Ministri – Photo Report



Foto e testo di Flavia Guarino

E’ sempre piacevole notare, soprattutto per quel che riguarda il panorama musicale nostrano, quanto, nonostante i tempi cambino e la fama aumenti in maniera smisurata e incontrastabile, molte band tendano a restare le stesse nei loro rapporti col pubblico.
E’ questo che ho notato fin da subito al concerto dei Ministri, band milanese ormai nota nella scena indipendente (e non) della nostra penisola, che il 15 Marzo ha inaugurato il suo nuovo tour, per l’uscita del neonato album “Per un passato migliore“, al Black out Rock Club di Roma. I nostri tre milanesi hanno scelto proprio la capitale per inaugurare questa nuova avventura musicale, quasi canzonando un po’ il clima di crisi e anarchia che sta attraversando politicamente il nostro paese e che è anche uno dei temi cardine del loro nuovo album (con in copertina anche una bella panterona nera, non a caso).

Sono cinque anni che seguo i Ministri, cinque anni di interviste esilaranti e convincenti, cinque anni di concerti, ma anche cinque anni in cui sono cambiate molte cose: ho visto il pubblico piano piano ringiovanire sempre di più e diventare sempre più folto e agguerrito, ho visto (e sentito, quasi toccato con mano) il loro passaggio da un’etichetta indipendente ad una major (la nota Universal), ho assistito al cambiamento da una formazione in trio ad una in quartetto (con l’aggiunta di F punto, polistrumentista che ha accompagnato la band dall’uscita di “Noi fuori“, album discussissimo soprattutto per la sua vena elettronica molto marcata che ha fatto storcere un po’ il naso agli amanti de “I soldi sono finiti“, album d’esordio del trio milanese), ho sentito (o, oserei dire, strasentito) critiche su critiche riguardo questa loro cosiddetta “massificazione”, quasi “svendita” per alcuni. Eppure, nonostante tutti questi cambiamenti, i Ministri hanno mantenuto salda una cosa: la grinta, la rabbia, l’incazzatura unica nel loro genere durante i live.

Già dai primi brani si sente una carica crescente. E’ la prima data, il disco è uscito da meno di una settimana, ma i pezzi nuovi piacciono parecchio e, anche se il pubblico non ricorda ancora tutte le parole a memoria, i pezzi sembrano coinvolgere tutti. Tutti ballano, tutti gridano, tutti alzano un pugno al cielo mentre cantano, quasi come un inno una strofa de “Le nostre condizioni” (Io non ti saluto finchè/ non te ne vai/ finchè non te ne vai/ Perché non te ne vai?/ Ora!). E viene anche un po’ da sorridere pensando al commento di Federico Dragogna (chitarrista e autore dei testi della band) che canzonando un po’ la fama ottenuta dal Movimento 5 stelle alle scorse elezioni, esclama: “Beh, ragazzi siamo talmente tanti che se andiamo avanti di questo passo tra 8 mesi potremmo formare un partito!”. Intanto nel sottopalco è il caos: Federico più di una volta si scaglia contro il pubblico quasi come se fosse affamato di tutta quella rabbia e quell’energia che i fan stanno sprigionando ad ogni nota suonata. Non esiste più distacco tra l’artista e il pubblico. I Ministri vogliono cantare con il loro pubblico e non solo per loro. Partono gli svariati stage diving che Davide Autelitano (alias Divi, basso e voce del gruppo) regala puntualmente ad ogni concerto ed è emozionante notare come tutte quelle mani cerchino, anche solo sfiorando per un attimo il frontman della band, di accaparrarsi un pezzetto di quella foga unica nel suo genere.

Dai pezzi nuovi si passa ai grandi “classici: “Non mi conviene puntare in alto”, “La mia giornata che tace”, “Tempi bui”, “Noi fuori” per poi arrivare al finale, quello tanto atteso, che non cambia mai, con “Abituarsi alla fine” che con il suo giro d’accordi e la sua inconfondibile batteria (suonata da Michele Esposito, alias Mighelino) crea il momento perfetto per le solite presentazioni di rito, ma anche per lasciare che quella carica accumulatasi incessantemente nelle due ore precedenti si sprigioni tutta lì sul palco, tra le grida del pubblico e degli stessi Ministri che abbandonano il palco con quell’ultimo Do, potentissimo, che dopo lascia solo il silenzio tra i brusii generali e che rende chiaro a tutti che, per quanto le etichette, i contratti, la politica e la musica possano cambiare i Ministri dal vivo non sono mai cambiati.