Luca G_ Julie’s Haircut

Luca G

Confessioni di un Musicista è la rubrica settimanale in cui i musicisti si raccontano attraverso la musica che li ha cambiati e toccati profondamente. Partendo da una canzone a loro scelta, senza nessun limite di forma, ci sveleranno storie personali e aneddoti.

Luca Giovanardi, è un musicista e produttore italiano. Ha passato la maggior parte della propria vita suonando con la band Julie’s Haircut. E lo fa ancora. Produce anche musica elettronica e remix sotto lo pseudonimo Silent Panda | Deadly Panda.


Father John Misty – Bored in the USA (Josh Tillman, 2014)

In uno slancio di contemporaneità, dopo aver preso in considerazione tutti i grandi autori da Dylan a Cohen, da Waits a Cave e le loro grandi canzoni che hanno segnato in maniera più o meno indelebile momenti significativi della mia vita passata, ho deciso, nella convinzione – forse mera speranza – che sia ancora possibile oggi scrivere classici indelebili, di scegliere una composizione contemporanea estratta da un album pubblicato solo pochi giorni fa. Un innamoramento fresco, recente, ancora ammantato da quell’incertezza che solo il tempo potrà dissipare. Decido di prendermi un rischio, come si fa quando ci si tuffa in una nuova relazione. Rileggendo tra un anno queste righe deciderà il me stesso più anziano se trovarle imbarazzanti o profetiche.

Josh Tillman abbandona le atmosfere decadenti e malsane e il suono marcescente del suo esordio per realizzare una sorta di concept-album sull’amore, un’elegante, a tratti melensa, cronistoria orchestrata della travolgente passione – inquietantemente vicina all’ossessione – per la moglie Emma.

Il 3 novembre scorso Father John Misty, al secolo Josh Tillman, è ospite al Late Show di David Letterman per eseguire in anteprima di diversi mesi sulla pubblicazione, un estratto dal suo nuovo album “I love you, Honeybear”. Per me, che lo conosco come ex-batterista dei Fleet Foxes ma del cui repertorio solista ho sentito e ricordo ben poco, questa “Bored in the USA” è una folgorazione. La performance è surreale, un pezzo di teatro ironico e malinconico assieme che mi spinge immediatamente a recuperare l’unico album per ora pubblicato a nome Father John Misty. “Fear Fun” diventa in pochi giorni un ascolto imprescindibile, si incolla al giradischi e viene sollevato solo per essere ruotato e fatto ripartire. Rivedo la performance da Letterman più volte, la mostro ad amici con malcelato entusiasmo spesso non corrisposto e attendo il nuovo album con un’eccitazione da ragazzino.

A Tillman e me tocca ancora la routine del guardarsi allo specchio e scoprirsi ancora ostaggio del solito corpo, eppure diversi, ci toccano i dubbi sul nostro fascino e sulla tenuta del nostro magnetismo su chi ci sta accanto. E viceversa.

Nel momento in cui ho ricevuto la mia copia di “I love you, Honeybear” ho potuto contestualizzare la canzone all’interno dell’album e dire che ne è in buona parte estranea. Josh Tillman abbandona le atmosfere decadenti e malsane e il suono marcescente del suo esordio per realizzare una sorta di concept-album sull’amore, un’elegante, a tratti melensa, cronistoria orchestrata della travolgente passione – inquietantemente vicina all’ossessione – per la moglie Emma. “Bored in the USA” è una delle poche canzoni in cui la signora Tillman non viene esplicitamente citata nel testo, l’unica in cui la narrazione non è strettamente personale ma acquista un che di corale, una sorta di respiro sociale, universale almeno nella forma. La sensazione che la canzone sia stata scritta in un periodo precedente rispetto al resto del disco è forte.

Anche io a 33 anni mi sentivo vecchio, ricordo, e in certa misura anelavo ad esserlo. I giovani erano e sono i cosiddetti “nativi digitali” e chissà se invecchieranno anche loro.

