Mark Lanegan live report

Lullabies to paralize
Testo di Miss Cassady

Le chiavi cadono nel quel vecchio svuota tasche comprato sul confine messicano. Hola Tijuana. E quel gesto fa evocare nella soglia della sua mente lo stesso fottutissimo ricordo. La ragazzina in bikini che si succhiava con la cannuccia una coca a bordo piscina. Quelle labbra sembravano essere state disegnate dal più lussurioso dei pittori. Cazzo, ad ogni sorso era un invito a leccargli le tette.

Pronto a chiudersi in bagno con questa immagine invitante, si accorge che sua sorella si è piantata nel corridoi e lo sta scrutando con un sorriso ebete dipinto da un rossetto rosa che cozza con quel viso da topo di fogna.
“Stasera esco”. “Che cazzo me ne frega” sbotta . “Esco con Mark. Mark un ragazzo.” E mentre lo diceva continuava ad ostruire l’unica via verso la sua vogliosa giovane visione.
“Un ragazzo ha avuto il coraggio di uscire con te..domani un tornato spazzerà questa marcia città, che altro ti devo dire, cazzo, fammi passare.”
“Lui viene da lontano, Mark, cerca di essere carino con lui. Magari prima di uscire ce ne stiamo un po’ a guardare la tv sul divano, quindi vedi di non girare in mutande grattandoti le palle.”
Ecco già la serata aveva preso una piega insopportabile,pensò lui e con un dribbling lucido da mediano di football riesce a schivare l’ingombrante corpo della sorella raggiungendo l’unico angolo della casa immune da quella: camera sua.
Tette ovunque e una pila di dischi che possono trasformare l’inferno in un paradiso a buon mercato. Spogliatosi della divisa di ordinanza Tobias si stende sul letto e prende fiato dall’aria afosa di quel buco di città in cui cerca di sopravvivere.

Questo non sembrava isolare la voce belante della sorella:”Mark vuoi una birra?” “Mark devo accendere il ventilatore. Mark..”.E che cazzo, pensò Tom e con un gesto meccanico si rinfila i pantaloni. Attraverso il corridoio intravede il topo di fogna che svolazza con un vestito floreale.
“Esco” ma mentre lo dice, Tom si ritrova già nel vano delle scale.
La passività è la peste del futuro. Si attacca a te subdolamente, come un brutto trip. Rari i momenti di lucidità, in cui pensi di superare il confine, cambiare paese, bruciare la casa. Durante il resto della giornata il tuo corpo rimane ancorato, come una vecchia carogna, sulle spalle di questa stanza. Pensieri attivi,martellanti che ti seccano la gola e ti rompono il fiato. Non ti alzi dal divano se ti prendi questa malattia. Preferisci imprecare rimanendo steso, a gambe aperte, aspettando che la rabbia faccia dimenticare la nausea.
Magari in città suona qualcuno stasera e trovi la ragazzetta della contea che ha deciso di trasgredire la morale divina. D’inverno il sole stanco a letto presto se ne va, non ce la fa più, non ce la fa più.la notte adesso scende con le mani fredde su di me ma che freddo fa, ma che freddo fa. Basterebbe una carezza per un cuore di una ragazza,forse si che t’amerei.. Parappa pararppa. Tom sorride ascoltando quella canzone dalla lingua incomprensibile. E sogna una sudata donna procace italiana che stende la biancheria all’aria.

