Mauro Galligani – Intervista – Quella dolce ebbrezza da pellicola



RAJASTHAN – Ai piedi di Forte Amber, i mahut rinfrescano gli elefanti nel lago Mantah.

Intervista al fotoreporter Mauro Galligani di Francesca Pradella
Fotografie per gentile concessione dell’Autore © Mauro Galligani – All rights reserved

Non so quantificare i minuti che ho passato di fronte alla pagina bianca. Il gelo di questo colore. La stanghetta nera, lampeggiante, un piccolo, spaesato fulmine sullo schermo. Come a chiedermi: “Allora, ti rendi conto di quanto hai da raccontare? Perché non scrivi? Sei matta?!”.
Sono felice di aver aspettato, di non aver ascoltato questa dispettosa striscetta intermittente. Perché è solo dopo l’ennesimo incontro con il Maestro che mi sento un po’ più licenziata per parlarne.
Il fatto che una fotografa si rechi a fare un servizio e ritorni senza aver scattato neanche una foto, potrebbe essere considerato un’eclatante disfatta. Un lottare con i mulini a vento, mancando pure quelli.
Ma, vedete, quando ci si prepara per intervistare uno dei fotoreporter migliori al mondo, un pezzo di storia del reportage, tirare fuori la reflex è un po’ come fare, concedetemi il gergo da scacchista, il matto del barbiere a Bobby Fisher: una mossa decisamente masochista.
Perciò la mia piccola amica rimarrà rinchiusa nella borsa per tutto il pomeriggio e non avrà la scellerata pretesa di funzionare, neanche per inquadrare il lembo di un tappeto.
Con un plumbeo cielo sopra la testa, mi incammino verso il Suo studio mossa da notevole curiosità, come un’ Alice che insegue il Bianconiglio. Le musiche da fanfara provenienti dai vicini studi della Rai, rendono il tutto ancora più surreale.
Quando suono il campanello, non posso immaginare che dietro alla facciata di un capannone in stile inglese, ci sia uno studio fotografico a dir poco spettacolare. Il tempo grigio non intacca minimamente la bellezza di questo rifugio decisamente invidiabile. Se dovessi chiudere gli occhi, dipingendo nella mia testa il tempio di un fotografo, penso verrebbe fuori qualcosa di molto simile… uno spazio dove domina la luce, attraverso linee di vetro. E se per molti può sembrare un materiale freddo, certo non lo è per chi fa questo mestiere..la lente diventa quasi come carne del fotografo stesso.


SARDEGNA – Nella Giara di Gesturi corrono gli ultimi esemplari di cavallini selvatici.

Il sig. Galligani è un uomo distinto e garbato. Resto molto colpita dal sedermi di fronte ad un mostro della fotografia e ritrovarmi a chiacchierare amabilmente con qualcuno tanto socievole e disponibile al dialogo. Non avevo idea, appena entrata, che sarebbero state due ore di cultura, di passioni, di avventure e di riflessioni, che avrebbero dato un pezzo nuovo ed insostiuibile al mio bagaglio di fotografa.
Ci tengo a specificare questa nota positiva perché, quando faccio un’intervista, sovente mi trovo davanti a persone che tendono a scavalcare, quasi a schiacciare le domande che pongo e mi ritrovo immersa in pseudo-monologhi che fatico, non poco, a trascrivere. E capire… qui, invece, lo scambio è onesto e paritario, per mia piacevole sorpresa. Raccimolo i coriandoli di gioia, appena varcata la soglia. Ma col naso spesso all’insù, provando una benevola invidia. Comincio presentandomi e facendo presente che, per guadagnare, mi sono orientata verso il reportage di matrimonio. E che, nonostante molti fotografi lo considerino un settore poco degno e dozzinale, lo vedo invece come una grande scuola.

MG: “ Non è semplice fare foto ad un matrimonio. Non è affatto un settore da sottovalutare. Magari, per differenziarsi, si può pensare di fare qualcosa di più particolare.. di diverso. Per esempio, matrimoni in bianco e nero, seguendo quello che succede. Al giorno d’oggi vedo che i fotografi fanno mettere in posa, ma le cose belle sono altre. La mamma che si commuove, le emozioni di chi è presente… Dopo anni sono quelle le immagini che si vuole rivedere, i momenti che uno vuol ricordare. Quelli che li sanno fare, guadagnano bene. È divertente e si ha una buona entrata. Ha scelto bene. La strada migliore: uno si tiene l’attività collaterale, la fotografia di matrimonio, per poi pagarsi i viaggi per i reportage “.


LETTERATURA E GIORNALISMO Stefano Benni Bologna 1976

Ecco, Mauro Galligani mi pare proprio questo: una persona molto concreta ed alla mano. Uno che potrebbe permettersi i piedistalli, ma, invece, resta con i piedi per terra. Un fotografo, in mezzo a noi comuni premitori di pulsanti.

Dal momento che la rivista con la quale collaboro si rivolge ad un pubblico abbastanza giovane, le chiederei di presentarsi a loro: chi è Mauro Galligani?
MG: “ Guardi..
( piccola pausa di riflessione)
Mi pongo sempre il problema di cosa possa essere davvero interessante per un ragazzo giovane.. “

Facendo spesso assistenza ai workshop, ho notato che una cosa che incuriosisce di frequente i giovani fotografi, è l’attrezzatura del fotografo. Insomma, cosa c’è nella borsa di un fotoreporter?
MG: “ La borsa del fotoreporter? Davvero vogliono sapere questo? Davvero vuole chiedermi queste cose?..” (stupito)

Direi che son partita con la domanda giusta. Ecco,sì. Adesso vorrei una reflex a portata di mano, per nascondermici dietro..

MG: “ Io… ho un rapporto conflittuale con i giovani di adesso. Quelli bravi, sono veramente bravi. Sincermente, mi fanno anche un pò invidia. Sento ragazzi che, alla loro età, hanno avuto esperienze e sono dotati di una consapevolezza, di una chiarezza che io, ai tempi, non avevo. La maggior parte, però, sono dei “birboncelli”… Uno che viene e chiede cosa c’è nella borsa… eh… cerchiamo di sfatare dei miti… di non cadere nello stereotipo. I giovani di oggi vogliono tutto, subito e velocemente. Il successo… il diventare famosi con la minor fatica possibile… Ma, vede, questo mestiere, invece, è una vera e propria dedizione. Io ho sposato il mio lavoro, la mia professione. Non ci sono Natali, weekend, non c’è niente… dopo un po’ ti porta a disseminare lungo strada un sacco di cose di vita normale. Stai a Kinshasa e poi devi andare a Bogotà. Diventa una sbornia continua.”