Il titolo cita sfacciatamente quella che è, insieme a “Rednecks” di Randy Newman, la più fraintesa canzone americana. Con “Born in the USA” Springsteen tracciava una critica a quell’american way of life che se da un lato prometteva un regno di opportunità sulle quali bastava allungare le mani, dall’altra aveva prodotto nei fatti una generazione di reduci perduti e una società schizofrenica. Tillman rilegge l’intuizione del classico springsteeniano mutandone forma da incalzante inno a ballata indolente, per raccontare il senso di smarrimento di questa generazione, la mia e la sua in particolare, non tanto quella degli adolescenti odierni che per noi sono un mistero fatto e finito, come sempre accade ai vecchi. La generazione che ha vissuto a cavallo dei due mondi, quello prima e quello dopo l’avvento della comunicazione globale tascabile. Quella che se oggi è disillusa, annoiata e priva di poesia non è perché ha fatto la guerra e ha perduto la fede nell’incrollabile spirito della nazione (anche se in America una nuova generazione di reduci non manca mai), ma semplicemente perché è schiacciata dall’apatia e dalla consolante vacuità consumistica.

How many people rise and say “My brain’s so awfully glad to be here for yet another mindless day” Now I’ve got all morning to obsessively accrue A small nation of meaningful objects and they’ve gotta represent me too

Su quieti accordi di pianoforte Tillman inizia a lamentare la propria condizione di non più giovanissimo americano. E si chiede se solo lui si sente così. A 33 anni si sente un vecchio. Anche io a 33 anni mi sentivo vecchio, ricordo, e in certa misura anelavo ad esserlo. I giovani erano e sono i cosiddetti “nativi digitali” e chissà se invecchieranno anche loro. A Tillman e me tocca ancora la routine del guardarsi allo specchio e scoprirsi ancora ostaggio del solito corpo, eppure diversi, ci toccano i dubbi sul nostro fascino e sulla tenuta del nostro magnetismo su chi ci sta accanto. E viceversa.

How many people rise and think
Oh good the stranger’s body’s still here
Our arrangement hasn’t changed
Now I’ve got a lifetime to consider all the ways
I grow more disappointing to you as my beauty warps and fades I suspect you feel the same

L’inciso arriva teatralmente con l’ingresso dell’arrangiamento per archi, come un grido d’accusa e una richiesta di risarcimento per le promesse disattese.

Is this the part where I get all I ever wanted Who said that
Can I get my money back
I’m just a little bored in the USA

Attenzione: non “Bored of the USA”, ma “Bored in the USA”. Non si tratta di una canzone di protesta sociale, non c’entrano Joan Baez o Woody Guthrie, c’entrano molto di più la devastazione bukowskiana e la noia esistenziale di John Fante, la disillusione da sopravvissuto di Kurt Vonnegut e l’ironia amara del già citato Randy Newman. Ma è sul successivo, disperato, farsesco grido di:

They gave me a useless education
And a sub-prime loan on a craftsman home

che si svela il cuore della canzone, grazie allo spiazzante e tragicomico campione di risate che si insinua tra le note. La prima volta che sentii la canzone eseguita dal vivo al Late Show ci misi qualche secondo a realizzare che non era il pubblico in sala a sghignazzare, ma che si trattava di una parte integrante del pezzo. Le risate accompagnano il resto della canzone fino alla sua conclusione. Non è la risata folle e lunatica dei Pink Floyd di “Brain Damage”, ripresa recentemente dagli Swans in “Just a Little Boy (For Chester Burnett)”. No, questa è proprio una risata di scherno, accompagnata anche da qualche applauso. E’ la risata riservata al clown, quella che lo accompagna all’uscita. Sei stato triste, ma ci hai fatto ridere.

E’ una grande canzone? Secondo me sì. Di quelle che al primo ascolto lasciano un po’ basiti, come quel pubblico del Late Show che finita la performance non sa bene che fare delle mani e ci mette più di qualche secondo di imbarazzante silenzio prima di applaudire. Una ballata dalla cadenza tradizionale ma dalla struttura atipica, con due strofe piazzate all’inizio per poi non tornare più e uno svilupparsi di bridge e ritornello tutto nella parte finale. Una di quelle canzoni che almeno a me fanno pensare che tutto sommato non tutto è già stato scritto e non tutto è già stato cantato.

LUCA G. – PLAYLIST


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