LOW intervista


Al Teatro Martinitt di Milano, è appena terminato il soundcheck. Alan non sembra convinto di qualcosa e confabula con il tecnico del suono, la discussione è abbastanza lunga così mi ritrovo a fare due chiacchiere con la sola Mimi. I Low sono una band che fa dell’essenzialità il proprio vessillo. Imperturbabili e sereni come le loro melodie. Alan Sparhawk e Mimi Parker sono sulla scena musicale dal 1993, negli anni hanno saputo cucirsi un’immagine delicata e pulita, rigorosa ma estremamente emozionale. Seduta accanto a Mimi su un divanetto blu cerco di scoprire qualcosa in più sul gruppo di Duluth, che di recente ha cambiato bassista, Steve Garrington, e pubblicato il decimo album per Sub Pop.

Intervista e testo di Amanda Sirtori

Nel vostro nuovo lavoro “The Invisible Way” mantenete un suono tranquillo e pulito. Credi sia il modo migliore per far risaltare i testi o è piuttosto una vostra caratteristica?
“È piuttosto tipico da parte nostra. Abbiamo suonato anche cose più elettroniche e questo è stato un ritorno a ciò che eravamo, da dove abbiamo iniziato. Io ho scritto alcune canzoni e non so suonare la chitarra, e neanche il piano a dirla tutta, ma ho composto con il piano. Poi … il nostro bassista e tastierista ha suonato le mie parti, molto meglio di come avrei potuto fare io, e abbiamo capito che il piano riempiva a sufficienza e che non avevamo bisogno di molto altro. Credo che i soli tre strumenti e la voce sia la combinazione migliore”.

Il produttore del lavoro è Jeff Tweedy dei Wilco. Vi ha influenzati nel processo di registrazione? In che modo?
“Credo che Jeff ci abbia aiutato a mantenere il suono il più possibile semplice e minimale. Sai quando sei in studio vuoi provare tutto, vorresti sempre aggiungere qualcosa, soprattutto nel suo studio ci sono tantissimi strumenti e non vedevamo l’ora di usarli mentre lui ci diceva: no, mantenevi lineari e semplici”.

Con chi vorreste lavorare in futuro? A livello di produzione o anche qualche ospite a cui affidereste l’interpretazione dei brani.
“È una buona domanda ma io non sono molto brava con i nomi dei produttori, è Alan che ne conosce di più. Per quanto riguarda un guest sarebbe interessante però per me è difficile separarmi dai testi che scrivo. È strano sentire cantare le tue parole da qualcun altro. Lo stesso mi succede se è Alan a comporre la canzone e poi sono io a cantarla. Credo che ognuno debba tenere i propri testi per sé, anche il “phrasing” varia, lui scrive e dice le cose in modo diverso dal mio”.

Di recente avete proposto una cover di Rihanna, “Stay”. Cosa vi piace di quella canzone? Perché avete deciso di renderla vostra?
“Penso di aver sentito la canzone in radio. C’era qualcosa che mi ha attratto, credo fosse la semplicità del brano: solo il piano la sua voce e quella del ragazzo. C’era qualcosa nella melodia. Ho pensato che fosse davvero una bella canzone, così ho iniziato a cantarla con i miei figli, anche loro l’hanno apprezzata parecchio. Ad Alan è piaciuta e ha proposto di farne una cover. Io non sono una grande fan di Rihanna, non ho nessuno dei suoi album, però mi sono innamorata di quella canzone”.

Quali sono i musicisti che ti piacciono? Anche tra i nuovi nomi provenienti dalla vostra città. Qualcuno che ci consiglieresti?
“Fammi pensare, un musicista interessante che viene da Duluth è Charlie Parr, è piuttosto bluesy e anche folk. È piuttosto conosciuto a livello locale a ha buone possibilità. Non ascolto molto pop. Sono una persona dai gusti piuttosto difficili da accontentare. Alla radio mi capita di ascoltare brani che i piacciono ma non ne conosco i titoli o gli autori”.

Nelle vostre canzoni ho sempre trovato molta spiritualità, in questo ultimo disco è molto più esplicita. Sto pensando a “Holy Ghost” …
“Quella canzone l’ha scritta Alan e inizialmente l’avrebbe dovuta anche cantare ma gliel’ho rubata. La spiritualità è qualcosa che fa parte di noi, seguiamo quelle linee di pensiero. Quando scrivi emerge il tuo io, ciò che sei, ciò che senti veramente”.

Quale elemento della vostra musica credi sia apprezzato di più dai vostri fan e ascoltatori?
“Penso che siano le voci. Avendo inserito anche strumenti differenti dal nostro sound, le voci sono l’unico punto fermo delle nostre registrazioni. Le persone, i fan, citano spesso le nostre voci. Credo sia anche perché lasciamo sempre molto spazio alla parte vocale, per farla ascoltare, una cosa che non accade quando la musica è troppo veloce”.

Tu e Alan suonate come Low da vent’anni ma siete anche sposati. Viene spontaneo chiederti: quando siete in studio di registrazione prevale il rapporto chitarrista/batterista o quello marito/moglie?
“Credo che la relazione sia qualcosa a cui ispirarsi anche nella stesura dei testi. Molto spesso te ne accorgi solo riascoltando i pezzi che in quella frase hai citato questo o quest’altro. L’influenza del nostro essere una coppia si sente nella musica ma non è affatto consapevole. È solo la vita, l’esperienza che abbiamo vissuto insieme”.

La musica è parte della vostra vita quotidiana. I vostri bambini se ne interessano, li state educando musicalmente?
“Entrambi seguono lezioni di piano. Nostra figlia, che ha 13 anni, è davvero presa, scrive già le sue prime composizioni. Mentre dobbiamo spingere nostro figlio, si lamenta sempre degli esercizi. Entrambi amano cantare. Non so se poi avranno intenzione di continuare su questa strada. Se dovessero sceglierla sicuramente li incoraggeremo e li aiuteremo. E se non volessero va bene lo stesso”.

Avete già iniziato a scrivere qualcosa per un nuovo disco?
“Sì, c’è già qualcosa. Anche se preferisco comporre a casa. Nello scantinato abbiamo allestito un piccolo studio, scendiamo e suoniamo qualcosa, una linea melodica di Alan, così… è un processo piuttosto semplice”.

Cosa si deve aspettare il pubblico da un vostro live?
“Il pubblico aggiunge qualcosa di speciale. Cerchiamo sempre di stabilire una connessione. Musicalmente cerchiamo di spingere di più, rendere il tutto più interessante aggiungendo dinamicità al suono”.

L’affiatamento dei Low sul palco circonda la musica, la rende viva e palpabile. La batteria di Mimi, quasi sempre spazzolata e mai percossa, dà un senso di delicatezza, un suono materno, un senso di sollievo. Al contrario le chitarre non sono mai del tutto mansuete. L’elettricità distorce e percorre una via più intensa e spavalda, mentre l’acustica esprime la sua intensità in modo pacato. A questi due elementi si aggiungono le voci, altro punto di forza per il trio. Maschile e femminile, due sensibilità diverse che si intrecciano e si completano, come in “Plastic Cup” con cui decidono di aprire la scaletta del live al Martinitt, o ancora con la solenne “Waiting”. Non mancano i virtuosismi solitari, da citare una “Holy ghost” tanto intensa da far rabbrividire, interpretata da Mimi e una altrettanto struggente “In the drugs” ad opera di Alan. Sul palco e in platea si è diffusa un’aura magica, la combinazione di pochi ed essenziali elementi ha saputo toccare le emozioni più profonde.

Amanda Sirtori