STORIA DI UN ALPINO In volo da Abudhabi a Herat sul C-130 Hercules

Questa parola apparantemente banale mi fornisce la più sincera chiave di lettura del mio Interlocutore. Capisco la fiamma negli occhi quando richiama alla mente i Suoi viaggi e l’apparente malinconia che pare emergere in alcune Sue pause. Un’esistenza piena, un bagaglio pesante che, forse, arrivati in certe fasi della vita, può rivelarsi un peso difficile da trascinare.

MG: “ Il mestiere del fotoreporter è dedizione completa. E’ cultura, informazione… tutti elementi che vengono fuori durante la carriera fotografica. La borsa del fotoreporter? (mi domanda, giustamente, perplesso…) Gianfranco Moroldo era un fotoreporter bravissimo e andava in giro con una borsettina… (ride).
Io, invece, quando vado in giro ho tutto, tranne quando c’è da stare in ambienti ridotti, magari per fare spostamenti in fretta, ovviamente.
Ma, mi creda, quello che serve è avere la zucca.
Tutto qui. “

Anche lei è stato uno studente ed ha frequentato la scuola di Cinematografia a Roma: pensa che una formazione accademica conti nella formazione del fotografo?
MG: “ A parte il Centro Sperimentale di Cinematografia, abbiamo poco in Italia. Il mio Istituto era stato spregiativamente rinominato “Centro sperimentale dei poveri. Una scuola parecchio dura. Anche oggi, c’è sempre una selezione qualitativa e, suppongo, basata anche sull’aver tanto denaro.
Il cinema… beh, il cinema aiuta molto. Per me è stato essenziale. Non necessariamente la formazione accademica in sè. Piuttosto, guardare film. Intendo dire, per la narrazione. Il problema del reportage è che è, appunto, un racconto che deve avere un capo ed una coda, con cose che sono molto fotogeniche ed altre che non lo sono per nulla. Però una persona, per completarne uno, deve tenere conto di tutto. Dell’insieme.”


Vittorio De Sica e Richard Burton Palermo, set del film “Il viaggio”, 1974

Questa è una delle cause per cui il reportage, oggi, sta morendo: i giornali pubblicano 5 fotografie e 4 esprimono lo stesso concetto. Che , però, è fotogenico. E dimenticano cose importantissime, l’essenza della storia.”
Di fronte a me, un volto dai lineamenti brulli, ma dagli occhi fulgenti. Una vitalità che emerge forte nelle sue risposte, come quando riflette sui giornali odierni : l’amarezza per il periodo d’oro di cui ha fatto parte e che ora appartiene ad un mondo lontano, irripetibile.


SPETTACOLO-Federico Fellini, Cinecittà 1980

Parliamo ancora del Suo rapporto con il cinema.. ad oggi, se potesse scegliere di accostarsi ad un qualche regista che ammira, chi sceglierebbe?
MG: “ Ma, guardi, i miei amici me ne dicono di ogni, perché non ho ancora visto La vita è bella. Aspetto sempre con ansia il prossimo film dei fratelli Taviani ( Paolo e Vittorio, vincitori, tra i numerosi premi, dell’Orso d’oro al Festival del Cinema di Berlino nel 2012 n.d.r.) .
Rimango legato ad un certo tipo cinema, quello del Neorealismo. Anche perché lo studio avveniva su quello, sui grandi classici. Andare al cinema, quasiasi tipo di cinema impegnato, questo è utile. Appena iniziato, pensavo: “ Rossellini non è nessuno , De Sica è una schiappa, in confronto a quello che sarò io” ( ride). Meno male che ho acchiappato la realtà per tempo.. A me piace fare il primo della classe e , lì, era un campo pieno di primi della classe irraggiungibili.

Il cinema serve per la maniera di esporre i fatti.
Le faccio un esempio, per raccontare una storia concreta con delle foto . Magari sto assistendo ad un funerale. E mi tornano in mentre i campi di grano, le folle e penso a Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini. E’ così, per me, che il cinema ritorna sempre. Avere una conoscenza fotografica di cinema mi ha aiutato moltissimo. Andare molto in Cineteca. Sforzarsi di capire perché i I sette samurai ( shichinin no samurai, Akira Kurosawa, 1954 ) devono per forza esser visti in lingua originale. Ho memorizzato parecchio, come cultura generale, sulla cinematografia. Il racconto mediante immagini. Il modo in cui, da fotografo, mi approccio alla luce è stato radicalmente influenzato da questo.
Il cinema Neorealista, che si immerge discreto in realtà spesso disagiate, con uno sguardo rivolto alla feroce crisi del dopoguerra. E’ forse una delle pagine più sincere e più vicine alla realtà di questo settore. Immagino sia anche per questo che lo apprezza tanto.


ASIA Cina, Shangai 1975 Nel Palazzo dei Pionieri

Nel reportage la foto non deve assolutamente essere corrotta in alcun modo: che rapporto c’è tra il desiderio di dare una originalità alla foto ma il cercare di rimanere fedeli al reale?
“ Beh questa è la scommessa dei nostri giorni. Io paragonerei il fotoreportage al giornalismo scritto. Le faccio un esempio: se lei legge un giornale, ci trova dei pezzi di giornalisti che hanno una certa sensibilità. Alcuni son più portati per la cronaca, altri per altri settori, tutti ugualmente bravi. Ma il talento, e penso a Gian Antonio Stella, Bernardo Valli, Gianni Mura… il talento, viene fuori. Fa emergere dalla massa. Quando Papa Benedetto XVI andò via da Castel Gandolfo, Vittorio Zucconi era in una posizione in mezzo a mille altri, ma il pezzo che scrisse fu da scuola di giornalismo.
Uno deve cogliere un momento, naturalmente con la sua sensibilità, però quel momento non ti deve sfuggire. Tu devi essere capace di vedere gli elementi, nel loro insieme. E questo dipende da tante cose.. da dove ti sei messo.. che approccio hai verso la luce. Puoi averlo sbagliato e mancare l’attimo. Il bagaglio che ti porti dietro, quando decidi cosa fare in quegli istanti, è fondamentale. Si devono prendere in considerazione mille cose a monte, prima di fare click. Poi, il click, lo vedono tutti.. “ci fossi stato io, anche io l’avrei fatto”… E’ l’uovo di Colombo. L’esperienza ti viene utile perché si può imparare a fare qualcosa di diverso. E, parlando in termini generali, certamente io ho meno probabilità di morire rispetto ad un altro, proprio per quello che ho vissuto. Ne ho passate tante, mi creda. “


