Manchester By the Sea

Manchester. Non Manchester in Inghilterra ma Manchester-by-the-Sea, paese da poco più di cinquemila anime sulla costa del Massachusetts. Si parte da una barca sul mare, nei momenti liberi e spensierati di Lee Chandler, a cui ripensa con nostalgia ma disillusione. Per lui quella vita e quelle sensazioni non ci sono più. Qualcosa lo ha fatto scappare dalla sua casa, da sua moglie Randi (ora ex) e dalle tre figlie. Il presente è a Boston, dove vive in uno squallido monolocale lavorando come idraulico e tuttofare. Fino al giorno in cui riceve una chiamata che lo informa della morte di suo fratello Joe, costringendolo a tornare nella sua città natale per occuparsi del funerale e del nipote adolescente Patrick. Non potrà tuttavia allontanarsi nuovamente da Manchester essendo ora il tutore legale del ragazzo, il quale non ha nessuna intenzione di trasferirsi a Boston con lo zio e rinunciare alla sua vita. Mentre Lee deve fare nuovamente i conti con la sua.

Dietro l’apatia, il disincanto e, occasionalmente, l’arroganza violenta ci sono fantasmi e demoni del suo passato. Non ha mai smesso di scappare, non solo da quel paese in riva all’Atlantico ma dalle responsabilità e dall’amor proprio. Il suo sguardo color acqua si perde nel mare, lo scruta ed ecco riaffiorare un dolore che sfoga con un pugno verso la baia, quasi non curante che nel mezzo ci sia il vetro della finestra. L’ambiente ricco ti toni freddi e di neve che lentamente si accumula sono specchio della sua umanità, indifferente anche alla fioca luce del Sole, abbandonata alle pene di una condanna autoinflitta. Anche i pochi ma toccanti incontri con la ex moglie non lo smuovono. A lei spettano solo poche frasi incomplete, sospese nell’aria gelida.

Nel frattempo Patrick vuole continuare a vivere. Suona in una band, ha due (!) fidanzate, gioca ad hockey e va a scuola. Vuole riparare la barca ora di sua proprietà, la stessa con cui da piccolo si divertiva insieme al padre e allo zio.
Doloroso o allegro che sia il passato, occorre tornare a navigare. Per Lee, invece, la barca è arenata da tempo…

Il regista Kenneth Lonergan si limita a filmare in modo essenziale, senza virtuosismi e cambi di ritmo. Spezzetta le immagini del passato di Lee nella narrazione del suo presente, evidenziando come esso sia ancora ben presente in lui, come non vi sia separazione tra ciò che è stato e ciò che è. Analogamente al protagonista, la sua visione è minimale.

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Non vi è spocchiosa ambizione, non pretende di svelare il senso della vita o di trovarne la morale ma riesce nel
compito di raccontare una storia che reprime le emozioni per suscitarne di forti. Grande parte del merito va
all’interpretazione di Casey Affleck, calato in un personaggio dagli occhi languidi, con le mani spesso in tasca, fuori glaciale e dentro tormentato.

Sorprendentemente anti-hollywoodiano. Non vi è redenzione, non vi è rinascita. Al massimo un sollievo, una flebile
luce in fondo al tunnel, alimentata da chi può aiutare, col tempo, a spegnere un doloroso fuoco che arde ancora nel
passato. «Non ce la faccio» confessa Lee a Patrick sul finale, in un capovolgimento di ruoli e in una prima vera
apertura.

Il cinema di Los Angeles si contrappone a quello di Boston. La La Land e Manchester by the Sea. Sogni di chi si batte per essi contro chi ha smesso di averne. O forse ha solo quello di tornare a vivere.

Davide Miselli