M come Moore…Thurston Moore



Non c’è abbastanza tempo per fermarsi a pensare a quello che è stato fatto, né per piangersi addosso. Ogni scelta comporta delle conseguenze, e si va avanti. Nel bene o nel male.
Certo che, dopo 31 anni di carriera, migliaia di dischi venduti, altrettanti fan sparsi per il globo, collaborazioni illustri e riconoscimenti da ogni dove, uno potrebbe anche ritirarsi da qualche parte e godersi la vita.


Ma Thurston Moore non è tipo da sedersi sul divano, guardare una serie tv e autocompiacersi per aver ottenuto un’immaginaria targa di riconoscimento in ambito musicale.
I Chelsea Light Moving sono l’ennesimo progetto artistico per tenersi “caldo”, come un atleta in continuo allenamento per un’Olimpiade. E in questo disco c’è tutto quello che si può desiderare e che ci si aspetta. E non è necessariamente una brutta cosa. Un bignami di quello che è sempre stato il tocco magico delle mani di Thurston Moore a contatto con una chitarra.

Una piccola ed essenziale guida al suo estro musicale e artistico che a questo giro prevede anche un goiellino come “Alighted” con le sue bordate quasi stoner che seguono una batteria in planata sui feedback, come se i Sonic Youth (ops, Thurston) giocasse “a-fare-la-musica” con i desertici Kyuss. L’accogliente “Heavenmetal” trasforma Thurston in una versione di Lou Reed invecchiata bene, come del buono vino. Il tiro di “Burroughs” va bene per svegliarsi la mattina in caso avessimo finito il caffè per colazione. La cover a sorpresa di Communist Eyes dei Germs, invece, chiude i giochi.

In definitiva: è un buon disco questo? O è un cattivo disco?
E’ un disco da ascoltare. Punto.

Enrico Rossi