AFRICA Mozambico 2001

Il rapporto tra l’etica del fotografo ed il dover riportare qualcosa: ci sono momenti in cui bisogna saper dire di no e dare il giusto rispetto alla situazione? C’è un’etica applicabile al reportage?
MG: “ Li va a parare su una questione mica semplice … ma sa che lei è “intelligentina”?
( ridiamo ed io decido che adotterò “intelligentina” come epiteto!)
E’ una professione dove, nel momento in cui la svolgi, diventa tutto complicato. L’etica.. beh, l’etica , anche se nel nostro paese purtroppo non è così, è una dote che , spero, dovrebbe essere una regola acquisita e non un merito. Nel senso che la tua presenza, a volte, è di troppo…devi esserne consapevole. Ti devi rendere conto che non è che se domandi ad uno che è lì, in un contesto tragico, se è felice che ci sia anche tu, ti risponda di sì. Spesso, non è contento per niente.. anzi. “

Sa le ho posto questa domanda riguardante l’etica, perché io stessa mi ritrovo spesso bloccata al bivio tra il voler documentare e il desiderio di rispettare le tragedie altrui. Vengo dall’ Emilia, quella terremotata ed alluvionata. Ed in entrambi i casi, non me la son sentita di prendere la macchina e scattare. Mi pareva sciacallaggio fotografico. Poi però, mi guardo in giro. Vedo colleghi o altri fotografi che partono perché in un paese c’è una guerra o una qualche spaventosa disgrazia. E spesso lo fanno perché nelle loro intenzioni c’è, più che altro, il desiderio di avere un portfolio utile da presentare alle Agenzie o per candidarsi a premi quali il Word Press Photo.

Secondo lei, è questa l’attitudine più comune del fotoreporter allo stato attuale? Come si salva questo mestiere da questo virale narcisismo fotografico?
MG: “ Lei mi fa una domanda. E sottintende una risposta, che è proprio quella che vorrei darle io. Io, il reportage l’ho sempre fatto per questo. Nel mio tempo libero, non ho la macchina fotografica . Per carità, ovviamente mi piace fotografare. Per esempio, è un periodo dove lavoro ce n’è meno ed ho bisogno di andare a fare delle fotografie per conto mio. Ovviamente non parto per un terremoto o per divertimento. Nei posti, mi ci hanno sempre mandato. Ho sempre fatto parte dello staff di un giornale. Mi son recato in determinati luoghi perchè bisognava andarci. Quello che rimprovero tantissimo, senza dare lezioni di morale a nessuno (anche perché non ne sarei neanche in grado), è proprio questo atteggiamento.
Scegliere un poveretto, una disgrazia per il proprio tornaconto… questo,no. Non vale. Ma vede, uno dovrebbe avercelo come educazione. Bisognerebbe sapersi comportare in un certo modo. Premetto sempre che non so se, in alcune situazioni, sarei stato in grado di agire bene. Ad esempio, mi torna in mente una foto scattata a Sumatra mentre una folla linciava alcune persone.. si vedeva palesemente che la gente si era allargata per far lavorare i fotografi. Di fotografi ce ne erano 3,4,5,10, parte di un gruppo… ecco, una situazione del genere, in mezzo ad altri colleghi, non mi è mai capitata. Mi è successo da solo, non con altri.. magari un fotografo, lì, in mezzo a tanti colleghi, pensa – la stanno facendo anche loro, la faccio anche io – oppure – se loro la fanno ed io no, io divento un imbecille -.

Finisici per rimanerci invischiato anche tu. Se, invece, sei da solo, devi assolutamente venir via. Sono arrivato alla conclusione che molte persone non morirebbero se non ci fossero operatori presenti. Perché la ferocia, viene esibita.. – adesso ti faccio vedere come taglio al testa a questo – ecc… bisogna avere coscienza di quello che si va a fare e di quello che provoca la tua presenza. In Libano, la chiamavano la petit comèdie , fatta proprio per i giornalisti. Soldati che facevano finta di sparare, gente che mostrava la violenza a favor di camera. Ho avuto un problema con un operatore americano, finendo alle mani per questa storia.
Una grande lezione mi fu data da Guido Nozzoli ( giornalista de “Il Giorno”, scomparso nel 2000 ) . Lo mandarono in Vietnam, durante la guerra e portarono dei giornalisti su un B52 americano per fare un bombardamento a nord del paese. Lui si rifiutò di salire e scrisse un articolo sul perché non era andato. Il fatto è questo: perché diventi complice. Se fai qualcosa e muore qualcuno è anche colpa tua. Ho fatto di questa sua esperienza una delle mie regole di comportamento più importanti.

