MADE IN UK: LO STILE DI STRADA DAL PUNK ALLA THATCHER

Fino al 12 luglio la Ono Arte Contemporanea di Bologna ospita una monografica dedicata alla fotografa Janette Beckman.

Janette Beckman inizia la sua carriera lavorando per la famosa rivista musicale Melody Maker. Proprio questa occupazione le consente di avere un rapporto diretto con i più importanti artisti della scena dell’epoca, tra cui i Clash, i Sex Pistols, i Jam, gli Undertones, gli Specials, i Ramones. La figura della fotografa è quindi particolarmente legata al fermento degli anni 70 e 80 in Inghilterra, quando proliferano, anche grazie all’impulso di nuovi generi musicali, altrettanti numerosi stili.
Così fioriscono le correnti punk, mod, skinhead, 2tone, rockabilly. Modi di vestire sperimentati dai figli della cosiddetta working class, spesso nati proprio per ribellione alla scala di valori tramandata dai padri, rivoluzionano il senso estetico codificato. Ma attenzione: non siamo dinanzi all’abbandono di un gusto formalizzato per l’adozione di stili altrettanto uniformanti perchè in questo periodo vi è il trionfo dell’originalità, della ricerca di un modo di vestire proprio che da una parte rompe gli schemi e dall’altra nutre l’intezione di esaltare la diversità.
Alcuni dei capi caratteristici di questi anni sopravvivono non solo come icone di un glorioso passato nel modernariato da collezione, ma continuano ad avere vita grazie anche alle rivisitazioni, segno che un impronta ben calcata è stata lasciata (mai come adesso il passato è tanto attualizzato). In questo scenario di irrequietezza la Beckman sceglie per i suoi scatti la strada, le folle; spesso preferendo come soggetti per i suoi scatti le persone comuni alle star. Se è vero che la storia è fatta da tutti, questi scatti hanno il potere di far respirare l’aria di febbrile contestazione che circolava al tempo , inalata da questi più o meno iconografici volti immortalati.
Dunque una fotografia documentaristica quella della Beckman, intrisa di Streetstyle. Coerente anche l’epilogo biografico della stessa Beckman: quando nella Londra della matà degli anni ottanta la politica conservatrice della Thatcher rende il clima più austero e sul panorama musicale iniziano ad affermarsi patinate pop bands, la fotografa lascia l’Inghilterra per atterrare oltreoceano, a New York, dove comincia a muovere i primi passi la nuova cultura hip hop e rap.

A seguire la mini intervista a Vittoria Mainoldi, curatrice della Ono Arte Contemporanea, uno spazio espositivo che è diventato ormai un’ affermata realtà cittadina, che ci ha spiegato lo spirito che ha mosso l’attuale monografica dedicata alla Beckman.

Dando un’occhiata alle mostre che fino ad oggi avete allestito (Punk; Andy Warhol;1969; Quadrophenia) colpisceun’attenzione particolarmente acuta all’apporto della musica nei confronti delle arti visive. Come mai questa considerazione?
La nostra attenzione vorrebbe essere sulle tematiche socio-culturali del secondo 900, quindi non esclusivamente la musica ma anche il cinema e la moda al fine di analizzare i linguaggi giovanili. Ovviamente la musica in un discorso del genere assume un ruolo preminente perchè è il linguaggio più immediato, il più facile da etichettare e da individuare; oltre al fatto che la musica si porta dietro un immaginario iconografico facilmente identificabile. La musica è un pretesto per analizzare quella intemperia culturale che c’era stata da metà anni 60 fino alla fine degli anni 80, anni che hanno cambiato radicalmente la cultura.

Che cosa vuol dire avere uno spazio epositivo a Bologna in questo dato momento storico?

Onestamente vuol dire tanta energia e tanta abnegazione. E’ complesso perchè Bologna stessa è una città complessa: meno aperta, vitale e giovanile di quello che spesso si pensa. Al tempo stesso noi abbiamo incontrato in un solo anno di vita tante persone entusiaste che ci hanno aiutato nel nostro lavoro. Siamo convinti che se si fa un lavoro in cui si cerca di mandare un messaggio culturale ben definito, forte, alla fine i riscontri ci sono.

Come mai l’obiettivo, la lente di ingrandimento dell’Ono Arte Contemporanea si localizza quasi sempre sul suolo inglese?

La risposta di pancia è che siamo innamorati dell’inghilterra, non abbiamo mai superato quella fase adolescenziale in cui pensi che “Londra è l’unico posto in cui ha senso esistere”. Ma, prendendo l’argomento con maggiore serietà, si deve constatare che Londra in quegli anni è stata una di quelle città perno della rivoluzione culturale. Nella mostra sul 1969 ed in quella su Warhol abbiamo spostato la nostra attenzione sul’East Coast amerciana, mentre nella prossima stagione organizzeremo qualcosa che avrà a che fare con Berlino (altra capitale della stessa rivoluzione), trasferendoci anche come date al periodo successivo alla caduta del muro.

Per quanto riguarda la scelta di una monografica sulla Beckman …
La Beckman è una fotografa londinese che inizia nella scena musicale, quindi lei si trova sempre nei backstage e lì si accorge quanto la gente di strada sia interessante nella stessa misura delle star che si trova a fotografare per lavoro. Lei ha un archivio vastissimo non ancora inventariato ed ancora inedito. Parlando con lei ci siamo confrontati su quella che è la StreetCulture e la Street Photography che è un ramo della fotografia non così tanto valutato sebbene adesso vada tanto di moda. Basti pensare ai bloggers o a come tutti noi siamo diventati dei potenziali fotografi occasionali che possono immortalare per strada lo stile. Ciò è molto affascinante e comunica tanto della nostra cultura, soprattutto oggi che viviamo un momento di preminenza dell’ atteggiamento vintage, di unione degli stili più diversi.

Se ti trovassi a dover preparare una mostra ancorata alla contemporaneità quale artista o quale scena sceglieresti?
E’ una cosa sulla quale abbiamo ragionato molto, ci siamo posti tante domande e dati alcune risposte di cui una è che ci vuole tempo prima di riuscire a storicizzare, a mettere in prospettiva e questo vale in qualsiasi analisi documentaristica. Però, al di là di questo, credo che sceglierei la scena degli anni 90 che ha un forte valore anche iconografico; la scena rap che è molto interessante perchè si collega anche in questo caso con una rivoluzione culturale, con le classi proletarie e sottoproletarie che cercano un’affermazione attraverso un movimento giovanile. Per quanto riguarda gli anni zero è davvero molto complesso perchè è evidente che noi generazioni giovani abbiamo vissuto in un atteggiamento revival in cui poco spazio si è concesso alla sperimentazione.

Gaia Genovese



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