Man On Wire – West Love
In Italia mancano le idee, la musica underground è morta, la scena indipedente è un simbolico encefalogramma piatto. Vaccate (scusate il francesismo). La scena indipendente italiana sta rifiorendo in una nuova età dell’oro, che dal boom negli anni novanta del punk/hardcore diventa negli anni ’10 un rock più maturo, esterofilo e cosciente del proprio potenziale. Ovvio ribadire che quantità non stia a significare qualità, ma è possibile riconoscere i giovani talenti in grado di scrollarsi il peso della tradizione ed essere in grado di riscrivere l’indie d’oltremanica con un approccio fresco, nuovo e coraggioso. Come il Petit a cui si ispira il loro nome, i Man on Wire puntano in alto, alla ricerca di un equilibrio musicale fatto di indie folk pulito, deliziosamente nostalgico ed orecchiabile.
Una band di grandi nomi nel panorama underground, i Man on Wire sono composti da Stefano Pasutto (Tre Allegri Ragazzi Morti), Nicolò Fortuni (Smart Cops, With Love), Cristiana Basso Moro (Ten Thousand Bees, Arnoux), Marco Pilia (Oliver). I brani del debutto “West Love” connubiano varietà nelle influenze con una filo conduttore bucolico, sussurrato, in grado di rimandare al moderno sunshine pop. Partendo dall’indie pop britannico più semplice e fugace, giocato su un riverbero di chitarra e un retrogusto contemplativo (“A Thousand Legs”, “Man on Wire”), “West Love” si imbarca nei sentieri del folk con un brano da camera, intimo come “Autumn”, in cui assistiamo ad un ipotetico incontro tra Metronomy e Memoryhouse. Il folk prosegue con la minimalista “Dust” e l’ottima “Bare-Footed”, la quale ricorda il debutto degli compagni australiani Boy & Bear ammiccando al country. La chitarra prende le redini in “West Love” e “The Anger Song”, mostrando la faccia più acida dell’alt folk alla Chad Vaangalen, tra distorsioni ed interludi acustici.
Nonostante alle lunga la malinconia possa risultare ripetitiva (“Potential Architects”), sono diversi gli esempi di ottimi brani (“Dust”, “West Love”) in grado di rendere questo debutto un ottimo esempio di come la scena italiana non sia morta/morente. Il piccolo cuore dell’indie nostrano batte più forte che mai.
Fabiana Giovanetti
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