Oltre , quindi, a non diventare parte del dramma, è fondamentale non falsare la realtà. Il cambiare delle cose, prima di scattare sugli avvenimenti, è impossibile. Nei non-avvenimenti, disporre le persone diversamente da quel che sono, l’inquadrare 30 m, fare un taglio della foto che ne inquadra 10.. Il dramma del digitale è che lo consente ( il famigerato CROP, ndr ). Se paragonato al giornalismo, è esattamente come falsare la notizia. Il problema è che lo fanno tutti. Non si ricreerà una generazione di fotogiornalisti bravi finchè questi continueranno a partire con in testa il Word Press Photo. Sta diventando un premio antietica .“

…che, a mio parere, da un po’ l’impressione di voler far vincere la scena drammatica, la tragedia a tutti i costi.
MG: “ E se lo danno un po’ fra di loro. Viene premiata gente che non si sa chi sia. Io ho visto chi c’era, in certi luoghi, e mi viene un po’ da ridere…
Comunque, penso a Kevin Carter, alla foto del bambino con l’avvoltoio . Non si può non riflettere sulle conseguenze di quello che documenti.
( Carter, fotoreporter sudafricano nato negli anni ’60, vinse il Premio Pulitzer nel 1994 per una sua foto, scattata in Sudan nel 1993, che ritraeva una bambina malnutrita con un avvoltoio in famelica attesa alle sue spalle; la foto divenne una icona delle carestie e della povertà africane ma provocò un forte turbamento e conflitto interiore nel fotografo, che soffriva di dipendenza da droghe; tanto che, a soli 33 anni, si tolse la vita, nel 1994 ).
E non si possono inventare le luci. La luce è quella che è. Se la cambi, cambi la realtà, non sei più un fotoreporter. “


RAJASTHAN – Un bambino suona il tamburo in un piccolo tempio nascosto tra gli alberi.

La responsabilità di questa parabola esponenziale nel mostrare la violenza, è anche da attribuire alle scelte di certe immagini da parte dei Redattori? “ La pubblico, perché fa vendere più copie.”
MG: “ Se uno fa questa professione, è un qualcosa con cui ci si deve sempre confrontare.
Penso sinceramente, però, che le foto siano un potente modo di comunicare. Allora, occorre non indugiare al momento giusto. Se uno decide di documentare la fame nel mondo, la si può fotografare con egual efficacia, anche solo dandone una vaga percezione nell’ immagine, senza dover aspettare che quello o quell’altro muoiano. “

Mi collego ad un altro argomento, che c’entra solo in parte : i Fotografi “superstar” . Il famosissimo fotoreporter Steve McCurry è diventato un volto noto e, di recente, si è dedicato anche alla fotografia commerciale, collaborando con Louis Vuitton e la Western Union. Mi domando: Quando un fotoreporter diventa famoso, come fa a ritornare ad essere quella presenza discreta ed indivisibile che, nel reportage, dovrebbe essere? Non si dovrebbe lasciare andare avanti le foto ma rimanere nell’ombra?
MG: “ Io ho fatto molta pubblicità, ma raramente compare il mio nome. Chiaramente, è importante poter lavorare e guadagnare. Se McCurry viene chiamato per fare moda, sono convinto che farà sempre foto con del contenuto.”

Quindi è possibile passare dal reportage alla moda, restando “coerenti”?
MG: “No , coerenti non proprio. Ma uno fa il professionista e viene pagato per fare il professionista. Io rispondo per me. Mi è capitato mi venissero proposti dei lavori, anche lontani dalla mia realtà di fotoreporter. Se sono in grado di farli e ritengo possano mantenersi sempre ad un buon livello, li faccio. Se mi chiedessero di fare un servizio di moda, le dico, direi di no perché non son proprio capace. Ancora non ho capito bene cosa sia un servizio fotografico di moda. La foto di moda dovrebbe, credo, mostrare come è fatto un abito. Allora perché, spesso, non si vede l’abito? Mi faccio delle domande semplici. Non ho mai approfondito l’argomento. A dire il vero, non mi interessa approfondirlo. “


ARTE e DESIGN Gianfranco Ferrè Milano 1983

Ma cosa accade, quindi, oggi al reportage?
MG: “ Io ho le mie idee su cosa stia succedendo . Anche perché alcuni fotografi piuttosto noti di oggi e furbacchioncelli, li conosco benissimo. La mia impressione, dato che siamo in un paese che non ha memoria storica, dove nessuno sa più niente di niente, è che ci si lasci un po’ acchiappare anche da soggetti alquanto superficiali. La gente non si documenta sulla propria realtà: si figuri cosa possono sapere di fatti di una certa portata storica e che ho fotografato venti o trenta anni fa.. Non si interessano di fatti importanti , men che meno di un fotografo importante. Ci ho messo una croce sopra questa storia. Ma di certo, fra 50 anni, quando si rileggerà questo periodo della fotografia italiana, verrà fuori la stupidità assoluta che caratterizza il nostro presente. C’è gente che chiama un fotografo di cronaca italiano e gli chiede di fare una brochure..Ecco.. Non è il caso. “

E sulle mostre?
MG: “ Vale, in Italia, lo stesso identico ragionamento. Le mostre che si fanno oggi o sono di autentici sconosciuti o sono conosciutissimi all’estero. Ma vengono chiamati non perché chi li chiama abbia conoscenza e coscienza di cosa hanno fatto costoro, ma solo perchè c’è il nome famoso. Guardi, il reportage nasce con i grandi giornali. Per mia fortuna, ho lavorato nel più grande giornale italiano che si occupava di fotografia, che è Epoca. Di questo giornale sono diventato Direttore dell’Immagine, sempre seguitando a fare fotografie , accostato a dei colleghi che adesso, magari, nessuno ricorda. Ma fra loro e molti di quelli attuali, c’è la differenza che passa tra Abbado quando era vivo e dirigeva La Scala ed io con la bacchetta in mano che dirigo La Scala. Non c’è lotta.


I fotografi di Epoca: Giorgio Lotti, Leto Nino, Vittoriano Rastelli e Mauro Galligani

A L’Europeo c’era Gianfranco Maroldo. Eravamo presenti in tutti gli avvenimenti più cruciali. Ho avuto la fortuna, negli anni della parabola di coda di Epoca, di lavorare anche per Life ( rivista fondata da Henry Luce nel 1936, incentrata sul fotogiornalismo,ndr ). Lavoravo per Life senza conoscere le persone che erano mie colleghe. Allora c’era ancora la comunicazione via telex, rendiamoci conto. Ho conosciuto e sono amico della attuale picture editor, Bobby Baker e tanti altri. Se tu dovevi fare un servizio a Madrid, ma per una qualsiasi ragione eri impossibilitato ad andare, magari mandavano un fotografo da New York. La fotografia era quella. Un periodo oramai irripetibile.

