M83

Hurry up, You’re dreaming”
(Mute US / Naïve, 2011)

Deve esserci un qualche ponte invisibile, appeso alle nuvole, sulla Manica: è questo uno dei primi pensieri quando ci si trova di fronte ad uno dei dischi degli M83. Non perché i cugini non siano in grado di far musica di gran classe, anzi il duo francese suona proprio come la migliore tradizione anglosassone, a metà tra la melodia e l’elettronica come tutta la discepolanza Radiohead.

Al sesto disco, per giunta doppio, la formula – non cambiando – sembra quasi essersi esaurita.
Hurry Up, We’re Dreaming affida le sue sorti a qualche canzone trainante che però lascia intendere quasi subito che non basteranno le immancabili hits a salvarlo in toto.
In cima alla lista delle tracce, Intro, cantata con la straordinaria Zola Jesus apre a ben ventidue brani, undici per disco, lascia intendere le migliori delle intenzioni. La successiva Midnight City appare molto influenzata dal synth pop degli MGMT. Tra momenti più elettronici (Where The Boats Go), fa sorridere Wait, brano acustico che ricorda le suggestioni dei Kashmir e che rimane – forse proprio per questo – uno dei più belli tra i due dischi.
Il resto dei brani suona più o meno come i primi: Claudia Lewis e This Bright Flash, lezioni di shoegaze trite che non smettono di ricordare i My Bloody Valentine lasciano l’azzardo del disco (apparentemente ben riuscito) alle ultime due tracce, suite del primo disco divisa in due brani che in un gioco di tensione-scioglimento un po’ fa dimenticare la parte centrale del disco, sinceramente troppo ispirata dai bei tempi che furono.
Il secondo disco, meno attento allo sguardo del mercato, è più libero, più sperimentale. Decisamente fuori dal coro, Year One, One UFO che sembra attestarsi ad una tradizione più popolare che elettronica. La formula da superhit ricercata ritorna (fallendo) in Steve McQueen, troppo simile a qualcosa di già ascoltato e per giunta nello stesso disco.
Ci spinge fuori dall’epopea degli M83 Outro, coda finale che tenta il salto epico riassumendo le tendenze elettroniche e da ballate acustiche del disco. Viene da chiedersi il perché di tutto questo carnet espressivo, il perché di così tanti brani. Sarebbe bastato sceglierne la metà per confezionare un disco sicuramente meglio riuscito.

Sara F.