Maria Antonietta

Maria Antonietta

Confessioni di un Musicista è la rubrica settimanale in cui i musicisti si raccontano attraverso la musica che li ha cambiati e toccati profondamente. Partendo da una canzone a loro scelta, senza nessun limite di forma, ci sveleranno storie personali e aneddoti.

Maria Antonietta, al secolo Letizia Cesarini, nasce a Pesaro nel 1987. Dopo aver autoprodotto il suo primo disco nel luglio 2010 “Marie Antoinette wants to suck your young blood” e dopo aver fondato il progetto shoegaze Young Wrists,  confeziona l’esordio in italiano registrato e prodotto da Dario Brunori. Poi un lungo tour che dura quasi un anno e mezzo, un brano come “Animali” nel maggio 2013, una cover di Gigliola Cinquetti ed un disco “Sassi” che esce per la Tempesta Dischi. 

 


Five Years

Quando hai cinque anni il mondo si limita per te al giardino del tuo asilo in Via Togliatti e al giardinetto comunale di Villa San Martino e alla tua stanza con il pavimento di gomma rossa. Sembra proprio che al di fuori di questi spazi sacri il mondo non si sviluppi se non per errore. Ma tu hai la sensazione che qualcosa in fondo esista anche fuori dal tuo sguardo, voglio dire che esista a prescindere dal tuo sguardo, ma cerchi di ricacciare indietro questo presentimento come fosse il diavolo. Vuoi tenerti per te tutta la realtà, la vuoi seppellire nella tua cesta di plastica dei giocattoli, la vuoi addomesticare come fanno con i merli indiani, tu magari le sapresti insegnare poche parole ma almeno sarebbero divertenti.

 

Il mio concetto di realtà, mi ha costretta a diventare più consapevole, mi ha costretta ad abbandonare l’infanzia e a diventare coraggiosa. E mi piace questa cosa.

 

Sotto il sole di maggio sul terrazzo della nonna ti hanno messo per la prima volta lo smalto alle unghie come fanno le donne, anche se tua madre non l’ha mai messo. Ma lei è una donna diversa dalle altre, anche questo devi saperlo anche se in una forma non ancora estremamente chiara. Le piastrelle da esterno del terrazzo sono bordeaux e i pini sono verdi e quando dici alla nonna che sarebbe bello buttarsi da lì lei si spaventa molto ma a te viene da ridere perché l’hai detto solo per farla spaventare. Non esiste nella tua mente il pensiero che un giorno proverai la sensazione di potere fare a meno della realtà, di pregare affinché scompaia e tu con lei. A cinque anni hai ascoltato la prima canzone della tua vita, te l’ha fatta ascoltare nel pomeriggio sul giradischi tuo padre. La canzone si intitola “Five Years” ma tu non lo sapevi, del resto avevi cinque anni. E mentre la ascoltavi guardavi la polvere in controluce, nella luce del pomeriggio dietro le tende. Era il 1992.
Poi ci ho pensato spesso, a quanto quel disco che parla di stelle abbia significato per me. Quanto abbia sempre desiderato quella serenità interstellare che ti permette di cambiare direzione ogni volta che vuoi come ha fatto David Bowie. Qualcuno dirà che non è la serenità quella che ti permette di cambiare, ecco per me lo è. Ma non parlo di quella serenità da adulti svuotati che una volta procreato si sentono in pace con l’ordine del cosmo. Forse serenità non è la parola giusta. Parlo di una specie di consapevolezza che ti spinge a rispettare te stesso, e fare e dire quello che vuoi, come vuoi, anche se ti sembra controproducente o rischioso. In fondo poi cosa significa controproducente? Per chi è controproducente? Per chi vende. Ma io non vendo.

 

A cinque anni hai ascoltato la prima canzone della tua vita, te l’ha fatta ascoltare nel pomeriggio sul giradischi tuo padre. La canzone si intitola “Five Years” ma tu non lo sapevi, del resto avevi cinque anni.

 

E quando cammino nel giardino di casa mia e mi fermo davanti ai lilium, alle ginestre, ai tulipani, alle margherite e ai narcisi penso sempre più spesso che la realizzazione avviene dietro ai nostri occhi, non davanti. Altrimenti saremmo davvero ancora come bambini di cinque anni che vogliono ridurre la realtà ad un cono di luce proiettato dai loro occhi, che vogliono ridurla al giardino del loro asilo, al giardinetto comunale dove giocano con gli amici. Che vogliono ridurla ad uno spazio familiare e rassicurante, che sognano di addomesticarla. Conoscere il diavolo non è un grande piacere e a volte prego di tornare indietro al 1992 e rifare tutto daccapo che sarei più brava, sarei molto più brava ve lo giuro. Ma forse il diavolo mi ha insegnato a riconsiderare molte cose, a considerarne altre, ha ricalibrato il mio sguardo, il mio concetto di realtà, mi ha costretta a diventare più consapevole, mi ha costretta ad abbandonare l’infanzia e a diventare coraggiosa. E mi piace questa cosa. A volte mi sento finalmente nello spazio interstellare e mi piace molto questa cosa. Inarrivabile, inattaccabile, nello spazio interstellare. Altre volte mi sento all’inferno ma spesso nello spazio interstellare, molto spesso nello spazio interstellare.

Foto di Fabrizio Fenucci

MARIA ANTONIETTA – PLAYLIST


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