Mindhunter – Season 2

La prima stagione di “Mindhunter” era arrivata come un fulmine a ciel sereno nel panorama della piattaforma Netflix. Un prodotto coraggioso, molto lontano dai moderni filoni crime, perchè poco costruito sull’azione, ma fortemente centrato sulla parola, sulle indagini e sulle interviste a questi famosissimi serial killer. La nascita della moderna criminologia forense da un punto di vista mai analizzato prima. Insomma, uno dei migliori prodotti televisivi degli ultimi anni.

Questa Season 2 era molto attesa e c’era grande curiosità nel vedere che pieghe avrebbe preso la serie. Innanzitutto torna la telecamera fissa e implacabile di David Fincher per i primi 3 episodi e si vede; personalmente ritengo il regista di “Zodiac” (questa serie è una vicina parente di quell’assoluto capolavoro) uno dei migliori, nel panorama contemporaneo, nel “girare la parola“, cioè nel mettere in scena momenti di grande impatto e tensione esclusivamente attraverso il potere del dialogo e la musica.

Oltre a Fincher, tornano anche i nostri protagonisti e le loro storie. Il grande merito della serie, nei suoi aspetti più umani e quotidiani, è quella di dare centralità al personaggio di Bill Tench (Holt McCallany). Bill è uno di noi, quello che si occupa del barbecue durante un pranzo con gli altri abitanti del quartiere, che non rifiuta mai una sigaretta in compagnia e che ha una famiglia. Bill, però, è anche uno di loro, di quegli agenti che interrogano i serial killer e questo desta la morbosa curiosità di “noi normali“. L’interesse per i risvolti sociali di questo tipo di casi è indagato in maniera molto interessante ed è sottile l’analisi che ne viene fatta, soprattutto quando poi questi “casi” si avvicinano ai morbosi curiosi.

Tornano anche Holden e la dottoressa Wendy Carr, che emerge sempre di più nelle sue sfacettature molto narcisiste e vicine al mondo di Holden. L’agente FBI è reduce dal trauma del finale della stagione precedente, ma non sembra per questo essere meno determinato o convinto dei suoi metodi, che questa volta lo porteranno ad Atlanta, per provare a risolvere una serie di delitti che hanno come vittime dei poveri ragazzini neri.

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La serie sceglie una costruzione ancor più ardita e riuscita rispetto alla prima. Seguiamo sempre per pochi minuti le vicende di BTK (l’assassino che ci aveva accompagnato anche nella prima stagione), il caso di Atlanta e le interviste (oltre ai momenti privati dei singoli personaggi). Tutto si incastra perfettamente, creando un clima di tensione costante costruito solo sulla parola. E’ un lavoro autoriale a togliere (azione, immagini cruente, dinamismi) molto coraggioso, che in questo genere è un’autentica rarità.

Cosa non funziona in questa serie? Sinceramente nulla, tranne le sue peculiarità che sicuramente non richiamano un pubblico di massa. Ritmi a volte compassati, molti dialoghi, un finale asciutto e amaro sono elementi che al cinema non vediamo più, per esempio, ma che il coraggio televisivo oggi consente (e per fortuna direi). Questa seconda stagione supera in ogni aspetto il suo predecessore e lo esalta all’ennesima potenza, proponendosi, a mio avviso, come il miglior prodotto disponibile su Netflix insieme a “Stranger Things“. Il mio augurio è che non manchi il coraggio di realizzare una terza stagione, che sarebbe necessaria per chiudere il cerchio.

Matteo Palmieri