Maria Antonietta: tra pillole e sesso

Maria Antonietta ha registrato un disco. Un disco che è diventato il racconto di esperienze personali e il fermo immagine di una fetta di vita. Inevitabilmente ascoltandola si finisce per immaginarsela in una maniera, magari pure una maniera semplice e superficiale. Un foulard a pois annodato a un fantasma di nicotina. E allora siamo andati a farle qualche domanda per cercare di andare oltre e farci un’idea più profonda e personale di questa giovane cantautrice. Per ampliare lo spettro di identificazione tra chi suona e chi ascolta.

Illustrazioni Marta Baroni
Testo Enrico Gregorio

Qual’è stata l’esigenza che ti ha spinto a suonare e cantare le tue canzoni, da solista?
Non avevo più voglia di sprecare la mia vita in solitaria e in solitudine e avevo la necessità di condividere delle cose. Così è partito tutto quando avevo 18 anni e i miei genitori mi regalarono per la maturità un quattro piste a cassetta. Poi è arrivato un primo disco in inglese autoprodotto come Marie Antoinette e poi Young Wrists un progetto collaterale (ora sciolto) ed ora il disco nuovo in italiano sempre come Maria Antonietta.

Quali sono le differenze tra il tuo lavoro solista e con gli Young Wrists?

Qui non ci sono compromessi, c’è solo verità.

Sono passati due anni dal tuo precedente album, come senti di esserti evoluta? Perché hai scelto di passare all’italiano?
Sento di essere molto più forte e anche per questo ora mi esprimo in italiano. Avevo voglia di “espandermi” e ho arrangiato i pezzi con batteria e basso per emanciparmi un po’ da quel binario ossessivo chitarra acustica e voce del primo disco. Sono una persona molto curiosa e crescendo tendo a sperimentare cose nuove, forme nuove, benché la materia la reale sostanza resti la stessa: la verità.

Pillole, occhiali da sole, sesso, locali punk: come descriveresti l’immaginario che vuoi trasmettere con le tue canzoni?
I due temi centrali del disco sono: voler essere felici ad ogni costo e l’incapacità di accettare la realtà. Dentro questo lungo percorso ci sono gli occhiali da sole indossati in mattine ancora buie, sesso avvilente e svilente, solitudine nei club e molto altro. L’immaginario delle canzoni è semplicemente un lungo elenco di cose che sono appartenute ad una fase della mia vita, i 5 mesi in cui ho scritto il disco. Non sono un immaginario preconfezionato o pensato ad hoc sono stati la mia vita.

Generalmente le tue canzoni sembrano incentrate sul distacco: da una persona, da un’età che cambia e ti cambia. Hai scritto queste canzoni per lasciarti qualcosa alle spalle?
Si esattamente. Segnano la fine di un’età, di un rapporto importante, di una mia concezione della realtà. Con questo disco mi lascio alle spalle parti di me di cui conserverò sempre memoria ma che al momento mi sembrano lontani anni luce. Non che io rinneghi nulla; per essere migliori occorre essere pessimi. Nel disco sono confluiti sostanzialmente solo il dolore e il disagio di 5 mesi poco più di esistenza, ma mi sono lasciata alle spalle anche cose belle insomma è un discorso più ampio è proprio un addio ad una me più instabile e insicura, ad una me ancora non libera sul serio.

Spesso nelle canzoni parli a un individuo maschile, come è (o come sono) il ragazzo o l’uomo a cui ti rivolgi ? Che tipo è?
In questo lungo percorso difficilissimo di accettazione della realtà e di accettazione di me stessa e di comprensione ho incontrato degli uomini. Nelle canzoni in alcuni momenti mi rivolgo a qualcuno di loro. Sono tutti tendenzialmente individui abbastanza tristi. L’unica canzone che segna un nuovo tipo di rapporto è l’ultima canzone, che è l’unica vera canzone d’amore del disco. Lì dentro c’è l’amore puro.

Quali sono i gruppi che ti hanno fatto capire che avresti voluto suonare e cantare? E quando e dove li hai ascoltati per la prima volta?
Sono state le Hole e tutti i gruppi femminili dei primi ’90 le riot girls. Mi identificavo con quelle ragazze, volevo essere tanto come loro. Invidiavo la loro sicurezza.

Gruppi italiani che ti piacciono e raccomanderesti?
Chewingum, Dadamatto, Versailles.

Descrivici la scena musicale di Pesaro, che sembra essere molto attiva. Posti, persone, gruppi.
Non la vivo molto in onestà. In città ci sto pochissimo. Ci sono tanti ragazzi in gamba ma non ci sono molte cose per cui mi entusiasmo o che sento vicine a me. Il solo gruppo di Pesaro che mi ha sempre fatto impazzire sono gli Altro. Poi ci sono i Versailles duo chitarra e batteria che stimo tanto perchè fanno musica assolutamente libera e pura a prescindere dalle mode, sono davvero integri.

Come ti ha influenzata la musica nella tua vita?
La musica mi ha liberato dalla timidezza e dall’insicurezza, mi ha fatto conoscere un grande amico che poi è il mio attuale batterista, mi ha fatto conoscere l’uomo della mia vita, mi ha dato una direzione nell’esistenza. Insomma ha contribuito in misura notevole alla mia felicità.

Le illustrazioni sono una libera interpretazione, sulla base dei testi di Maria Antonietta, creata dall’illustratrice Marta Baroni.
http://www.martabaroni.it/