In Francia, ogni giorno, i quotidiani hanno almeno una foto interessante. C’è una cultura ed un approccio alla fotografia molto superiori rispetto al nostro paese. Qui, improvvisamente, delle persone hanno deciso di occuparsi di fotografia. A me sta bene. Ma quello che mi fa arrabbiare è che loro dovrebbero occuparsi di foto artistiche, per quanto riguarda il discorso delle esposizioni. Quando leggo delle critiche sui lavori, sembrano le critiche del dopoguerra .. roba che, se uno di loro si rileggesse, nemmeno si ricoscerebbe. Sembrano fatti con lo stampino. E’ un mondo che mi lascia, spesso, perplesso. Per non parlare di quando sento parlare delle foto di reportage come foto “ artistiche ”. Mi fa molto arrabbiare. L’Arte è un’altra cosa.”

Che rapporto aveva con la televisione, in quanto mezzo capace di fare reportage?
MG: “ La Tv per me era un concorrente. Io arrivavo prima e quando c’era, mi ponevo il problema di inventarmi una storia collaterale. Sa, dovevo essere in grado di contrastare immagini che documentavano, momento per momento, con un video. Ad esempio, Epoca è andata avanti per anni, pubblicando quindici giorni dopo le Olimpiadi, uno speciale su questo avvenimento sportivo. E ciò che permetteva al giornale di porsi in competizione con un mezzo innovativo come la Televisione, era il punto di vista diverso che ci impegnavamo a trovare. Le foto che pubblicavamo non erano quello del vincitore, ma magari quelle con chi aveva perso e piangeva.. Una rivista dovrebbe fornire spunti di riflessione su quello che succede intorno a noi. E chi la legge, la rilegge volentieri anche due giorni dopo, per la qualità degli articoli.
Oggi, sono finiti i grandi giornali e sono finiti i soldi. E’ arrivato il digitale. E lì, è stata proprio la morte di tutto. “

Pelè Città del Messico 1970
Quindi, quale è la sua posizione nei confronti del digitale, appunto.. di questa nuova tecnologia fotografica?
MG: “ Il digitale ha ucciso il fotogiornalismo, perché oggi, fotografi e non, possono tutti scattare una foto. Spingi il bottone e la foto viene da sola. Mi torna in mente un buffo sketch di Cartier-Bresson, in occasione dell’avvento dell’autofocus, con un primate e una macchina fotografica. Lui disse: “ Adesso tutti fanno delle fotografie. Anche delle buone fotografie. Comprese le scimmie.”( ridiamo)
Un giovane legge una recensione o va a vedere una mostra su un fotoreporter. Ma quando senti che si definiscono così, fotografi che hanno fatto 1, 2, 5 reportage, mi viene un po’ da ridere. Il reportage è snobbato da tutti, ma tutti lo vogliono nel loro Curriculum, perché fa sensazione l’avventura. E’ una cosa che mi disturba profondamente. Come detesto essere definito fotografo di guerra. Io mi sono fatto una cultura venendo in contatto con persone straordinarie. Per questo mi domando il perché si debba per forza premiare la foto tragica del bambino che muore, della donna disperata o del soldato dissanguato. Sono convinto esistano immagini degne di questi riconoscimenti ma magari incentrate sul costume, su argomenti completamente diversi e che non devono necessariamente rappresentare il dramma, il dolore, la morte. “

In questa odierna bulimia fotografica ( Instagram anche alla Magnum), come si fa a fare davvero una foto originale? Cosa ti distingue dalla massa, considerando, oltrettutto, che la cultura fotografica media, specie in Italia, è a dir poco bassa?
MG: “ Una persona può parlare, esprimere opinioni.. ma i fatti son questi. In questo momento i giornali italiani non pubblicano fotografie. Al giorno d’oggi, tutte le Agenzie sono morte. Ne sono rimaste due o tre che stanno tirando lentamente le cuoia. Il fotogiornalismo non è più quello che è, perché la qualità si è talmente abbassata che non viene neanche più tenuto in considerazione il valore di una fotografia ben fatta. I direttori dei giornali non sono idioti ( più o meno bravi che siano..ma se arrivi a fare il direttore, qualche cosa la devi pur sapere.. ): non investono soldi nelle fotografie, ma piuttosto nella grafica. Allegano ad articoli immagini senza senso, pure elaborate a computer . È calata la qualità della gente che fa fotografie e i giornali non pubblciano più fotografie di un certo livello. Ci sarà una ragione. Perché? Perché il giornalista fa la foto con il cellulare. Cosa pago a fare un fotografo, quando un semplice giornalista può scattare una immagine ( mediocre ) con un telefono e mi risparmia il dover stipendiare una figura in più? Ci sono Art Director di note riviste che scattano loro stessi le foto, nello sdegno generale. Beh, alcuni di loro sono molto più giornalisti di 100 fotografi che si autodefiniscono fotoreporter al giorno d’oggi, spacciandosi, in maniera infondata, per professionisti.”

Il reportage è, allora, fondamentalmente, giornalismo per immagini.
MG: “ Esattamente. Questo è il concetto che io voglio esprimere. Ma il giornalismo di terza pagina, di riflessione di cultura, quello che non c’è più. Le faccio un esempio dei giorni nostri: gli avvenimenti nella piazza di Kiev. Ipotizziamo siano presenti due Tg italiani, con la diretta tv continua . Il fotografo, invece, va sul posto, scatta un primo piano della signora che piange, magari fatto bene. Ed allora il giornale, per premiarne l’originalità, glielo pubblica. Ma quando si faceva il fotogiornalismo, quello serio, e ti presentavi con una foto di quel tipo anziché quella dell’assalto al palazzo del governo, le Agenzie Fotografiche ti mandavano a casa. Giustamente. Bisogna contestualizzare le cose e non perdersi troppo nella foto di impatto a tutti i costi. Devi fare una foto originale, ma che permetta di capire di cosa stai parlando, quali sono i fatti che devi narrare. Una foto deve far capire cosa sta accadendo. “

Chiaro.
MG: “ E Poi partono.. partono tutti… magari, qualcuno, muore pure. Ma semplicemente perché hanno sbagliato. Sono andati all’avventura. C’è sempre un momento della verità, quello in cui ti scontri e confronti davvero con te stesso, con le tue capacità. Non lo sai, finchè nulla di serio capita. Poi, quando arriva una bomba, fai la verifica con te stesso. Tu e la tua paura, il tuo saper reagire, ma con la testa.
Ad ogni modo lei ha identificato la cosa, che è questa: un ottimo fotografo è dotato di una intuizione frutto della sua cultura e della sua esperienza, ma anche, e non meno importante, della sua maturata sensibilità. C’è una percezione, una sorta di istinto, che poi ti porta e ti sviluppa la professione stessa. Nelle zone pericolose, inoltre, ti aiuta a sopravvivere. “

