Mike Oldfield

Tubular Beats (Edel, 2013)

Scrivere riguardo Mike Oldifeld, è un po’ come scrivere dell’Ennio Morricone della musica electro/trash made in seventies: innovativo, geniale, autore di una delle colonne sonore più inquietanti di tutti i tempi (come dimenticare l’atmosfera carica di brivido de “L’Esorcista“?) ma anche di hit che hanno fatto la storia (sua è infatti la celeberrima “Moonlight shadow”, portata alla ribalta da Maggie Reiley). Eppure il successo di Oldfield è tutto racchiuso nel suo masterpiece “Tubular Bells” di cui tutti noi avremmo sentito almeno un brano ma che difficilmente riconosciamo tra gli scaffali dei negozi di dischi (nonostante sia un must per i musicofili di tutto il mondo).


“Tubular Bells” ha fatto la fortuna di Oldfield in un momento storico in cui, per artisti del suo genere, era difficile emergere. Composto principalmente da campane tubolari miste a strumenti tipici del genere prog-rock, è stato definito dalla critica mondiale come il “disco ponte tra il progressive e la new age”. Ma cosa succede quando un disco come questo, nato in un’epoca in cui il remix era ancora un’utopia, dopo aver avuto non una ma ben due degne rivisitazioni (una nel ’92 con “Tubular Bells II” che segue, con qualche aggiunta strumentale, il concetto del primo disco e una seconda nel ’98, “Tubular Bells III”, inaspettatamente molto diversa rispetto al suo predecessore), viene affidato ad uno dei dj più popolari di Ibiza (aka Torsten Stenzel, con il suo progetto “York“)?
Semplice: un capolavoro viene rovinato (ma non troppo).

York, dall’alto della sua esperienza ventennale, ha cercato di dare un’impronta prettamente dance a un disco che di dance ha sempre avuto ben poco, scadendo nel facile fraintendimento che nasce tra musica elettronica e new age. Nelle 11 tracce sembra quasi che si perda un po’ l’idea di fondo che Oldfield aveva voluto dare all’opera, ovvero la fusione tra una musicalità puramente atavica (espressa attraverso le campane tubolari, che richiamano un po’ ad un passato remoto e difficile da decifrare) e uno stile contemporaneo sì, ma per gli anni ’70.

Inserire loop e batterie digitali che partono a 180 bpm con lo sfumare della musica è un po’ la morte di questo disco, che diventa apprezzabile durante una corsetta in tapis roulant, ma di certo non durante un ascolto un po’ più disteso o durante una serata tranquilla da passare in compagnia.
Insomma, York è andato, per così dire, un po’ “a briglia sciolta”, segnando forse un po’ troppo marcatamente la sua firma nel disco di Oldfield e trasformando pezzi di una poesia assoluta (nelle loro versioni originali) in marchette da quattro soldi che possiamo trovare comodamente nelle compilation più vendute (o, oserei dire, masterizzate) dopo il vacanzone discotecaro con gli amici.
Ma diamo a Cesare quel che è di Cesare: d’altronde, qui non si parla più di campane, ma di beats, no?

Flavia Guarino