Mindhunter

Uno dei registi che più ha indagato i lati oscuri dell’animo umano è sicuramente David Fincher. Prima al cinema attraverso opere molto diverse come “Seven” e “Zodiac”, poi nel mondo della TV attraverso “House of Cards”, Fincher è un maestro nel delineare l’ambiguità e le aree grigie, siano essi politici (Frank Underwood), geni informatici (Mark Zuckenberg) o mogli psicopatiche (“Gone Girl”). Chi meglio di lui, quindi, poteva rappresentare sullo schermo (piccolo in questo caso) le origini del moderno Criminal Profiling dell’FBI?

Basata sull’opera letteraria di Mark Olshaker e John E. Douglas, “Mind Hunter: Inside FBI’s Elite Serial Crime Unit”, questa serie racconta appunta i primi passi dell’FBI nello studio dei criminali più violenti, che in quegli anni (la serie è ambientata nel 1971) stavano iniziando ad affacciarsi sempre più numerosi nelle cronache americane. Così iniziamo a seguire le avventure degli agenti Holden Ford (il protagonista della serie), giovane molto interessato alla psiche di queste persone, e Bill Tench, esperto membro della sezione di scienze comportamentali.

“Mindhunter” è proprio l’emblema di quello che si può realizzare ora attraverso la televisione: prodotti dalla grandissima qualità e profondità che coinvolgo ormai tutte le più grandi personalità del mondo hollywoodiano (tra i produttori della serie c’è anche Charlize Theron). Costruito mediante i dialoghi e gli interrogatori con i più famosi serial killer d’America, questa serie si sviluppa attraverso anche indagini, molto studiate e “dialogate”, più che osservate (non vediamo mai per esempio i cadaveri), e le vicende personali dei protagonisti.

Ciò che funziona in maniera impeccabile, sia a livello di messa in scena che di scrittura è la parte legata alle indagini e agli interrogatori. C’è poco da fare, non si vorrebbe mai uscire da quei dialoghi, da quei ragionamenti e dai turbamenti dei due protagonisti, in particolare di Holden, che nello scorrere delle puntate sembra quasi sempre di più perdere il confine tra l’orrore e l’ammirazione per i racconti di questi temibili killer. Dove, invece, il prodotto zoppica un po’ è nelle storie private dei protagonisti.

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Non che ci sia eccessivo dramma o elementi troppo “cinematografici”, ma è indubbio che, soprattutto dopo le prime puntate, ci interessa veramente poco di quello che accade tra le loro mura domestiche. La stessa relazione che ha Holden non è poi così importante al fine del racconto, se non per qualche dettaglio sulla finire della serie. Lo spettatore vuole ascoltare e capire quelle menti così oscure, che al solo pronunciarle fanno tremare; non è un caso, per esempio, che per tutta la serie aleggi lo spettro di Charles Manson: che la seconda serie ce lo porti sullo schermo?

Compassata, intelligente e inquietante. L’influenza di “True Detective” è chiara, a volte quasi citata, ma è indubbio che la strada percorsa da Fincher sia meno di impatto, ma più di riflessione e di sconvolgimento graduale, proprio come accade ad uno dei personaggi. Una serie forse non per tutti, ma, personalmente, uno dei prodotti audiovisivi più sorprendenti e di qualità di questo 2017.

Matteo Palmieri