Low – The Invisible Way



The Invisible Way (Sub Pop, 2013)

Duluth deve avere qualcosa. Nell’aria, nelle acque del lago. Qualcosa di magico, che permette di far affiorare la poesia dalla semplicità delle note. Mimi Parker e Alan Sparhawk hanno colto questa magia e l’hanno trasfusa nella loro musica. “The Invisible Way” (Sub Pop, 2013), che vede nell’organico Steve Garrington al basso, è stato prodotto da Jeff Tweedy dei Wilco. Insomma si gioca a carte scoperte e si punta alto e i Low vincono. Il disco che celebra il ventennale del trio colpisce al cuore l’ascoltatore.


Lo conduce su una via di rassegnata serenità, che alterna lente ballate come “Amethyst” e brani in crescendo come “So Blue” o “Just make it stop“. Le colonne portanti di questo decimo lavoro sono il piano, la batteria spazzolata e le immancabili armonie vocali, che trovano in “Waiting” una delle espressioni pi˘ riuscite. Anche “Clarence White“, sesta traccia del disco, in cui le voci di Mimi e Alan si incontrano sul refrain “I kow I shouldn’t be afraid” segna un notevole punto a favore della band. I tre includono anche un momento di elettricità sul brano “On my own“, la chitarra si esprime in modo decisamente rock per tre minuti abbondanti, tra solo e l’accompagnamento di una sezione ritmica decisa. L’emotività dell’ascoltatore non può e non deve essere esclusa, diventa parte integrante della musica. La frase “Now I’m looking up from a ten-foot hole seeing nothing but blue sky shining on my soul” in Just make it stop racchiude la poetica di questo album, riflessioni amare ma illuminate dalla speranza e dalla fede.

Come in “Holy Ghost” in cui Ms. Parker con voce pulita e raffinata si aggrappa ad una forza esterna, trascendentale, oppure nella conclusiva “On our knees” in cui l’amore viene personificato rincorso, sfruttato e vissuto finchÈ non ci trascina, per l’appunto, in ginocchio. La strada invisibile dei Low conduce ad un luogo, immaginario forse, in cui i sentimenti convivono in totale armonia.

Amanda Sirtori