Il fotoreportage è sempre stato un mondo soprattutto maschile: quello femminile mi sembra legato a contesti più protetti. Lei pensa che per una donna possa essere, addirittura, doppiamente pericoloso? ( magari per la cultura maschilista dominante in certe zone calde o per il fatto che, essendo rara, attira inevitabilmente molto di più l’attenzione )
MG: “ Quando si scatta, il problema “donna” o “uomo” non cambia. Pensi a De Biasi quando, durante la rivoluzione ungherese, scattò la famosissima foto sul linciaggio di un possibile collaborazionista. In quel momento, la folla era presa da quella atrocità. Ma se uno di loro avesse detto – c’è un fotografo! -, De Biasi sarebbe stato un uomo morto. Le donne possono attirare l’attenzione, vero. Ma ci sono ottime donne fotoreporter. Penso, ad esempio, alla straordinaria Susan Meseilas ( Magnum Agency ), con le sue potenti immagini del Nicaragua, e la considero una professionista di grande valore. Non è un caso che conoscesse tutti i capi della rivoluzione. Vuol dire che arrivi lì, perché ti sei comportato seriamente. Sei stato in grado di penetrare una realtà tanto intricata, non solo per il tuo valore professionale, ma anche per la tua capacità di essere umano. Le donne che ho incontrato io, sono in gambissima. Ci sono delle scervellate, ma quelle non le calcoliamo.. Come non calcoleremo gli scervellati uomini. “


LETTERATURA E GIORNALISMO Oriana FallaciGreve in Chianti 1980

C’è un aproccio diverso di raccontare nelle donne?
( pausa di riflessione) MG: “ Le donne hanno più percezione di quello che succede. Anche io faccio vedere poco le foto di combattimento che ho scattato. La tragedia ti capita nel momento più inaspettato. E quando ti ci trovi di fronte, sta a te, alla tua capacità di valutare la situazione, come, quando e se scattare.”
In effetti, quello che mi ha colpito di più delle foto del Maestro, è sicuramente la evidente empatia che dimostra di fronte ai suoi soggetti. L’umano non è mai deumanizzato a favore di un fine estetico. C’è la verità, ma c’è anche un lodevole tatto nel mostrarla.


CRONACA -Terremoto in Friuli, 1976

C’è un reportage che le è rimasto nel cuore? (perdoni il linguaggio retorico)
MG: “ Non è tanto il reportage. Mi rimangono nel cuore le persone. Le parlo, ad esempio, del periodo in cui per Epoca andai a documentare il Terremoto del Friuli : a maggio del 1976 ci fu il terremoto ed andai lì. Poi il giornale ci rimandò per una inchiesta, a Novembre. Arrivai. Dormii appena fuori Udine e presi in diretta la seconda scossa, che fu più forte della prima. Non sono uno che si scompone troppo durante queste cose, sono dell’idea che se te ne devi andare, te ne devi andare… Mi preparai, presi la macchina ed arrivai a Gemona che albeggiava. Appena giunto alla salita della città, c’erano persone sedute a terra, avvolti con delle coperte. Ecco.. in una situazione del genere..vedere uno con una macchina fotografica che scende dall’auto..beh.. ci vuole del coraggio. Bisogna fare un paio di fotografie e basta. Avere la forza di smettere. Poi una signora mi ha offerto un caffè. Questo, davvero, ti rimane. Emotivamente ne ho passate un pochino io… Perciò, sul mio reportage che più mi ha segnato, non saprei cosa rispondere. “


CRONACA Napoli, 1981 Dopo il terremoto nei quartieri spagnoli

Nel suo portfolio da reportage, cosa manca o le piacerebbe aggiungere?
MG: “ È una sbronza assoluta, con un risveglio col mal di testa. Vissuta questa professione al massimo, potevo permettermi qualsiasi cosa. Avevo un forte potere contrattuale. Non eravamo noi che andavamo con i giornalisti, erano i giornalisti che venivano con noi. Abbiamo fatto l’errore di dire – io sono di Epoca e tu sei stronzo-. Questo ci ha portato un sacco di inamicizie. Come è girato il vento, con la chiusura del giornale,è stato un po’ come la rivolta della Serie B.
Io ho sempre lo stesso entusiasmo con i servizi. Ho molta più esperienza. Ho limato il più possibile delle cose di cui un pochino ho provato anche vergogna, quando ho cominciato. Ero forse troppo orientato sul -la foto la devo fare a tutti i costi -. Di quello mi vergogno un pochino. Ma succede a tanti… Sono tutt’ora in grado di svolgere la mia professione. Due anni fa mi sono fatto 7 viaggi in Afghanistan e quando si guastava il gruppo elettrogeno c’erano 60°C in tenda…
Spero di seguitare a far fotografie sempre. Certo, quando faccio un lavoro, poi non mi piace più. Quella è la norma. Quello che ancora mi colpisce è come questo lavoro ti proietti in realtà a te sconosciute che ti riportano sulla terra. Ad esempio, ho fatto un reportage sull’Handicap; lì ti rendi conto che la maggior parte dei tuoi problemi, sono cose ridicole e che ci sono persone che ogni giorno affrontano ostacoli pesanti.”

Nonostante la sua immensa esperienza, lei non ha fatto molti libri..
MG: “ Si vede che non me l’hanno mai chiesto! (ride)
Purtroppo ho sempre legato alla fotografia il fatto che dovessi essere pagato.”