Rose si dondola davanti allo specchio cercando gli orecchini adatti per quel vestito. Si sente leggera e ode gli applausi delle amiche che celebravano la reginetta. Rose ci aveva riflettuto a lungo e non voleva rimanere l’unica senza anello. Non voleva mangiare sola, spingere il carrello senza aiuto o far vedere il nuovo taglio di capelli al barista che finiva soltanto con chiederle la mancia.
Preferiva pensare che facendo le cose insieme si sconfigge la passività di provincia.
Sentire la pelle di Mark sulle spalle, aiutarlo a spostarsi poi parlare per ore, non sentendosi mai delusi.
Non voleva giustificarsi, questo se l’era ripromesso. Gli altri capiranno e basta, infondo l’amore è solo trovare qualcuno con cui passeggiare o guardare la televisione.
E sul divano lei ammira il viso tirato, la fermezza della sua posa, il silenzio della sua voce e l’inaspettata approvazione che ogni volta lui le da.
Su Tom, su tutti, si stende una luce rossa. Le teste si muovono avanti e indietro come ebrei contro il muro del piano. Il gruppo fa schifo ma forse perché i culi che lo guardano sono sempre gli stessi:pensa. Qualcuno allunga battute che rimbalzano sulla superficie del bancone del bar e nessun legame gli sembra sincero. Meglio risalire in macchina e sintonizzare la radio su quella stazione italiana che ti fa interpretare le canzoni a tuo modo, realizza Tom. Come visioni porno di statico piacere.
E nel corridoio Tom scosta la porta del salotto e vede che la sveglia sopra la credenza segna le due. il vestito a fiori copre il divano, guardiano di un ambiguo abbraccio.
Rose stesa su un grosso corpo. Fermo, plastico. poi la realizzazione di Tom.
Sua sorella dorme adagiata su un manichino. E il suo lardo si appoggia soffice contro le linee di plastica di quel coso.

Chiude la porta perché la passività è una malattia che non fa muovere niente. La rabbia urla in silenzio rimbombando nell’afa.
Rose sogna un pic-nic, un anello e la sicurezza di non sentirsi più una sfigata perché ora tutte le persone del parco si sono alzate e applaudono verso di lei.
Tom sogna le labbra della ragazzina che gli leccano il petto.
Tutto si muove almeno fino a domani, quando la passività si allungherà come un’ombra sui quei corpi.

Concerto Mark Lanegan, 24 Marzo, Estragon Bologna

The Gravedigger’s song rimbomba come prima cosa. Prima di tutto, senza un saluto, sembra di spingere play sullo stereo. Ti aspetti quasi tutto perché l’esecuzione è liscia e organizzata come i titoli nella stampa finale del disco. Nessuno sbava e ti si amplificano i sensi perché fa caldo e siamo tutti pigiati come i fedeli dentro un tempio.
Le mie preferite le fa quasi tutte, almeno quelle più commerciali. Poi mi chiedo da dove è venuta tutta questa gente, se mi sono persa il fatto che anche Mark Lanegan ha sfondato scrivendo l’inno per la campagna di Obama. Ma forse è solo la sua voce che è arrivata lontano. Tra gli scaffali dei centri commerciali e le stazioni radio pseudo indipendenti. Così la gente si mette in marcia e rievoca l’America del wisky e dei treni merci. Se guardi verso il palco Mark è immobile. Il braccio destro si appoggia sull’asta e il corpo sembra dritto anche se ha una posa innaturale. Rimane fermo per più di un’ ora come se volesse cancellare la scena e inscenare gli animali della prateria che si fingono morti quando sopra di loro volano i condor.
Così il pubblico può concentrarsi su altro, penso io. Sull’esecuzione perfetta, la voce tenebrosa, i musicisti professionisti. Guardo Enrico e mi vengono in mente le foto che ho visto a una mostra. Uomini americani fidanzati con bambole gonfiabili. Immortalavano momenti di amore “normale”, seduto nell’erba o mentre pranza in una cucina. Solo se non ti fai distrarre dall’abitudine, ti accorgi che uno dei due corpi è immobile e ha una posa innaturale. L’amore diventa passività come se non ci fossero più due corpi ma un sogno.
Così il pubblico ondeggia e pensa all’America mentre dall’altra parte una voce esce da un corpo statico che scoprirai, più tardi, essere un signore con un cappellino da basket che rilascia autografi con la velocità di un timbro postale.
Peccato perché non è stato un brutto concerto, non c’era nulla che non andava a parte quella sensazione sinistra di essere in una stanza affollata di fronte alle casse dello stereo mentre blues for a funeral suona.