifico della Sicilia meridionale. Questa «mezza lingua, siciliano fuso all’italiano» è difficile, ma è pietra angolare dell’alfabeto, radice del linguaggio, potrà rendere ostica la lettura per alcuni, travolgente per altri, ma allo smarrimento iniziale seguirà un’incantesimo fantasmatico sotto il quale attraverseremmo anche i sentieri dove “il cielo si oscura e si spegne”.

Silvana Farina