Sa, vedendo le sue foto, sono sicura che lei potrebbe fare dei libri altrettanto, se non più, interessanti di quelli che oggi troviamo nelle classifiche di settore.
MG: “ Ci sono talmente tanti libri di fotografi.. la fotografia di reportage è molto diffusa oggi. Prendo in prestito la famosa frase di un amico di un fotografo italiano famosissimo: – se tizio impressionasse la pellicola, come impressiona con le chiacchiere, sarebbe un buon fotografo -. Da noi è la chiacchiera che conta. “

Quali sono le caratteristiche fondamentali per poter realizzare un buon libro di fotografia?
MG: “ Un libro è un impegno grandissimo. I libri illustrati, in Italia, giustamente non si vendono. Giustamente , perché nella megalomania di tanti fotografi, pensano che una immagine da sola sia sufficiente. Io mi tiro fuori da chi la pensa così, da coloro che ritengono che la fotografia di per sé, parli. Invece, no. Un libro di fotografie senza testi, non ha ragione di esistere. Deve avere foto e testo. Ci sono dei libri fotografici dove nelle foto non c’è la didascalia.. e lei deve correre nell’ultima pagina per leggere cosa sia, chi l’ha scattata. Lì non ci dovrebbe essere solo la punizione che nessuno gli compra il libro.
(E scherza) Ci deve essere una punizione corporale : chiamano il fotografo e lo picchiano per 3 ore sulla testa, perché non si fanno libri così!
Sono stato fortunato perché a Epoca ho avuto il privilegio di decidere. Io presto ero come un colonnello. Chi veniva con me, era sotto di me. Giornalisti straordinari, bravissimi. Si creava una maniera di lavorare insieme eccezionale. E mi lasciavano solo, quando volevo stare solo. “

Ecco. Qui sulla testa dovreste picchiare me, perché nel documentarmi sulla bibliografia di Mauro Galligani, ho visto un libro commissionato dalla Nestlè che non avevo mai sfogliato e mi sono fatta l’idea che fosse sul cibo…
MG: “ Un libro sul cibo? Io? Non so cucinare neanche un uovo al tegamino.”
( poi mi blocca)
MG: “ Ah, ho capito!Ho fatto un libro che mi fu commissionato dalla Nestlé, sui suoi stabilimenti in Italia. No, non è sul cibo. Volevano presentare in maniera reportagistica la vita delle loro fabbriche. Ed allora c’era una parte industriale, ma sempre vissuta. Il backstage della produzione. La vita degli operai.
Tanti anni fa feci un libro sul fiume Po. Quello, lo rifarei volentieri. Magari, recarmi con le fotografie di allora, per vedere cosa è cambiato. Fotografare di nuovo quelle zone incontaminate, dove il tempo sembra essersi fermato. Il parco naturale, la riserva. Il Delta è un luogo che mi è piaciuto particolarmente.
Fare un libro, costa tanti soldi. E poi, se uno sbaglia un reportage è un conto. Se uno sbaglia un libro ti rimane , può segnare la tua carriera. “

La lezione più importante che la fotografia le ha dato?
MG: “ Mah, la fotografia è la mia vita. Adesso sono un pochino depresso.. un tempo ero più attendibile… forse avrei fatto un altro lavoro.
(ride)
So fare solo questo e rifarei solo questo. O il pilota di aerei. “

Ah, sì, bellissimo il suo scatto fatto a bordo di uno degli aerei della pattuglia acrobatica, mentre compivano le loro figure di allenamento! ( scusate se mi è partito l’entusiasmo)
MG: “ Mi dispiace anche per i colleghi con le digitali, sono l’unico che l’ha fatto. Da tanti anni non portano più civili. Dopo sono entrato nelle grazie di persone importanti del settore, e ho potuto farlo più volte. Mi piace volare. “

E di nuovo divampa la fiamma, nel ricordare le sue avventure straordinarie. Si potrebbe restare ore ad ascoltare le sue parole, credetemi.

Cambiando argomento… Come mai questo avvicinamento a San Patrignano?
MG: “ No beh, diciamo che io non ho avuto problemi personali di questo tipo ”
( e si ride di nuovo!)
MG: “ Allora, di San Patrignano, se ne parlava molto. Ho conosciuto il vecchio Muccioli ed ancor meglio i suoi figli. Poi ho fatto amicizia con alcuni dei ragazzi e siamo tutt’ora amici. Ero stato preso da questa problematica perché la generazione dell’eroina era molto particolare. Se uno va a San Patrignano adesso, c’è uno spirito molto diverso. L’eroinomane, ha dei motivi esistenziali molto forti, profondi. Invece, ora, ci trovi dei ragazzini che per noia o per scommessa, si sono bruciati il cervello con le droghe sintetiche. E’ spaventoso. Quando sono stati festeggiati i loro 20/25 anni si è deciso di fare un libro. Ho trascorso diversi anni fotografando la comunità.
In una delle prime occasioni che mi recai lì per un reportage di Epoca, mi portarono in quello che allora era l’Ospedale ( ovvero, qualche stanza messa male). C’erano tutti i malati terminali di AIDS riuniti insieme in una stanza, per festeggiare il compleanno di uno di loro, Antonio, un ragazzo di Genova. Io dissi che non avrei fatto fotografie, non me la sentivo. – No, le devi fare, perché devono capire..- mi incitò, invece, il festeggiato stesso. Ed allora scattai quella foto. E’ gente carica di una profonda umanità, quella che ho incontrato tra quelle mura. Una percentuale altissima non ce la fa. Finchè sei dentro, hai un grande sostegno, ma poi, quando esci, sta a te farcela. E molti tendono a perdersi di nuovo. “

Come è nata la passione per la fotografia?
MG: “ Nasce con la Scuola del Cinema che ho frequentato da ragazzo. Ma nel cinema il racconto lo fa il regista, quindi mi ero chiuso una possibilità e non potevo diventare come Bertolucci. Il film è una cosa… c’è dietro una storia, dei sentimenti. Il film documentario, non mi interessa. Non era il mezzo giusto per potermi esprimere. La fotografia è, invece, un momento di riflessione. Se utilizzata come documento di memoria e di pensiero può far risorgere il reportage dal coma odierno. La fotografia pensata, non quella fatta spingendo il bottone. In questa scuola ero risultato quello col punteggio più alto, così l’Agenzia Italia mi venne a cercare. Il mio incontro con la fotografia fu, quindi, casuale. “

Ha un mito fotografico?
MG: “ Mah, c’era chi si metteva il giubbetto di pelle, come Fonzie. Al giorno d’oggi, ci si veste come il cantante o l’attore famoso. Io, invece, ho sempre avuto miti fotografici.. in particolare, i fotografi francesi. Non solo li ammiravo per le loro immagini, ma cercavo di imitarli anche nel modo di vestirsi, nell’atteggiarsi (sorride) .C’erano anche i fotografi di Life, che in Italia sono molto sottovalutati. Ammiravo molto anche loro. Pensi a Larry Burrows : non ce n’è un altro come lui. Certamente, non oggi. Gli ultimi grandi fotografi della Magnum, pur essendo bravi anche quelli di oggi, sono del periodo di Nachtwey ( membro dal 1986 fino al 2001). Quando è nata la VII Agency, fondata proprio da lui, i sette fondatori erano tutti bravi. Un tempo i giornali aspettavano a pubblicare qualcosa perché arrivavano quelli della Magnum che, seppur con due giorni di ritardo,realizzavano sempre servizi di altissimo livello. Adesso non si aspetta più, perciò quelle agenzie devono trovare il modo di vivere. Di sopravvivere. Hanno bisogno di avere fotografi in ogni paese. Agenzie americane come la Contact hanno fotografi di altissimo livello, come ad esempio David Burnett. Ecco, molti degli attuali fotogiornalisti, raggruppati tutti insieme, non fanno un Burnett. Questo intendo. “


COSTUME Martina Franca, 1977 Mister Muscolo

Le agenzie fotografiche in italia sono in crisi. Per l’estero, c’è speranza?
MG: “ All’estero, sì. Pensiamo alla Francia. Paris Match è un giornale che riesce ad informare, pubblicando ancora foto di qualità. Il modo in cui le vicende vengono fotografate, ad esempio quando i personaggi di rilievo sono ritratti nelle loro case.. Si riconosce una sensibilità particolare, una ricerca. Le riviste italiane pubblicano servizi, come dire, sul cugino del Papa. Paris Match pubblica IL Papa. Sono tutti fotografati con un concetto professionale altissimo. Quando c’è un avvenimento grande, Match pubblica il meglio che c’è in giro. Anche alcuni quotidiani ingelsi raggiungono un buon livello. “

Ci sono riviste che compra abitualmente?
MG: “ Stern, Paris Match, National Geographic ( l’americano … gli italiani sono diversi ). Il giornalismo che ho vissuto io non credo ci sia più. Sui quotidiani si vedono delle foto interessanti ogni tanto, ma firmate dalle Agenzie. Le faccio un esempio. Ho visto una foto di Renzi. È proprio lui, di profilo, mentre corre..lo rappresenta perfettamente. La foto è di un fotografo dell’ANSA. Ma non c’è il suo nome sul giornale. Le Agenzie tendono a castrare i fotografi, quindi è difficile poter dare qualcosa di davvero originale. Si hanno ordini precisi, li si deve seguire. Non era così per me. A Epoca, quando c’erano 30 fotografi, io facevo altre foto. Ad esempio, quando vidi la massa di fotografi che scattava ai lati del Papa, io mi posi, invece, alle sue spalle. Il fotografo di una Agenzia non può farlo, perché dopo la terza volta che lo fa, lo cacciano via. Potenzialmente, ci sono fotografie che rivelano che c’è una testa funzionante alle loro spalle. Ma diventa sempre più difficile poterlo fare a livello dei giornali. Il discorso è simile per gli fotoamatori. Se invece di andare a sentire cavolate in Italia, prendessero un treno per Parigi, dove qualcuno parla di fotografia seriamente, sarebbe molto più utile che sperperare soldi in corsi di dubbio valore, tenuti nel nostro paese. A Parigi, ripeto. Dove c’è gente ch ha ancora la passione e l’occhio. Molto meglio andar là. “

Le è mai venuta voglia di insegnare?
MG: “ Guardi ho fatto qualche seminario anni fa, poi, un giorno, ho smesso. Non bisognerebbe avere più di un certo numero di alunni da seguire o diventa davvero una perdita di tempo. Poi, un conto è insegnare la tecnica. Un conto è insegnare il reportage. Non basta dire – vado in quel posto e scatto foto -. E’ un approccio, un modo di porsi che non è che si possa propriamente insegnare. “
Guardo l’orologio dispiaciuta. Non voglio abusare del suo tempo ma, contemporaneamente, potrei andare avanti giorni. Ha pazientemente risposto a tutte le domande che avevo preparato. Ma io, mi sento come il bambino che scende dalla giostra preferita, quello triste perchè farebbe volentieri un altro giro. Mi tocca rimettere i piedi per terra. Scendere dalla mia metaforica pattuglia acrobatica. Ma lo faccio allietata da queste parole:


CULTURA -Firenze 2011 Uffizi.”Dittico dei Duchi di Urbino” di Piero della Francesca

MG: “ Sa, io sono stato molto avvantaggiato dalla mia professione, essendo un timido. La macchina mi faceva da filtro per la realtà. Vede, resto una persona a semplice, uno terra a terra.. mi commuovo quando vado agli Uffizi a vedere il Caravaggio. Nella vita, rimango uno emotivo. Però sul lavoro divento un’altra persona. Sono una macchina da guerra. Per questo lavoro da solo, se posso. Il momento di panico di uno che sta con te, può pregiudicare la tua sicurezza.
( sospira.. )
La sostanza è questa: è la professione più bella del mondo. Certo, ti distrugge, perché poi, quando torni, sono davvero poche le cose capaci di interessarti veramente. Gliel’ho detto. E’ una sbornia continua. “


CULTURA Firenze 2011 Uffizi. “La Medusa” di Caravaggio

Certo, questa sensazione della sbornia la provo anch’io, quando, in treno, torno verso casa.
Eh , sì… i mille pensieri che inizio a raccogliere dopo questo incontro unico, mi provocheranno, probabilmente, un bel mal di testa.
Il Maestro ha bisogno del Fotoreportage e il Fotoreportage ha bisogno del Maestro.
E spero davvero che questa felice unione, non venga mai a meno. Perché il mondo ha disperatamente necessità di persone così. Di sensibilità, di coraggio, di rispetto.
Del dolce silenzio della fotografia che ti avvolge con discrezione.Che ti fa pensare, sognare e vivere.
Grazie. Con sincera commozione.